Apr. 3rd, 2019

CowT#9, Settimana 7: M12 "Pesci"


La manina stretta tra le sue dita era calda, piccolissima.
Era meravigliato dalla perfezione di quei dettagli minuscoli, da come tutto fosse finito al posto giusto senza fare niente. Aveva solo potuto aspettarlo con il cuore pieno di aspettativa e terrore.
E alla fine era arrivato, più bello dei tramonti che tanto gli piaceva guardare. I suoi capelli erano dello stesso colore della luce delle stelle ed erano morbidi sotto la carezza delle sue labbra. Sapeva che sarebbero stati bellissimi, così come i suoi occhi. Era nato sotto il segno dei pesci e tutti i nati sotto quella stella erano destinati a essere belli, glielo diceva sua nonna.
Non poteva essere altrimenti: era figlio dei suoi genitori.
Qualcuno comparve al suo fianco. Non poteva vederlo ma gli sorrise.
Fece scivolare una mano sotto la testa del suo bambino e una sotto la sua schiena. Lo sollevò stando attento a non svegliarlo: non voleva che soffrisse la sua distanza, anche se per poco.
Non appena si ritrovò stretto da braccia estranee, il piccino scoppiò a piangere.
Sorrise. “Va bene, torna qui da me,” disse, con voce piena di commozione. “Torna qui da me.”
Suo figlio smise di piangere non appena lo strinse contro il cuore.
CowT#9, Settimana 7: M11 "Amanti"


La prima volta che lo incontrasti non fu davvero la prima volta, ma non lo sapevi ancora. Lo vidi prima che lui vedesse te e lo guardasti a lungo dall'angolo opposto di quella sala ricevimenti inondata dal sole. Tutti lo guardavano, lui e la sua famiglia. Beh… Era la famiglia reale ma non era quello il punto.
Durante la tua breve carriera militare ti era già capitato di vedere il re e la principessa erede al trono, sua nipote. Non eri nessuno per rivolgere loro la parola ma erano volti che non potevi non ricordare.
Lui sapevi di non averlo mai visto prima, eppure qualcosa nella tua testa ti ripeteva con insistenza che ti sbagliavi, che quel fanciullo dai capelli corvini già la conoscevi. Non ricambiò a il tuo sguardo. A dire il vero, pareva stesse cercando di evitare quello di chiunque e non per timidezza ma per disprezzo. Non gli piaceva essere al centro di quel ricevimento, non gli piacevano tutte le occhiate, le attenzioni. Ti bastò uno sguardo per capirlo, come se avere accesso ai suoi pensieri per te fosse naturale.
Un uomo molto più alto di lui gli stringeva la spalla, parlandogli a bassa voce e con espressione meno allegra della sua. Non stava ponendo particolare attenzione nemmeno a lui. Tutto lo annoiava, lo disgustava, forse anche il sole primaverile fuori da quelle grandi finestre.
Sorridesti tre te e te, prendendo un sorso dal calice di vino che ti avevano messo in mano appena entrato nel salone. Era stata una decisione del Comandante portarti. Eri il più bravo, il più capace di reggere la pressione di quel mondo fatto di uomini potenti ma incapaci. Sapevi di essere lì per fare bella figura, per vendere a quella gente un’immagine positiva della giovane milizia.
Nessun addestramento ti aveva preparato a un simile compito ma non era nella tua natura tirarti indietro. Forse ti sentivi perso, fuori luogo ma riuscivi a nasconderlo bene con tutta la compostezza che per i tuoi diciassette anni poteva solo definirsi assurda.
Era questo sembrava più grande a renderti diverso dagli altri.
Nell’incantarti di fronte a quel nobile fanciullo dai capelli corvini, però, divenni di nuovo solo un adolescente troppo giovane per i suoi doveri. Quegli occhi di ghiaccio ti attirarono, ti distrassero.
Feci un passo in avanti, un nobile ti tagliò la strada a finisti col rovesciare il tuo vino sulla sua camicia.
“Mi dispiace,” dissi prontamente, con educazione impeccabile.
“Guarda dove metti i piedi, moccioso!”
“Sono desolato.”
Quell’uomo, però, smise di preoccuparti non appena alzasti di nuovo lo sguardo. Non ti accorsi del Comandante che ti guardava come se avessi appena commesso il più atroce dei crimini, non te ne importò. Per la prima volta da quando eri divenuto un soldato, del tuo dovere nei confronti della tua gente e della tua nazione non poteva importarti di meno.
Il fanciullo dai capelli corvini aveva sollevato gli occhi nella tua direzione e sorrideva. Era un’espressione appena percettibile, gli angoli della sua bocca si erano alzati di poco e non sembrava essersene neanche accorto. La noia nei suoi occhi di ghiaccio si era tramutata in un divertimento silenzioso, discreto.
Ti derideva per la tua goffaggine? Il pensiero ti mise in imbarazzo e rivolsi subito la tua attenzione altrove, sentendoti ridicolo per la tua condotta infantile, sebbene non avessi fatto nulla.
“Vieni, Levi.”
Quel nome giunse alle tue orecchie per caso, in mezzo al brusio che riempiva la sala affollata. Non seppi spiegarti come quel suono ti arrivò tanto chiaro, familiare nello stesso strano modo in cui lo era il viso di quel fanciullo. L’uomo alto che non aveva mai lasciato il suo fianco gli aveva circondato le spalle e lo stava guidando verso un altro salone.
Il giovane dai capelli corvini si liberò di quella sorta di abbraccio con una scrollata di spalle. L’uomo lo guardò annoiato ma non lo rimproverò e lo precedette nella stanza accanto.
Non ti mossi, i tuoi occhi azzurri fissi sul profilo di quel fanciullo di cui avevi appena scoperto il nome senza chiederglielo.
Levi.
Non ti accorsi nemmeno di star trattenendo il respiro fino a che il tuo Comandante non ti richiamò all’ordine. “Andiamo, Erwin.”
“Agli ordini, Comandante,” risposi con tono automatico, senza nemmeno udire le tue stesse parole.
Non ti mossi, non ancora.
Voltati, pensasti, pregasti quasi. Voltati.
Come se ti avesse udito, il fanciullo dai capelli corvini posò i suoi occhi di ghiaccio sul tuo viso.
Quel sorriso derisorio non era stato per te ma per il nobile uomo che avevi messo in imbarazzo con la tua goffaggine, la stessa che aveva attirato la sua attenzione. Già, avevi attirato l’attenzione di Levi, chiunque fosse e ne eri felice.
Decisi di fare un passo azzardato: sorridesti.
Fui ripagato per il rischio.
Il fanciullo dagli occhi di ghiaccio piegò appena le labbra.
Fu un attimo.
“Levi!”
“Erwin!”
Levi si voltò per primo, ma i suoi occhi rimasero su quelli di Erwin fino all’ultimo.
Divennero amanti senza toccarsi, con uno sguardo ma non lo sapevano ancora.
CowT#9 Settimana 7: M7 "Tempo"


Lo Huston Pub si trovava perfettamente a metà strada tra la Galaxy Garrison e la città da cui prendeva il nome. Non era nulla di speciale, solo il casolare di una vecchia fabbrica riadattato con un bancone da bar, qualche decina di tavoli, un paio di divanetti e un impianto dolby surround che, almeno una sera a settimana, emetteva quei suoni molesti che la nuove generazioni chiamavano musica e andava avanti fino al mattino.
Non era assolutamente il genere di posto che Adam amava frequentare. Quel venerdì sera non era previsto alcun intrattenimento tanto caotico da sfondare i timpani persino a un pilota abituato al rumore del motore di un jet, ma la sala era sovraffollata e l’aria era irrespirabile.
Eppure, Adam era lì proprio per quello, per coprire con il vociare di decine di sconosciuti la totale assenza di rumori che dominava il suo appartamento.
Gli dava fastidio tutto l’ordine che trovava ogni volta che rientrava dal suo turno di lavoro, gli chiudeva la bocca dello stomaco trovare ogni cosa dove l’aveva lasciata. Spesso nell’ultimo periodo si era ritrovato ad accendere il televisore senza guardarlo solo perchè il silenzio che lo circondava era assordante.
Era passato molto tempo dall’ultima volta che Adam aveva avuto degli spazi personali, che non fossero condivisi con altri persone e risalivano ai giorni della sua pre-adolescenza, quando ancora aveva una camera tutta sua nella casa dei suoi genitori.
Arrivato alla Galaxy Garrison, aveva imparato a convivere con un’altra persona.
”Ciao, io sono Takashi… Takashi Shirogane, ma tutti mi chiamano Shiro.”
La sua fortuna era stata aver avuto più di un decennio per farci l’abitudine.
Quel venerdì sera, seduto al bancone di un pub dalle luci troppo basse per i suoi occhi stanchi, Adam si chiese se ci sarebbe voluto altrettanto tempo per farsela passare.
Tempo. Era la miglior medicina per tutto, dicevano.
Ma cosa intendevano realmente? Che sarebbe guarito o che si sarebbe abituato al dolore abbastanza da saperci convivere.
Tempo. Da ragazzino, trascinato dall’irrazionalità dell’adolescenza, si era fermato a guardare le stelle con Takashi ed aveva pensato che quel momento poteva essere eterno. Forse non quello in particolare, ma il sentimento che lo aveva caratterizzato sì. Aveva pensato, in un raro momento poetico, che fin tanto vi fossero state delle stelle in cielo, per lui e Takashi ci sarebbe stato ancora tempo per stare insieme, per viversi, per amarsi.
Pochi anni dopo avevano scoperto che a loro - a Takashi in particolare - non era concesso nemmeno quello necessario per invecchiare insieme.
Bevve l’ultimo sorso di birra in un colpo solo. Il bicchiere emise un rumore sordo quando lo poggiò sul bancone, ma Adam se lo rigirò tra le mani ancora per un po’. Poteva ordinare la sua terza birra della serata, oppure ammettere la sua sconfitta contro la solitudine e tornare a casa nella speranza che la stanchezza avesse la meglio prima del peso del silenzio.
Adam cercò di ricordare l’ultima volta che si era ubriacato e non sapersi dare una risposta precisa lo fece sentire molto più vecchio della sua età. Era uscito in auto e se non fosse stato in grado di guidare, avrebbe dovuto passare la notte sul sedile posteriore in un parcheggio buio nel bel mezzo del deserto.
Con un sospiro si alzò in piedi, prese la giacca dallo schienale dello sgabello e recuperò il portafoglio dalla tasca interna.
Meno di cinque minuti dopo, Adam era nel parcheggio buio del pub. Passare dal caldo soffocante all’aria fredda del deserto di notte lo fece rabbrividire e si strinse nelle spalle mentre camminava verso il vecchio pick-up. La doppia G arancione e bianca della Galaxy Garrison si leggeva appena sul lato dello sportello del guidatore, consumata dagli anni e dalla poca cura di tutti i suoi proprietari.
Quel ferro vecchio era diventato suo molto prima che potesse permettersi un auto di qualunque tipo. Adam lo aveva trovato per sbaglio nel deposito dei vecchi mezzi da smaltire dell’Accademia e aveva preteso di poterlo aggiustare.
“Se riesci a rimetterlo in moto è tuo,” aveva detto Iverson, certo del suo fallimento.
Era stata la prima e unica follia che Adam aveva fatto per amore.
”Hai mai sognato di fare l’amore sotto le stelle?”
Sospirò e i motivi che lo avevano condotto in quel pub a passare una squallida ora a bere birra da solo lo investirono per l’ennesima volta da quando il suo appartamento era divenuto la silenziosa tomba del suo cuore. Passò il palmo aperto sul logo scrostato, quasi stesse accarezzando un ricordo che faceva male ma che non aveva il coraggio di lasciare andare.
Non era certo di poterlo fare. Sì, c’erano persone che erano capaci di cancellare un’intera relazione con un colpo di spugna e sulla soglia dei venticinque anni, Adam aveva tutto il tempo di lasciare che il tempo facesse il suo corso. Tuttavia, la storia di cui aveva scritto la fine era quella di quasi la metà della sua vita. Dimenticare Takashi Shirogane equivaleva a dimenticare chi era Adam Wright e in che modo era diventato l’uomo di cui a stento vedeva l’immagine riflessa sul finestrino del pick-up.
Shiro faceva parte della sua vicenda umana, nel bene e nel male, e la ragione suggeriva ad Adam che il modo migliore per fare del bene a se stesso era imparare a convivere con il passato che avevano in comune e puntare al futuro senza voltarsi.
Ciò che lo fregava era il silenzio.
Il silenzio era divenuto il suo nuovo amante, era quello che lo accoglieva dentro casa alla fine di una giornata di lavoro, che lo svegliava al mattino e gli teneva compagnia nelle notti in cui gli era impossibile chiudere occhio.
Adam lo odiava ma quel venerdì sera aveva scoperto che nemmeno fuggire da esso, spezzarlo immergendosi in un ambiente saturo di voci, di odori, di vita, poteva servire da consolazione temporanea. Forse l’indomani le birre le sarebbe andate a comprare e se le sarebbe consumate sul divano, senza preoccuparsi che stordirsi troppo potesse rendere la sua guida pericolosa.
Adam doveva resistere fino a lunedì. Solo fino a lunedì, poi tutta quella storia avrebbe trovato una conclusione definitiva e allora si sarebbe costretto a muovere un passo in avanti.
Dopo il lancio, forse, il tempo sarebbe tornato a scorrere e lui avrebbe potuto cominciare a guarire.
Solo due giorni e dodici ore.
Allontanò la mano dal logo per infilarla in tasca e recuperare le chiavi.
CowT#9 Settimana 7: M11 "Ruota"





Fino a che punto un uomo poteva sacrificarsi per un bene superiore?
“Keith…”
E quando quel bene superiore impallidiva di fronte alle ragioni del cuore?
“Keith, ti prego… Ti prego…”
Il Paladino Nero si era posto quelle domande molte volte nel corso della guerra, così come il suo predecessore.
Vittoria o morte.
Morto o conoscenza.
Le alternative erano sempre state altre, più semplici, più personali: dovere o amore.
Il Paladino Nero che si era ritrovato al suo posto diecimila anni prima aveva scelto a costo di tradire i suoi amici, la sua gente e lo stesso universo che aveva giurato di proteggere.
“Spetta a te scegliere, Paladino Nero.”
“Non sono il Paladino Nero.”
Lo era stato, ma il Guardiano del Cielo era un altro e giaceva immobile tra le braccia del suo Paladino Rosso, una volta Blu.
“Allura ti ha riportato indietro, Shiro. Lei può-”
“Allura non è qui!”
Quanti battiti erano rimasti al cuore di Keith?
“Non esiste altro modo…”
“Shiro, non farlo!”
“Mi dispiace, Lance…”
“Shiro, ti prego, non fargli questo!”
Aveva compiuto il suo dovere molte volte Takashi Shirogane, il Campione, il Paladino Nero, il Capitano dell’Atlas.
“... Ho giurato che non si sarebbe presa anche te.”
La sua scelta si concretizzò in un bagliore di luce viola.




[2 settimane dopo la fine della guerra]


Shiro si svegliò di soprassalto, la fronte imperlata di sudore e il respiro bloccato in gola. Non riuscì a muoversi per dieci lunghissimi secondi e quando recuperò il controllo del suo corpo, si mosse lentamente, come se avesse paura di cadere nel vuoto da un momento all’altro.
Era un’esperienza che aveva vissuto davvero e gli era rimasta addosso.
Chiuse gli occhi e inspirò profondamente dal naso, avvertì i polmoni riempirsi d’aria, il petto sollevarsi e prese piena consapevolezza del suo corpo, compreso l’arto artificiale che giaceva sulla coperte alla sua destra. Si convinse di essere al sicuro, all’interno della sua camera e riuscì ad allontanare gli occhi grigi dal soffitto.
Il cuscino accanto al suo era sgualcito ma chi aveva passato la notte al suo fianco non era lì. Shiro accarezzò le lenzuola con la mano artificiale e attraverso meccanismi che anche la sua mente faceva difficoltà a comprendere, sentì che erano tiepide. Non doveva essere da solo da molto tempo.
Si alzò in piedi con un sospiro. Uscendo dalla stanza, la sua bocca si spalancò per uno sbadiglio. Infilò la mano sinistra sotto l’orlo della canotta bianca per grattarsi l’addome e percepì sotto le unghie le linee in rilievo delle cicatrici.
Non ci faceva più caso. Erano i segni che il capitolo più oscuro della sua storia gli aveva lasciato addosso e non poteva cancellarlo, solo accettarlo.
Accettare era una parte molto importante delle battute finali del conflitto che aveva incendiato i cieli di tutto l’universo conosciuto per diecimila anni.
Voltron non esisteva più e quella era la parte più difficile. Con la caduta dell’Imperatrice Honerva, le ultime battaglie da combattere erano perfettamente alla portata dei guerrieri addestrati della ribellione.
Gradualmente ma più velocemente del previsto stava nascendo un ordine nuovo di tutte le cose che non aveva bisogno dei Paladini e dei loro leoni.
Fare un passo indietro al momento giusto aveva fatto parte del piano da prima della battaglia contro Zarkon.
Quello che Shiro non aveva previsto - e di cui non riusciva a discutere con i suoi compagni per codardia - era che la felicità i vedere finalmente quella guerra concludersi sarebbe impallidita di fronte al senso di vuoto, di malinconia che aleggiava su tutti loro.
Dov’era il senso di libertà che Shiro si era aspettato di trovare alla fine del viaggio? Perché si sentiva soffocare nonostante non vi fosse più nulla a imprigionarlo da tanto tempo?
Fu l’Atlas a dargli un po’ di conforto. Shiro la sentì accarezzare la sua coscienza come un tempo aveva fatto Black.
Black.
Keith soffriva la sua mancanza come era successo a lui?
Lo trovò nell’area comune e le ultime tracce di sonno scivolarono via quando lo vide arrampicato sul bancone della cucina.
“Perchè mettono sempre i cereali al cioccolato sull’ultimo ripiano?” Borbottava tra sè e sè. “Se li mangiamo solo io e Pidge, come ci finiscono sull’ultimo ripiano?”
Shiro si morse la lingua per evitare di fare esclamazioni allarmate che avrebbero potuto spaventarlo e fargli perdere l’equilibrio. Si avvicinò e lasciò che fosse Keith a voltarsi e accorgersi della sua presenza.
“Buongiorno,” lo salutò con un sorriso.
“Keith…” Shiro gli porse la mano. “Coraggio, scendi,” disse, pazientemente.
L’altro annuì distrattamente, continuando a trafficare all’interno dell’ultimo ripiano della credenza. “Lascia che trovi quei maledetti cereali e-”
“Keith, scendi,” ripetè Shiro, secco.
Il giovane smise di fare quello che stava facendo e abbassò lo sguardo. Qualsiasi replica morì nel momento in cui vide l’espressione di Shiro. Afferrò la sua mano – la destra, quella artificiale – e lasciò che lo guidasse fino a terra.
“Non stavo facendo nulla di pericoloso,” disse Keith, con perplessità e non arroganza.
Shiro continuò la ricerca per lui e gli rispose solo dopo aver trovato la scatola rossa e gialla dei cereali al cioccolato. “Potevi cadere.”
Keith accennò un sorriso. “Ho un buon equilibrio.”
“Potevi avere un mancamento,” replicò Shiro. “Ti capita spesso.”
Il più giovane si fece serio di colpo.
“Siediti,” il Capitano indicò i sette sgabelli posti intorno alla lunga penisola con un cenno del capo. “Preparo io la colazione per tutti e due.” Aprì il frigo e recuperò il cartone del latte. Se Hunk li avesse visti invadere il suo regno, avrebbe tenuto loro il muso per tutta la giornata - e forse li avrebbe anche lasciati a digiuno fino a sera.
Keith si accomodò senza obiettare ma non rimase in silenzio. “Hai bisogno di riposare, Shiro. La responsabilità di tutta la nave grava sulle tue spalle.”
“Non devi preoccuparti per me.”
“Potrei dirti la stessa cosa.”
Shiro mise il pentolino sul fornello acceso e si voltò. “Non in questa circostanza, Keith,” replicò. “La tua condizione è delicata. Non posso non prendermi cura di te.”
“Non possiamo prenderci cura l’uno dell’altro come sempre?”
Shiro sorrise. Si allontanò dal fornello e aggiustò una ciocca corvina dietro l’orecchio del più giovane con una carezza. “Se facessimo come sempre, saresti tu a prenderti cura di me per la maggior parte del tempo. Ho un sacco di debiti da ripagare, lasciami fare.”
“Non sono debiti, Shiro.”
“Lo so,” il Capitano si chinò e posò un bacio sulla sua guancia, proprio sopra la cicatrice. “Tu lasciami fare lo stesso.”
Keith sorrise timidamente, intimamente felice delle attenzioni che riceveva ma costantemente timoroso di essere visto come un peso, un disturbo. La guerra era finita, non c’era più un estremo bisogno di loro sugli ultimi campi di battaglia e questo garantiva a tutti una libertà di cui forse un tempo avevano goduto, ma di cui non rammentavano nulla.
L’universo aveva bisogna di Atlas come roccaforte, un punto fermo in un periodo di burrascosa transizione ma aveva imparato a combattere per se stesso, senza l’ausilio di difensori leggendari.
Momenti come quello, spesi tra di loro, a fare qualcosa di semplice come consumare una colazione in compagnia l’uno dell’altro sembravano rubati.
Non era così. Era solo l’abitudine di dover mettere un bene più grande prima di ogni cosa. Forse non sarebbe andata mai via del tutto.
Keith non s’interrogava sugli effetti a lunga a scadenza che la storia di guerra che avevano scritto avrebbe avuto su tutti loro: non c’era modo di prevederlo, lo avrebbero scoperto un giorno alla volta. A lui bastava avere Shiro vicino, sapere che Lance, Hunk e Pidge erano al sicuro con loro e ricordare che sua madre c’era se aveva bisogno di lei.
Erano sopravvissuti per avere un domani e lì finiva tutto ciò che considerava fondamentale. Il resto - la perdita di Red, di Black e del titolo di Paladino - poteva affrontarlo e imparare ad accettarlo.
“Come mai ti sei svegliato così presto?” Domandò Shiro, notando solo in quel momento che il cielo fuori aveva appena cominciato a schiarirsi. “Incubi?” Aggiunse, preoccupato.
Keith lo rassicurò con un sorriso. “No… Non lo so, sento qualcosa.”
Shiro sorrise a sua volta con un sopracciglio inarcato. “Spiegami…”
Keith abbassò lo sguardo su di sè. “È come se qualcosa mi solleticasse da dentro,” disse, lisciando la stoffa della t-shirt bianca con entrambe le mani. “O come farfalle nello stomaco, non lo so.”
Shiro spense il fornello e recuperò due tazze dalla credenza, una la porse a Keith e la seconda l’appoggiò di fronte allo sgabello che gli era accanto. “Lotor dice che sei sensibile a fenomeni che passano inosservati alla maggior parte delle creature nell’universo,” disse, versando il latte caldo per lui e per il più giovane. “Forse si tratta di questo…”
Keith scrollò le spalle. “Non ho mai creduto a questa mia sensibilità di cui Lotor parla.”
“Perchè per te è normale.” Shiro recuperò due cucchiai dal cassetto accanto al lavandino e, finalmente, si sedette. “Come è normale per lui.”
Keith afferrò la scatola di cereali con una smorfia. “Non credo che niente di quello che concerne me o lui si possa definire normale.”
Era un dato di fatto: Keith era l’unico ibrido Galra per metà Terrestre come Lotor era il solo ad avere sangue Altean nelle vene.
“Per questo siete amici,” disse Shiro
“Non siamo amici...”
“Quando eravate prigionieri di Honerva vi siete salvati a vicenda. Non c’è nulla di male se ti senti legato a lui.”
Al tempo in cui Honerva aveva catturato il Black Lion e il suo Paladino, Lotor era stato dato per morto da molto tempo. Voltron non aveva riportato indietro un cadavere durante il suo scontro mortale con Sincline, ma era stato contro ogni pensiero razionale credere che il Principe dei Galra fosse sopravvissuto a lungo nella dimensione di mezzo per cui lui stesso aveva creato l’accesso.
Lontano da occhi indiscreti, era stata sua madre a salvarlo ed era a causa sua che il cammino di Lotor e quello di Keith si erano incrociati. Al tempo dell’alleanza del Principe con Voltron, Keith aveva già lasciato il Castello dei Leoni per seguire Kolivan e divenire un membro delle Lama di Marmora. Non si erano mai presentati ufficialmente, eppure si erano salvati la vita a vicenda senza che Lotor lo sapesse.
Era ironico come Keith avesse portato a galla i suoi crimini attraverso il racconto di Romelle, per poi essere l’unico ad aver parlato in sua difesa quando Honerva era caduta.
Lotor non era innocente ma nessuno di loro lo era.
Da parte sua, Shiro aveva era stato avvelenato per breve tempo dalla stessa oscurità che il Principe aveva respirato per tutta la vita. Quella consapevolezza, il fatto che Keith fosse sopravvissuto alla prigionia grazie a lui avevano spinto Shiro a prendersi la responsabilità di concedergli una seconda possibilità.
“Se definisco Lotor un mio amico, Lance non mi farà più vivere,” si lamentò Keith. “Hunk e Pidge lo guardano con scetticismo e diffidenza e hanno tutte le ragioni per farlo, ma Lance…” Alzò gli occhi al cielo.
Shiro sorrise. “Sai che la questione tra Lotor e Lance è più complicata, più personale.”
Keith annuì. “Il problema con la questione è che è chiusa. Lance non lo accetta e finge di non capirlo. Lotor è troppo razionale per pensarci ancora.”
“E tu cosa ne pensi?” Domandò Shiro.
Keith scrollò le spalle. Quando parlò non c’era delusione o rancore nella sua voce: “penso che lei avesse il diritto di fare la sua scelta e l’ha fatta: se ne è andata.”
Allura.
Shiro pensava a lei ogni volta che lo sguardo gli cadeva sulla sua mano destra e sapeva che, anche se non lo diceva, Keith faceva lo stesso.
Quando era arrivato il momento di pensare all’Atlas come la loro nuova casa, Shiro l’aveva pensata abbastanza grande per tutti loro.
Lo aveva fatto per Keith, per non costringerlo a rimanere su di un pianeta che gli era sembrato troppo piccolo ancor prima di conoscere le stelle. Lo aveva fatto per tutti gli altri perchè, nonostante avessero delle vite e delle famiglie a cui tornare, sarebbe stato impossibile continuare gli uni senza gli altri dopo tutto quello che avevano condiviso.
Voltron poteva non esistere più ma il legame tra i suoi Paladini c’era ancora.
L’Atlas aveva dato a Shiro il potere di costruire e lui lo aveva fatto suo col pensiero di creare un luogo sicuro in cui tenerli insieme. Allura aveva deciso di fare lo stesso partendo dalle macerie di Altea e per un assurdo gioco del destino, la stanza che Shiro aveva pensato per lei era finita a Lotor.
Keith si abbandonò contro lo schienale del suo sgabello con un sospiro. Fece roteare il cucchiaio nei cereali immersi nel latte senza nessun interesse a volerne mangiare ancora.
Shiro se ne accorse. “Stai bene?”
“Solo un po’ di nausea…”
“Vuoi che ti accompagni in camera?”
“No, ho ancora fame…” Keith ridacchiò. “È una strana sensazione. Ho lo stomaco chiuso ma voglio mangiare.”
Senza pensarci, Shiro lasciò andare la sua tazza di latte e allungò la mano sinistra per accarezzargli il ventre. Keith intercettò la sua mano a metà strada, intrecciò le dita alle sue e gli impedì di toccarlo. “No…” Mormorò con un sorriso dolce ma malinconico. “Per favore…”
Shiro non insistette ma non lasciò andare la sua mano. “Sicuro di non aver fatto nessuno incubo?”
Keith poteva nascondersi da lui quanto voleva ma le volte che ci riusciva era Shiro a lasciarlo fare. Non poteva più concedergli una simile libertà. La totale fiducia reciproca era sempre stata un caposaldo della loro relazione ancor prima che divenissero amanti, compagni ma la nuova situazione aveva fatto nascere in Shiro nuovi timori, che non era capace di affrontare con la lucidità da stratega che lo contraddistingueva.
Keith si chiudeva e Shiro era terrorizzato al pensiero di non poterlo raggiungere più. Non poteva lasciare andare la presa. Anche se l’altro si fosse dimenato per liberarsi, Shiro non poteva lasciarlo andare. Si portò quella mano alle labbra e studiò l’espressione del più giovane con attenzione. “Hai parlato con tua madre?” Credeva fosse importante che lo facesse per una ragione egoistica: era certo che Krolia lo avrebbe spalleggiato se avesse saputo delle condizioni del figlio. Non che Hunk e Pidge gli remassero contro ma Keith aveva su di loro un ascendente diverso. Lo guardavano da lontano, pronti a intervenire se avesse chiesto aiuto.
Keith, però, non era il tipo da chiedere una mano a nessuno e se Voltron aveva smussato molti angoli del suo carattere, la sua assenza aveva riportato le cose al loro stato originale. Non era più il solitario di un tempo, certo, era cresciuto e aveva imparato che legare con gli altri non gli avrebbe fatto per forza del male. Tuttavia, Shiro aveva la netta sensazione che avesse sostituito una maschera con un’altra. Dove prima c’era un cipiglio scontroso, ora c’era un sorriso appena accennato ma la natura di quel l’espressione non cambiava: c’era qualcosa di molto più profondo sotto e Shiro temeva di non essere più in grado di capire cosa.
“Non l’ho più vista dalla fine della guerra,” rispose Keith, quasi si stesse giustificando.
“No, ma la senti regolarmente.”
“Non è una cosa di cui posso parlare attraverso uno schermo tra una missione e un’altra.”
Shiro non poteva che dargli ragione.
“Inoltre è troppo presto e lo sanno già troppe persone.”
“Otto settimane,” chiarì Shiro. “Sono otto settimane.”
Keith lo guardò dritto negli occhi. “Le hai contate.” Non era sorpreso.
“Lo farò fino a che non ti farai visitare da qualcuno.”
Il giovane Galra lasciò andare un sospiro e prese un altro cucchiaio di cereali. “Lo fa anche Lance.”
Lance. Shiro non lo avrebbe mai detto ad alta voce ma l’ex Paladino Rosso era il suo più grande alleato in quella nuova fase del suo rapporto con Keith. Poteva essere invadente, rumoroso e molto Lance ma, a differenza di Hunk e Pidge, non gli bastava mantenere un occhio vigile. Lance si prendeva attivamente cura di Keith e Shiro gliene era infinitamente grato.
Lance non si limitava a mettere in riga il giovane Galra ma anche gli altri due compagni e Keith poteva sbuffare quanto voleva, questo non faceva altro che esortarlo a dare il meglio di sè. L’unica pecca era che finiva di sfogarsi torturando Lotor.
Perché Lotor sapeva.
Lotor era stato il primo a saperlo ed era da lui che Shiro lo aveva saputo. Keith non aveva potuto. Quando erano arrivati, non era più in sè ed era rimasto cosciente pochi istanti.
Shiro non avrebbe mai dimenticato quel momento: Keith che piangeva e sorrideva tra le braccia con il viso pallido, i capelli umidi di sudore appiccicati alla fronte e le labbra sporche di sangue.
“Mi hai trovato.” Aveva mormorato, ignorando le urla sue e di Lance che lo esortavano a restare sveglio. “Mi hai salvato…”
Era morto un istante dopo.
“Non voglio parlarne, Shiro.” Le parole di Keith lo fecero tornare alla realtà. “Non ancora…”
Ogni parola, ogni atteggiamento di Keith nei confronti della creatura che gli cresceva dentro erano una continua contraddizione. Quando tutto era finito, quando lo aveva riportato indietro e Allura aveva assicuro loro che andava tutto bene, Keith aveva nascosto il viso contro il petto di Shiro piangendo per il sollievo.
Da quel giorno in poi, Keith aveva mostrato la sua felicità in brevi istanti come quello di poco prima, quando si era accarezzato la pancia parlando di farfalle nello stomaco. Però non permetteva a Shiro di mostrare la stessa tenerezza. Non gli piaceva che qualcuno parlasse del bambino.
Lance lo faceva e Keith aveva rinunciato a farlo desistere per esasperazione.
Era come se volesse essere felice ma avesse paura di lasciare che quel sentimento raggiungesse il suo cuore.
Un bagliore azzurrognolo illuminò la cucina.
Keith sorrise ancor prima che il corpo di Kosmo prendesse forza. “Ciao…” Mormorò. Lasciò andare la mano di Shiro e girò lo sgabello per permettere al lupo di poggiare la testa sulle sue gambe. “Dove sei stato? Ti sei comportato bene?”
Keith lo accarezzava e Kosmo premeva con insistenza il muso contro il suo grembo. Era un gesto che non aveva mai compiuto prima, una dimostrazione che quell’animale aveva un modo tutto suo per intuire le cose. Oppure era semplicemente sensibile ai cambiamenti del suo padrone grazie a istinti che loro non possedevano.
Shiro si sporse verso il lupo e lo allontanò con un gesto della mano che non fu brusco ma nemmeno gentile. “Piano, Kosmo,” disse, secco.
Il lupo guaì e si mise seduto ai piedi dello sgabello del giovane Galra, la testa china in segno di sottomissione.
Keith lo fissò sbalordito. “Non stava facendo niente.”
No, ma a Shiro dava fastidio che quel lupo potesse dare al suo compagno attenzione che da lui non accettava. “Deve imparare a fare attenzione quando gioco con te.”
“Lo sa perfettamente,” replicò Keith. “Non lo noti che non mi salta più addosso e che va da Lance quando vuole giocare? Lo sente quello che sta succedendo, non è stupido.”
Shiro rinunciò a voler far valere il suo punto di vista: sapeva che poteva fidarsi di Kosmo, che avrebbe sbranato chiunque avesse cercato di alzare una mano su di Keith, lui compreso. La verità era che lo disturbava che il suo compagno lo tenesse a distanza.
La porta della cucina si aprì senza preavviso. Quella zona dell’Atlas era riservata a chi aveva fatto parte della squadra di Voltron e Shiro non si disturbò a sollevare lo sguardo dalla sua tazza di latte.
“James!” Disse Keith sorpreso. “Che cosa ci fai qui?”
Shiro guardò il cadetto con la stessa espressione perplessa.
James Griffin aveva l’espressione di qualcuno evidentemente a disagio, che avrebbe volentieri evitato di essere lì. “C’è traffico nell’hangar principale…” Si limitò a dire.
Shiro non comprese e il fatto che non si stesse rivolgendo a lui, che era l’Ammiraglio dell’Atlas, ma a Keith lo mandò ancor più in confusione.
A differenza sua, al giovane Galra non bastarono ulteriori spiegazioni per comprendere quello che stava accadendo. Sbuffò. “Lo stanno facendo di nuovo!” Esclamò irritato.



***



Veronica McClain era a metà della sua prima tazza di caffè mattutina quando un trafelato Coran entrò nella sala di controllo dell’hangar principale con la giacca della divisa allacciata a metà. “Che cosa mi sono perso?” Domandò allarmato, premendo il naso contro la vetrata.
Veronica ridacchiò, diabolica. “Non molto. Sono stati fermi mezz’ora perchè sua altezza si è scordato di togliere il freno a mano ma Lance si è rifiutato di farglielo notare per cinque tentate partenze di seguito.”
Il vecchio Altean la guardò perplesso. “Freno a mano?”
“Un congegno meccanico di vecchia generazione che impedisce all’auto di muoversi quando nessuno è a bordo,” spiegò lei.
“Ah, capisco!”
La vecchia auto blu, che Lance McClain era andato appositamente a recuperare a Cuba prima della partenza dell’Atlas solo per poter offrire loro quello spettacolo mattutino, sembrava ancor più piccola in mezzo ai jet della squadra MFE.
“Non abbiamo un microfono interno?” Domandò Coran.
Veronica sospirò avvilita. “Pidge e Hunk hanno provato a montarne uno, ma Lance li ha beccati.”
“Eh… Quel ragazzo è sveglio e conosce i suoi polli.”
“Quando vuole…”



***



“La frizione la devi lasciare gradualmente! E non provare a guardarmi così, guarda la strada!”
Vicino ai portelloni, dal lato opposto dell’hangar rispetto all’auto blu, la voce di Lance McClain era l’unica cosa che si poteva udire.
E Acxa continuava a ignorarla con risolutezza, mentre seguiva da vicino le manovre di scarico delle provviste che Kolivan le aveva ordinato di consegnare all’Atlas. Per sua sfortuna, le sue compagne di squadra non erano altrettanto disinteressate.
“Sarebbe bello fare parte dell’equipaggio solo per assistere a questo spettacolo regolarmente,” disse Ezor con occhi brillanti.
“Sì, ma se non si schiantano mai alla lunga diventa noioso,” replicò Zethrid incrociando le braccia contro il petto. “Coso, fagli prendere velocità!” Urlò, rivolgendosi al Terrestre seduto al posto del passeggero.
Acxa strinse gli occhi per un istante, poi prese un respiro profondo. “Vi dispiace restare concentrate?”
Le due si voltarono a lanciare un’occhiata ai robot che si occupavano del lavoro di carico-scarico. “Su cosa?” Domandò Ezor. “Non c’è niente da fare.”
Acxa strinse le labbra e decise di non insistere: era una battaglia persa. La guerra era finita e la necessità di ogni Galra – purosangue o meno – di trovare per se stesso un posto in quel nuovo universo, le aveva spinte a ritrovarsi nelle file della Lama di Marmora ma erano ormai lontani i tempi in cui Ezor e Zethrid guardavano ad Acxa come una figura a cui fare riferimento. Krolia aveva preso il suo ruolo per loro, un po’ come Keith aveva occupato quello di Lotor.
“Lasciala stare,” intervenne Zethrid. “Fa la noiosa perchè non c’è in giro il suo micino preferito.”
Acxa lasciò andare un altro sospiro: doveva aspettarselo.
“Oh!” Esclamò Ezor. “Il micino rosso.”
“Non era quello nero?”
“Sì, ma va vestito di rosso. Quello vestito di blu, che sta torturando Lotor in questo momento, pilotava il Red Lion.”
Zethrid ci pensò. “E l’Ammiraglio che pilota?”
“L’Atlas…”
“No, prima.”
“Il Black Lion per un po’... Poi l’Atlas.”
“Ma va ancora in giro vestito di nero!”
Ezor scrollò le spalle. “La divisa della Principessa è rosa e lei pilotava il Blue Lion.”
Zethrid si grattò la nuca. “Quelli di Voltron sono strani.”
Acxa lasciò andare un sospiro di sollievo: almeno per una volta si erano stufate presto di tormentarla con Keith.





Lotor aveva preso tante decisioni sbagliate nella sua vita, di alcune si era pentito e stava cercando di rimediare, per altre esisteva solo l’accetazione. Se quella, però, doveva essere la sua punizione, era disposto a ritrattare con il leader della Lama di Marmora.
“Non lo senti?” Domandò Lance, tirandosi il lobo dell’orecchio. “Il motore sta soffrendo, cambia la marcia!”
Senza distogliere gli occhi dal parabrezza, Lotor abbassò la frizione con il piede sinistro e afferrò la leva posta tra il suo sedile e quello del suo irritabile insegnante – cambio, Lance gli aveva detto che si chiamava cambio –, la tirò verso il basso e diede un po’ di gas.
L’auto inchiodò e si spense di colpo.
Conscio di questo stava per seguire, Lotor chiuse gli occhi e accettò il suo triste destino.
“Ti ho detto che la frizione la devi lasciare piano!” Urlò Lance, come se non fossero a meno di un metro di distanza l’uno dall’altro.
Lotor non riusciva nemmeno a stare seduto dritto in quella scatola blu con le ruote e a stento riusciva a muovere le gambe per passare dal freno all'acceleratore e poi di nuovo al freno.
Lance andò avanti per un lungo minuto su quanto fosse assurdamente impossibile insegnargli una cosa semplice come guidare un auto e, per la prima volta da quando l’Atlas aveva lasciato la Terra, Lotor osò mettere in discussione l’utilità di quelle umilianti lezioni mattutine.
“Blue…” Lotor non si era disturbato a imparare i loro nomi quando erano alleati ed era troppo tardi per rimediare, così aveva ripiegato sui colori. Keith era un’eccezione, ma il suo nome l’aveva saputo molto dopo e in altre circostanze. “Non credo che imparare a guidare questo mezzo di trasporto dalla dubbia tecnologia mi aiuterà a comprendere meglio la cultura di voi Terrestri.”
Perchè tutto era cominciato da lì. Quando Keith gli aveva detto – non glielo aveva nè chiesto nè ordinato, ma era stato chiaro che per lui non ci fosse altra scelta – che sarebbero partiti a bordo dell’Atlas, insieme a un equipaggio composto per lo più da abitanti della Terra, Lotor gli aveva umilmente chiesto di aiutarlo a conoscere alcuni usi e costumi della vita quotidiana della sua gente così da rendere la convivenza più facile per ambo le parti.
Il destino infausto aveva voluto che Lance McClain – Blue per lui – fosse presente al momento di quello scambio di battute. Keith non aveva neanche avuto il tempo di replicare, Lance era intervenuto con una risata stridula seguita da un: “Keith era un alieno per noi ancor prima che scoprissimo che lo era per davvero!”
Il giovane mezzo Galra non aveva negato.
“Ci penso io a farti conoscere la cultura dei noi Terrestri!” Aveva concluso Lance con un sorrisetto diabolico a cui Lotor ingenuamente non aveva dato peso. Da quel che ricordava della loro breve convivenza al Castello dei Leoni, il Paladino Rosso era una caotica creatura incapace di essere una minaccia per chiunque.
Quello che Lotor aveva sottovalutato era il potere del caos che poteva scatenare.
Di fatto, Lance reagì alla sua protesta assottigliando gli occhi e battendo con insistenza l’indice contro il cofano dell’auto. “Questa è cultura!” Esclamò. “Tutti i mezzi di trasporto moderni sono dei discendenti di questa! L’Ammiraglio dell’Atlas ha cominciato con questa!”
Lotor inarcò le sopracciglia. “Non mi sembra lo faccia ancora…”
“Keith la sa guidare!” Sbottò Lance. “Le auto si guidano. I mezzi con le ruote si guidano! Quelli che non le hanno si pilotano, impara!”
“Siamo nello spazio,” replicò Lotor con una pazienza che irritò Lance ancor di più. “I mezzi con le ruote servono a poco nello spazio.”
Lance colse la palla al balzo per farlo sentire peggio. “E chi è in quest’auto che non ha il permesso di far volare nemmeno una nave cargo?” Domandò con un sorrisetto sarcastico. Sghignazzò. “Dopotutto, perchè dovrei andare a divertirmi a raccontare in giro che il terzo miglior pilota dell’universo non è in grado di guidare un’auto col cambio?”
Sarebbe dovuta suonare come una promessa di ulteriori umiliazioni pubbliche.
Lotor non perse la sua compostezza nemmeno per un istante. “Ti do un motivo per cui non farlo: nell’universo nessuno sa cosa sia il cambio e tra i Terrestri ho sentito qualcuno definirlo roba da età della pietra.”
Sentendosi privato dei suoi dieci secondi di trionfo, la voce di Lance si fece ancora più stridula. “Hai parlato con Hunk e Pidge? Tu non devi parlare con Hunk e Pidge!”
“Perchè?” Domandò Lotor con un sospiro annoiato. C’è rischio che m’insegnino qualcosa di utile?
“Perchè sono roba mia!” Esclamò Lance. I suoi occhi si erano fatti di un blu più scuro. Loro se ne accorse e invece di rispondere, lo studiò: quella era rabbia vera, non una reazione volutamente esagerata per spingerlo all’esasperazione.
“Accendi il motore e guida!” Ordinò Lance.





Mentre le porte dell’ascensore si richiudevano e Keith gli spiegava la situazione per la terza volta da quando erano usciti dalla cucina, Shiro continuò a guardarlo perplesso. “Hai chiesto a Lance d’insegnare a Lotor a guidare un’auto col cambio?”
“No, io non ho chiesto nulla!” Puntualizzò il giovane Galra, finendo di allacciarsi la giacca rossa e bianca. “Lotor mi ha chiesto d’insegnargli tutto sul popolo della Terra.”
Shiro rise sotto i baffi. “A te?”
Keith lo guardò. “Lance ha reagito allo stesso modo.”
Perchè ti conosciamo bene, Keith. Pensò l’Ammiraglio dell’Atlas ma non lo disse. “E come siete arrivati da questo alla macchina col cambio?”
“Lance era lì, ci ha sentiti,” continuò Keith. “Sai com’era prima che partissimo, subito dopo che Allura se ne è andata.”
Shiro annuì: rientrare della guerra per loro non era stata una marcia trionfale, non c’era stata una folla pronta ad accoglierli e se ci fosse stata, non ci avrebbero fatto caso. Quel genere di scene accadevano nei bei racconti, forse anche in quelli che avevano la prima generazione di Paladini come protagonisti.
Per i giovani che era stato i difensori dell’universo in quel secondo e ultimo atto della storia di Voltron, l’aria di casa aveva avuto il sapore di tutte le lacrime che non avevano potuto versare prima. Ognuno di loro aveva avuto il suo motivo per lasciarsi andare alla tristezza. Rinunciando a Voltron, Lance aveva privato dello scopo con cui aveva dato valore a se stesso per tanto tempo. Lasciare andare Allura gli aveva dato il colpo di grazia. Il vuoto che era seguito gli aveva tolto la voglia di scherzare, di fungere da spalla di supporto per i suoi compagni. Lance, che aveva sempre riconosciuto nella solitudine e nel silenzio i suoi peggiori nemici, aveva fatto dell’isolamento il suo modo poco costruttivo di affrontare la situazione.
“Quella è stata la prima volta in cui ha riso dalla fine della guerra,” raccontò Keith con malinconia. “Mi ha preso in giro un istante dopo, a modo suo, senza cattiveria. Ero talmente sorpreso di vederlo di nuovo così che non gli ho nemmeno risposto. Si è offerto lui di insegnare a Lotor tutto quello che c’è da sapere sui Terrestri. È andato a recuperare la vecchia auto di suo padre, la prima che ha imparato a guidare e ha convinto Lotor che non era degno di essere chiamato pilota se non la sapeva portare.”
“Io non so guidare un’auto col cambio…” Disse Shiro, come se lo avesse appena realizzato.
Keith ridacchiò. “Lo so.” Il suo sorriso malinconico. “Sapevo che stavo condannano Lotor ma all’idea di poterlo esasperare a modo suo, Lance si è illuminato.”
Shiro intrecciò le dita tra i capelli corvini in una carezza che lo rassicurò sulla sua approvazione. “E lo hai lasciato fare,” concluse.
Keith appoggiò la tempia alla sua spalla. “Lotor se la caverà, è sopravvissuto a peggio.”
Shiro rise. “Ma Lance è Lance.”
“E Lance ora ha bisogno di questo,” concluse Keith. “Posso accettare di vedere Lotor esasperato, a quello c’è rimedio. Di fronte alla disperazione di Lance non sapevo cosa fare, mi spaventava.”
“Si chiama affetto, Keith,” mormorò Shiro tra i suoi capelli.
No, non lo era. Meglio, non era solo quello. C’era anche tanto senso di colpa. Keith poteva essere stato l’ultimo Paladino Nero, ma non si era mai sentito un leader, non era mai riuscito a prendere sulle spalle tutti i suoi compagni e sorreggerli come Shiro era stato capace di fare. Fino alla fine, Keith si era voltato alla ricerca dell’approvazione di quegli occhi grigi e quando non l’aveva avuta – prima che tutta la storia del progetto Kuron venisse rivelata –, se ne era andato perchè non era stato in grado di sopportarlo.
Voltron non aveva reso Keith quello che Shiro credeva. Gli aveva dato tante cose e tutte avevano avuto il loro prezzo. Era morto per la loro vittoria e quella sensazione di freddo intenso gli sarebbe rimasta sotto la pelle per il resto della sua vita. Quello che ne era uscito era un giovane uomo che, sì, aveva più consapevolezza di sè ma quella conoscenza aveva portato nuove insicurezze, limiti, paure.
Keith non era più solo ma questo comportava più persone da poter deludere. Abbassò lo sguardo su di sè, afferrò l’orlo della giacca e tirò per distendere la stoffa in un gesto nervoso. Era stato facile rendere orgoglioso Shiro, ma il suo universo si era fatto più grande e cresceva giorno dopo giorno, insieme alla possibilità di fallire miseramente e perdere tutto.
“Stai bene?” Domandò Shiro.
Keith si staccò da lui per guardarlo negli occhi. “Eh?”
“Ti sei irrigidito di colpo.”
Il giovane Galra scosse la testa: non voleva essere un peso nè per Shiro nè per nessun altro. Per sua fortuna, le porte dell’ascensore si aprirono prima che l’Ammiraglio potesse indagare ulteriormente.




***







“È morto qualcuno?” Domandò Dayak, portando la sua spettrale presenza all’interno della sala di controllo dell’hanagr principale.
“Non ancora, madam,” rispose Coran, il naso ancora premuto contro la vetrata.
“Rapporto,” ordinò la Galra, spostandosi accanto al vecchio Altean.
“Sono arrivati a metà dell’hangar dopo tre tentativi fallimentari,” raccontò Coran.
Dayak assottigliò gli occhi e guardò l’auto blu come se fosse un escremento particolarmente grande. “Vergogna…” Sibilò.
“Oh, non temere!” Esclamò Coran, allontanando per un istante lo sguardo dal piccolo veicolo a quattro ruoto. “Il mio ragazzo sta strigliando come si deve il tuo!”
“Voglio ben vedere. Stiamo andando avanti così da settimane e non ci sono miglioramenti!” Sibilò la tata Galra con esasperazione. “Vergogna. Tanta vergogna.”
“Vuole del caffè, madam?” Intervenne Veronica con un sorriso cortese.
Dayak la guardò ma non rispose immediatamente. Intuendo che si trovasse in difficoltà ma che fosse troppo orgogliosa per chiedere spiegazioni, Coran si sporse verso di lei. “Si tratta di quella strana brodaglia scura…” Suggerì in un sussurro.
“Ti ringrazio, fanciulla,” rispose prontamente Dayak. “Ma declino l’offerta.”
Un minuto più tardi, la porta scorrevole si aprì per la terza volta.
“No! Hanno già cominciato!” Esclamò Pidge correndo accanto a Coran.
Dietro di lei, Hunk nascose uno sbadiglio dietro la mano. “Dovremmo chiedere a Lance di spostare lo spettacolo dopo l’ora di colazione. Troppe emozioni di prima mattina, a stomaco vuoto non fanno bene.”
“Non vi siete persi grandi colpi di scena,” li rassicurò Coran, stringendo la spalla dell’ex Paladino Verde.
“Non me lo perdonerei mai se il motore di quella cosa prendesse fuoco in mia assenza,” disse Pidge, premendo entrambe le mani sulla vetrata.
Hunk inarcò le sopracciglia, poggiando un gomito sul pannello illuminato. “Tecnicamente non accadrà,” disse. “La frizione sarà la prima ad abbandonare il campo di battaglia e, nel remoto caso in cui non dovesse accadere, il motore si limiterà a suicidarsi per mettere fine alle sue sofferenze e l’auto non si riaccenderà più.”
Veronica scosse la testa, avvicinandosi alla macchina del caffè per versarsi una seconda tazza. “Voi non conoscete la storia di quell’auto,” disse. “Quando Lance è nato, era già vecchia. L’unica ragione per cui mio padre l’ha tenuta è per insegnarci a guidare senza mettere a rischio la vera auto di famiglia. La maggior parte dei kilometri segnati li ha percorsi facendo la via di casa nostra avanti e indietro. Papà è stato furbo: ci sono pochissimi ostacoli contro cui schiantarsi su quella strada.”
Pidge e Hunk si scambiarono un’occhiata complice. “E Lance quanti ne ha presi di quegli ostacoli?” Domandò lei con un sorriso diabolico.
Veronica cercò di non ridere. “Un palo della luce, un cassonetto dell’immondizia e la bicicletta di nostro nipote, che ha distrutto.”
“Lo sapevo!” Esclamò Pidge.
Hunk fece spallucce. “Beh… Almeno non ha investito nessuno.”
“Sì, invece!” Esclamò Veronica con un sorrisetto che poteva competere con quello di Pidge. “Si è investito da solo! Ha parcheggiato l’auto nel vialetto, che è un poco in pendenza ma non troppo, senza mettere il freno a mano. La macchina ha cominciato a retrocedere mentre ci passava dietro e l’ha preso in pieno!”
Calò un silenzio imbarazzante. La tata Galra e il vecchio Altean non avevano capito metà del racconto e per non mostrare la loro ignoranza si limitarono a tacere.
Pidge e Hunk non erano altrettanto fortunati ma, mentre Veronica ridacchiava al ricordare la disavventura del fratello, loro erano un poco preoccupati.
“Forse dovremmo far scendere Lotor da lì prima che ci rimetta la testa?” Propose Hunk
“La mia paura è che la testa ce la rimetta Lance nel tentativo di decapita lui,” replicò Pidge.
Coran si mise subito sull’attenti. “Questa cosa del cambio manuale prevede una decapitazione?” Domandò, terrorizzato.
Dayak ebbe una reazione molto più composta. “E io che pensavo che i Terrestri fossero un popolo pacifico,” disse con interesse.
Coran sospirò stancamente. “Prova ad averne cinque in giro tutto il giorno, tutti i giorni.”
Dayak strinse le labbra fino a farle divenire una linea sottile. “Le mie doti di educatrici erano indiscusse in tutto l’Impero.”
“Oh, madam, con uno è una storia ma a ritrovarsi con sei…” Il vecchio Altean lasciò la frase sospesa a metà e lasciò andare un sospiro molto eloquente.
Veronica inarcò un sopracciglio e si sporse sul pannello di controllo per rivolgersi ai due giovani. “Per capire… Combattevate alla guerra o giocavate all’asilo?”
“Tutte e due,” rispose i Paladini all’unisono.
“Fino a che Keith e Lance non divenivano padroni della scena,” aggiunse Hunk. “A quel punto, era un teen-drama vero e proprio.”
Pidge annuì. “Quando poi Keith se ne è andato e ha lasciato il posto a Lotor è stato tipo wow!”
Hunk storse la bocca in una smorfia. “Mi sento un po’ in colpa a prenderlo in giro per quella parentesi dopo tutto quello che è successo.”
Pidge guardò il compagno, poi abbassò gli occhi con aria colpevole: tutti loro avevano squalificato i sentimenti di Lance per Allura al punto da renderli buon materiale per prenderlo in giro. Quando poi era successo il peggio, si erano tutti ritrovati incapace di reagire e di sostenere un compagno che per loro c’era stato dall’inizio alla fine.
“Starà bene,” disse Veronica di colpo. Non rideva più, ma le sue labbra erano piegate in un sorriso gentile mentre fissava l’auto con a bordo il fratello minore. “Ero preoccupata anche io, ma ora so che starà bene… Oh, ha frenato?”
Gli occhi di tutti tornarono sull’auto blu.
“Ha di nuovo perso potenza?” Domandò Coran.
“No,” rispose Pidge, poggiando la fronte contro il vetro. “Il motore ancora va, posso sentire il rumore da qui.”
Dayak inarcò un sopracciglio. “Era ora che Lotor cominciasse ad avere il controllo di quel mezzo infernale.”
La Galra ebbe appena il tempo di cantare vittoria per la dignità ritrovata del proprio Principe che l’impresa tragi-comica che si stava consumando sotto gli occhi di tutte le alte personalità dell’Atlas giunse alla sua inaspettata conclusione.
Non fu Keith a porvi fine, nonostante mise piede nell’hangar principale appena in tempo per divenire testimone e quasi vittima del tutto. Nessuno dalla sala di controllo si disturbò a lasciare la propria postazione e mai Lance si sarebbe sognato di porre fine di sua iniziativa alla tortura che stava facendo subire a Lotor.
Fu proprio il mezzo di tanta crudeltà a porre fine alla questione. Dopo decenni di onorato servizio alle dipendenze della famiglia McClain, quella povera auto sgangherata decise che il suo tempo era finalmente giunto.
Si piantò in mezzo allo spiazzo dell’hangar nello stesso momento in cui Keith e Shiro giunsero sulla scena. Lance non ebbe nemmeno il tempo di urlare contro Lotor - che da parte sua non era responsabile dell’inaspettato arresto del veicolo - che il cofano saltò per aria e dal motore uscì una gran nuvole di fumo come se fosse stata una bomba.
Keith gelò a una decina di metri dall’abitacolo sgangherato. “Ma che diav-?”
Una ruota spuntò fuori dalla nube di fumo che si era propagata per tutta l’hangar, rimbalzò violentemente a terra e poi prese a sfrecciare in direzione del giovane Galra. Alle sue spalle, Shiro fu tempestivo a muoversi, ad allungare il braccio per afferrare il compagno e tirarlo via dalla traiettoria di quella ruota volante. Keith, però, era sempre stato il più veloce dei due.
Mentre si spostava di lato e evitava la rovinosa collisione, Shiro rimase congelato nel gesto di afferrarlo e così non poté evitare di essere investito in pieno.
La botta alla testa fu forte ma non perse mai i sensi. Udì Keith chiamare il suo nome allarmato, ma la sua voce si rilassò in una risata non appena si accorse che non aveva riportato danni di grave entità.
“Che cosa c’è di così divertente?” Domandò Shiro, mettendosi a sedere sul pavimento. Non poteva credere di avere ancora la testa attaccata al collo.
Keith gli rivolse il primo sorriso sincero da tanto, troppo tempo e poggiò la punta dell’indice sul suo zigomo. “Hai i segni del pneumatico tatuati in faccia!”
Shiro non riuscì ad afferrare il senso di quella frase così semplice: era troppo intontito. Se dalla botta o dal sorriso di Keith non gli era dato saperlo.




***



Veronica si alzò in piedi e si portò la mano destra alla fronte in un sentito saluto militare. “È stato un onore…”
Sconvolto, Coran la guardò. “Lance non sarà mica morto?”
“Ovvio che no!” Esclamò la giovane McClain, come se il fratello non fosse altro che un dettaglio trascurabile. “Mi stavo rivolgendo alla macchina di famiglia, quella su cui io e miei fratelli siamo cresciuti e che ha visto nascere i nostri due primi nipoti. Non è solo un pezzo di storia, ma un membro della famiglia.”
“Comprendo il tuo sentimento, Veronica,” intervenne Hunk, educatamente. “Ma non sarebbe meglio andare a controllare in che stato versa l’altro membro della tua famiglia, quella in carne e ossa, tuo fratello, hai presente?”
Pidge, da parte sua, era piegata sul pannello di controllo e non la smetteva di ridere.
“Il Capitano è stato investito da una ruota volante?” Domandò Acxa, sporgendosi verso il vetro.
Dayak si massaggiò il mento con aria interessata. “Chi lo avrebbe mai detto che i Terrestri potessero nascondere armi tanto pericolose in oggetti dall’aspetto completamente inutile.”




***



Lance fissava il vuoto.
Fuori dai finestrini - miracolosamente integri - dell’auto si vedeva solo fumo, fumo e ancora fumo. Non aveva sentito il rumore del cofano che atterrava da qualche parte nell’hangar, ma era certo che una ruota fosse schizzata in aria, che altre due si fossero sgonfiate di colpo di loro iniziativa e aveva troppa paura di scendere e scoprire che ne era stato della quarta.
A dirla tutta, aveva anche il terrore di voltarsi verso Lotor e scoprire in che stato versava lui.
I vetri erano miracolosamente tutti intatti e, di fatto, non c’era motivo per cui loro due dovessero aver riportato danni. Lance McClain, però, era un ragazzo fortunato, così fortunato che non sarebbe stato eccessivo immaginarlo seduto al posto del passeggero di un’auto il cui air-bag aveva soffocato a morte il Principe dei Galra.
Lotor, che baciato dalla fortuna non lo era mai stato, ci metteva del suo e una fine tanto ridicola sarebbe stata quasi coerente con l’assurdità di tutta la sua esistenza.
Lance già s’immaginava come avrebbero raccontato la storia: il Paladino Blu, poi Rosso assassinò il Principe dei Galra alla fine della guerra in un modo che solo i Terrestri poterono comprendere.
Sicuramente era un’impresa che li avrebbe resi entrambi immortali, ma poi Keith lo avrebbe sentito?
Per fortuna - o sfortuna - di Lance, fu proprio Lotor a interrompere tutto quel tragi-comico fantasticare. Da principio, il Paladino non seppe identificare il tipo di suono che stava emettendo: Lotor aveva sorriso in sua presenza, in generale sorrideva un sacco - fino a che non si sentiva più costretto a fingere d’indossare la maschera - ma sentirlo ridere fu tutta un’altra esperienza.
Lance si voltò e lo trovò nella posizione più ridicola che avesse mai visto assumere da una persona - e i suoi compagni lo avevano reso protagonista e testimone di tante situazione assurde- : il Principe dei Galra se ne stava con entrambe le mani sospese a mezz’aria, una stretta sul volante e l’altra sul cambio. Nessuno dei due pezzi era attaccato alla sua posizioe originale.
Nel tentativo di soffocare una risata, Lance emise un verso simile al grugno di un maiale. Si voltò, si nascose contro il finestrino e cercò di simulare il tono più iracondo che riuscì a tirare fuori. “Vai al diavolo!”
Lotor rise più forte.
CowT#9 Settimana 7: "Inverno"



In quanto unico cucciolo del suo branco di Lupi, Keith era cresciuto amato e protetto come il più raro e prezioso dei tesori. Una volta diventato abbastanza grande da reggersi sulle sue gambe, però, aveva dovuto imparare a combattere, a essere abbastanza forte per se stesso e i suoi compagni.
Era nato Omega, Keith. Era nato con il potere e la responsabilità di dare alla luce una vita e saperla proteggere. Non era stata una sua libera decisione, la natura aveva scelto per lui e si era ribellato a essa fin dal suo primo respiro.
Sua madre gli aveva ripetuto di continuo che non c’era nessuna debolezza nel dare la vita, che partorire un cucciolo non gli avrebbe impedito di essere un guerriero.
Non era quello a preoccupare Keith, ma il pensiero che una creatura potesse venir chiamata sua e dipendere in tutto e per tutto da lui lo terrorizzava. Non poteva farlo, non si sentiva in grado.
Per questo, in quanto esemplare più giovane del suo branco e privo di qualunque desiderio di assolvere il compito che la natura gli aveva imposto, Keith non aveva potuto far altro che fuggire e liberare la sua famiglia da un’inutile bocca da sfamare. Nessuno lo aveva obbligato o gli aveva suggerito quella strada in qualche modo.
Keith voleva essere un guerriero, il degno erede di suo padre e c’era solo un branco di Lupi che poteva aiutarlo in quello. Se la sua famiglia fosse venuta a conoscenza dei suoi piani, lo sarebbe venuto a riprendere trascinandolo via con la forza.
Keith, però, era un lupo adulto, non aveva bisogno di un branco che prendesse le sue difese o decidesse per lui, e aveva tutte le intenzioni di dimostrarlo.
Ai confini della Foresta, gli alberi erano più bassi e i sentieri più facili da percorrere. Erano luoghi pericolosi, dominio dei Cacciatori Galra. In quegli stessi territori, però, un nuovo giovane signore stava sorgendo, brandendo la sua spada contro ciò che rimaneva dell’Impero.
Keith non conosceva l’aspetto di questo fantomatico nuovo difensore degli Spiriti della Foresta, sapeva solo che era un Lupo bianco e che persino la nobile dinastia dei Cervi si era alleata con lui.
In quella zona della Foresta, gli Spiriti non vivevano come gli animali di cui potevano prendere forma. Non abitavano tane costruite nel terreno o grotte come quella in cui Keith era nato e cresciuto, bensì vecchie fortezze abbandonate dai Cacciatori.
Se Keith avesse detto che non era affascinato da ciò che aveva davanti agli occhi, avrebbe mentito a se stesso.
Tutto intorno a lui era bianco, coperto dalla neve di quell’inverno che sembrava durare da un’eternità. Il cancello della rocca era chiuso e sorvegliato da tre guardie incappucciate. Al di là di esso, una ripida scalinata di pietra, illuminata dalla luce tremolante di una dozzina di fiaccole, conduceva ad un’alta torre. Era l’unica parte dell’antico edificio ad essere completamente intatta.
Keith sapeva che se il Lupo Bianco si trovava davvero in quel luogo, era all’interno di quella costruzione che lo avrebbe trovato.
Con il mantello scuro di suo padre sulle spalle e il cappuccio tirato sopra la testa, Keith uscì allo scoperto. Lo fece lentamente: se avessero deciso che era una minaccia, non lo avrebbero mai lasciato entrare e l’aria pregna dell’odore di Alpha lo invitava ad essere prudente. Non era come a casa.
Lì, quello stesso aroma lo avrebbe fatto sentire protetto, al sicuro. Era diverso in un branco in cui, di fatto, era uno sconosciuto senza nulla da offrire. Aveva la sua determinazione e il suo desiderio di combattere, solo quelli.
Come si era aspettato, gli bastò affondare un paio di passi nella neve, fuori dalla fila di alberi, per essere accerchiato dalle creature di guardia.
“Chi sei?” Ringhiò un Lupo enorme, una femmina. “Che intenzioni hai? Se pensi di essere venuto qui per-”
“Zethrid, forse dovremmo lasciare che risponda,” intervenne la seconda del trio. Non era un Lupo ma Keith non riusciva a capire a quale famiglia di Spiriti appartenesse. “Ciao piccolino.”
Il giovane Lupo s’imbronciò immediatamente. Non sono piccolo, avrebbe voluto dire ma sapeva che le guardie potevano sentire l’odore dei suoi compagni addosso a lui: una prova innegabile di quanto recente fosse l’abbandono del suo branco di origine.
La seconda che aveva parlato aveva grandi occhi azzurri curiosi e non si fece scrupoli ad annusare con più interesse l’aria intorno a lui. “Un lupetto!” Esclamò estatica, guardando la compagna grossa il doppio di lei. “Stessa tua razza, Zethrid!”
Quest’ultima emise un ringhio poco convinto incrociando le braccia contro l’enorme petto.
Keith lanciò un’occhiata alla terza del gruppo. A causa del cappuccio, non poteva vederle il viso ma era silenziosa e la lunga coda che spuntava da sotto il mantello scuro lo informò che doveva essere uno Spirito Rettile di qualche tipo.
Nessuna delle tre apparteneva alla stessa razza. Una cosa singolare per un branco ma di cui non fu completamente sorpreso. Delle centinaia di storie che si raccontavano sul Lupo Bianco, tutte erano concordi sul fatto che non facesse differenze di lignaggio.
Per lui, non contava essere parte di una stirpe nobile come quella dei Cervi o di una inferiore. Il Lupo Bianco cercava qualcosa in particolare nei suoi compagni e Keith era lì per scoprire cosa, dimostrare che era all’altezza per far parte del suo branco e combattere al suo fianco contro l’Impero.
“Per essere un Lupo, è piccolo e gracile!” Commentò Zethrid con una smorfia disgustata. “Me lo potrei mangiare in un sol boccone.”
“Oh, suvvia, non essere esagerata!” Esclamò la seconda – Keith non era riuscito ad afferrare il suo nome. “Almeno due bocconi!”
Il giovane Lupo alzò gli occhi al cielo: se per un istante le aveva temute, ora le trovava semplicemente ridicole. “Sono qui per vedere il vostro Capo Branco,” disse con voce ferma.
Le due si guardarono come se avesse parlato una lingua sconosciuta.
Fu solo allora che la terza del gruppo emise un suono e fu tanto inquietante che Keith sentì un brivido gelido percorrergli tutto il corpo.
“Oh!” Esclamò quella con gli occhi grandi. “Vuole vedere il Capo Branco,” ripeté, come se fosse divertita e diede una gomitata alla compagna.
Zethrid inarcò le sopracciglia, poi comprese e si lasciò andare in una risata fragorosa. “Oh, quel Capo Branco.”
Sentendosi preso in giro, Keith strinse i pugni e drizzò la schiena. “Sono qui per vedere il Lupo Bianco!” Esclamò. “E non me ne andrò fino a che non gli avrò parlato!” Il vento della notte gli tolse il cappuccio da sopra la testa rivelando le orecchie ricoperte da una lucida peluria nera.
Zethrid e l’altra sgranarono gli occhi.
“Ma quanto è carino!” Esclamò quest’ultima.
Nel dubbio che stesse per abbracciarlo, Keith fece tre passi indietro.
“Dobbiamo assolutamente portarlo di sopra, Zethrid!”
“Uhm…” Il Lupo femmina si grattò il retro di una delle grande orecchie. “Non lo so, Ezor. Sembra così mingherlino. Che ce ne facciamo di un guerriero che potrebbe spezzarsi con una folata di vento?”
“Sono forte!” Esclamò Keith. “Posso dimostrarlo. Fatemi sfidare il vostro miglior guerriero a duello!”
Le due lo fissarono basite, poi tornarono a scoppiare a ridere.
“Dobbiamo assolutamente portarlo di sopra!” Esclamò Ezor. “Almeno Acxa deve vederlo! Inoltre, emana un odorino delizioso ma non sono pratica con i lupi. Tu che ne pensi, Zethrid?”
“Che ho il naso congelato!” Esclamò la Lupa gigante. “Ma posso distinguere chiaramente la puzza di latte che si porta ancora addosso!”
“Oh, non siamo così dure con luI!”
Keith si fece di pietra, mentre Ezor gli circondava le spalle con un braccio. “Deve aver fatto un lungo viaggio. Prima di rispedirlo a casa, dovremmo dargli una possibilità e un pasto caldo, povero piccolo!”
“Io non sono piccolo,” ringhiò Keith a bassa voce ma si guardò bene dal lamentarsi ulteriormente.
Mentre si aprivano, il cigolio provocato dai cancelli della torre infranse il silenzio della notte.




Salendo la ripida scalinata di pietra, Ezor e Zethrid non smisero di dire idiozie neanche per un istante. Gli stringevano le braccia e Keith si ritrovava a ondeggiare da un lato all’altro come se fosse un sacco inanimato.
“Al Capo Branco piace già quella creaturina altrettanto mingherlina con le corna!” Esclamò Zethrid.
“Ma chi?” Ezor strabuzzò gli occhi. “La Cerva? Scherzi?”
Keith trattenne il respiro ma per sua fortuna nessuna delle due se ne accorse e continuarono a chiacchierare tra di loro, come se lui non fosse lì. La terza, quella di cui non era ancora riuscito a capire il nome, li seguiva silenziosa e inquietante.
Keith percepiva la sua presenza a meno di un metro di distanza da lui ma non osò lanciarle un’occhiata da sopra la spalla. Non che fosse facile con le altre due che lo strattonavano senza la minima cura.
“La Cerva è una fase!” Esclamò Ezor con un gesto della mano, come a sottolineare che non era nulla d’importante di cui discutere.
“La Cerva è un Principessa,” sottolineò Zethrid.
“Un Principessa di passaggio,” insistette Ezor. “Lei è la sovrana del popolo a cui lui appartiene per metà, ne è affascinato ed è bella. Fine! La cosa più profonda che vedo tra loro è il desiderio comune a restaurare l’Impero!”
“Restaurare!” Urlò Keith, liberandosi dalla stretta delle due e parandosi di fronte a loro. “Avevo sentito dire che il Lupo Bianco combatteva contro l’Impero!”
La Lupa e l’altro Spirito di natura non identificata si fissarono.
“Perchè sei qui, nanerottolo?” Domandò Zethrid con fare minaccioso.
“Per la salvezza della Foresta,” rispose Keith con fermezza. “Per la libertà della sua gente.”
Ezor si grattò il mento. “E perchè tutte queste enormi faccende ti stanno a cuore?”
“Perchè ogni Spirito di questa Foresta è nato libero e nessuno… Nessuno può portargli via questa libertà, nemmeno un Galra.”
“Ma i Galra sono cacciatori per natura,” intervenne una terze voce.
Keith si voltò. Un altro Lupo femmina era comparso in cima alle scale. Le sue orecchie erano scure, ma non corvine come quelle del giovane Omega. Tuttavia, era più simile a lui nell’aspetto della Lupa gigante di nome Zethrid.
L’odore della nuova arrivata arrivò a Keith portato dal vento gelido: Alpha.
“Lui chi è?” Domandò con voce atona. Non pareva allarmata dalla presenza di uno sconosciuto, nè sorpresa che le altre l’avessero lasciato entrare.
“Un cucciolo!” Ezor strinse le spalle del fanciullo. “Non è bellissimo? Siamo certe che al Capo Branco piacerà molto!”
La Lupa scese un paio di gradini, le sopracciglia inarcate. “Capo Branco?” Domandò, confusa.
“Il ragazzino usa paroloni di cui non conosce il significato,” tagliò corto Zethrid. “Parla di libertà, di voler provare il suo valore al Lupo Bianco e altre sciocchezze già sentite.”
“Sì, ma è carino,” insistette Ezor. “Giovanissimo, ha ancora l’odore dei suoi genitori addosso. Non possiamo almeno riconoscergli il coraggio di essere arrivato fino a qui, Acxa?”
Oh, pensò Keith, è lei Acxa.
La Lupa non rispose, si avvicinò ulteriormente e squadrò Keith dall’alto in basso. A differenza delle altre due, non le ci volle molto a capire che cosa era. “Omega…” Disse senza nessuna intonazione particolare.
Keith, però, storse le labbra come se lo avessero appena insultato. “So combattere,” disse. “Mi hanno insegnato fin da bambino.”
“Certo che lo sai fare.” Acxa afferrò l’orlo del suo mantello e lo esaminò per un lungo istante di silenzio. “Il Branco di Marmora sa come crescere i suoi guerrieri. Non fa distinzione se nasci per essere leader o gregario, devi saper proteggere e attaccare quando è necessario. Conoscenza o morte è il vostro motto, giusto?”
Keith non aveva mai preso quell’insegnamento con la serietà con cui gli anziani della sua famiglia avrebbero voluto, i suoi genitori gli avevano insegnato altro. “Sì,” si limitò a rispondere. “Questo è quello in cui crede il branco che mi ha cresciuto.”
Acxa sbatté le palpebre un paio di volte. “Non è più il tuo branco?”
“Ho scelto di andarmene.”
“Posso sapere la ragione?”
“Spiegherò le mie ragioni al vostro Capo Branco,” si limitò a dire Keith. Fu arrogante da parte sua ma non aveva viaggiato fino a lì per esporsi con un membro qualunque del branco.
Acxa non se la prese. “Il tuo nome?”
“Keith…”
“Keith e…?”
“Solo Keith.”
Chiunque altro al suo posto, avrebbe sbattuto quel cucciolo fuori e l’avrebbe lasciato al gelo dell’inverno. Acxa, però, vedeva qualcosa in quei grandi occhi viola ed era certa che anche qualcun altro non sarebbe rimasto rimasto indifferente.
“Vieni,” disse, voltandosi. “Ti condurremo nella sua sala del trono. Tieni lo sguardo basso e non parlare con nessuno.”
Keith annuì, sebbene non capisse la ragione di un simile avvertimento.
Una volta varcato l’ingresso della grande torre, Keith tirò un sospiro di sollievo per l’aria calda che lo investì. Aveva dormito per giorni all’aperto, accontentandosi dei rifugi che la Foresta gli aveva offerto lungo la strada. La natura selvaggia era il suo habitat naturale ma l’assenza di vento gelido sul viso fu una novità che accolse volentieri.
Gli tornarono alla mente gli inverni di quando era solo un cucciolo e la neve gli sembrava solo un gioco, non una possibile condanna a morte. Ricordava la naturalezza con cui si sentiva al sicuro quando rientrava a casa e il calore del fuoco si confondeva con quello dell’abbraccio dei suoi genitori. Ricordava quella tiepida sensazione di sicurezza quando sua madre lo lasciava dormire accanto a lui e suo padre passava la notte fuori, a caccia.
Quella felicità non sarebbe più tornata.
“Per tutti gli alberi della foresta!” Esclamò qualcuna nel grande salone d’ingresso.
Keith sobbalzò e fece per alzare lo sguardo. Un’enorme mano sulla sua nuca – quella di Zethrid – glielo impedì. Non doveva guardare negli occhi nessuno. Nessuno.
“Bene. Lo hai spaventato. Contento?”
“Mi ha preso di sorpresa.”
“Suvvia, è poco più di un cucciolo, togligli gli occhi di dosso!”
“Non dirlo come se non lo stessimo già fissando tutti!”
Keith non aveva bisogno di sollevare lo sguardo per sapere che era vero. Non sapeva quanti Spiriti c’erano nella stanza e l’aria era pregna di troppi odori perchè potesse identificare tutte le razze presenti, ma riusciva a sentire chiaramente i Lupi. Nessuno di loro poteva essere indifferente a un giovanissimo Omega appena staccato dal suo branco.
“Chissà se nasconde un bel culetto sotto quel mantello?”
“E statti un po’ zitto!”
Keith strinse gli occhi e continuò a mettere un piede davanti all’altro lentamente. Prese un respiro profondo e decise di fissare lo sguardo sulla schiena di Acxa. Sentiva la presenza delle altre tre alle sue spalle: nessuno gli avrebbe fatto del male.
E se solo avessero osato…
“Attento alle scale,” lo avvertì Acxa.
Troppo tardi. Keith per poco non inciampò sul primo gradino di una scalinata a chiocciola. L’intera sala esplose in una fragorosa risata. Si costrinse a stringere i pugni e andare avanti.
Quando il vociare che riempiva la sala d’ingresso fu distante, sotto di loro, Keith si permise di parlare di nuovo. “Quello è il branco del Lupo Bianco?” Domandò ad Acxa. Aveva capito che dalle altre due avrebbe ottenuto solo sciocchezze e la quarta del gruppo sembrava essere muta.
La Lupa gli lanciò un’occhiata da sopra la spalla. “Scoprirai che qui le cose funzionano diversamente, Keith. Questo mondo potrebbe assomigliare al tuo o essere il suo esatto contrario, non scordarlo.”
Era una risposta che non chiariva nulla. Keith strinse le labbra in una linea sottile e decise di accettarla per quella che era. “Che cosa siete?” Domandò, forse con un po’ troppa sfacciataggine.
Acxa si fermò e Keith seppe di aver osato troppo. Fu fortunato, la Lupa ebbe pazienza con lui. “Sei un cucciolo del Branco di Marmora,” disse. “Dovresti sapere che cosa sono i Galra.”
Keith sbatté le palpebre un paio di volte, perplesso. “Sono i Cacciatori che hanno distrutto-”
“In origine,” chiarì Acxa. “Sai che cosa erano in origine?”
Il giovane Lupo ingoiò a vuoto. “Erano i Guardiani della Foresta. Difendevano i confini, in modo che i Re e le Regine degli Spiriti potessero regnare in pace. Un po’ bestie, un po’ uomini. Assomigliano agli Spiriti ma non possiedono gli stessi poteri, tuttavia sono più forti.”
“Quindi sai chi era Zarkon.”
Keith alzò gli occhi al cielo: gli sembrava di essere a una lezione di storia di Ulaz. “Zarkon era il signore dei Guardiani. Il più forte. Il più valoroso. Era amico dei quattro grandi sovrani della foresta, in particolare di Alfor, della dinastia dei Cervi.”
“Sai dunque che un tempo Galra e Spiriti vivevano in pace?”
“Sono cose che mi hanno insegnato fin da bambino,” disse Keith, annoiato. “Non vedo che cosa abbiano a che fare con la mia domanda.”
Acxa si voltò e lo guardò. “Abbiamo tutti una cosa in comune qui, Keith,” disse. “I Cervi possono essere nostri alleati nella battaglia contro l’Impero, ma il Lupo Bianco di cui parli come se fosse un essere leggendario ha qualcosa di speciale e dall’odore che emani, credo che lo abbia anche tu.”
Keith non comprese.
“Davvero?!” Esclamò Ezor. “Non lo avrei mai detto!”
Zethrid premette la faccia contro i capelli del giovane per confermare le parole della compagna. Keith si allontanò tempestivamente.
“Io non sento nulla!” Esclamò la Lupa gigante.
“È appena percettibile,” disse Acxa, il suo viso non tradì alcuna espressione nemmeno a quel punto. “La tua natura di Lupo è dominante ma c’è molto di più in te. Solo chi è abituato a percepire quella sfumatura nel tuo odore riesce a capire veramente chi sei.”
Keith non era un idiota. Sapeva quello che era ma lo sorprendeva la facilità con cui la Lupa l’aveva capito. “Siete tutti mezzosangue,” concluse velocemente, quasi stesse pensando ad alta voce.
L’angolo destro della bocca di Acxa si sollevò un poco. “Noi quattro abbiamo tutte qualcosa di Galra e di qualcos’altro,” disse. “Di sotto, nella sala che hai appena attraversato, puoi trovare di tutto. Tutti bambini nati da coppie interspecie. C’è chi lo dimostra di più, chi di meno. Sappiamo entrambi che se i geni di uno dei genitori non dominano, possono accadere cose spiacevoli. A te è andata bene.”
“A tutte voi,” replicò Keith.
Acxa guardò qualcosa sopra la sua testa. “Non a tutte noi,” disse.
Il giovane Lupo non si voltò ma ebbe la sensazione che si stesse riferendo alla quarta del gruppo, quella di cui ancora non sapeva il nome.
Salirono il resto della scala a chiocciola in silenzio. Di tanto in tanto, lungo il percorso, vi era una finestrella lunga e stretta. Keith vi si affacciava per valutare l’altezza ma la tempesta di neve gli impediva di vedere l’orizzonte o gli alberi sottostanti.
Giunti a un pianerottolo troppo piccolo per tutti e cinque, Acxa si voltò. “Potete andare,” disse altre altre tre.
Keith lanciò loro un’occhiata da sopra la spalla: nessuna sembrava aver l’intenzione di muovere un muscolo.
La Lupa sospirò. “Dopo vi racconterò tutto,” promise. “...Nei dettagli.”
Keith vide Ezor e Zethrid sorridere trionfanti e la cosa lo inquietò non poco. Non si mosse, mentre le due trotterellavano allegramente giù per le scale, seguite dalla loro silenziosa compagna.
“Keith.” Acxa attirò di nuovo la sua attenzione. “Lascia parlare me, fino a che non ti viene chiesto di fare altrimenti.”
Se Kolivan fosse stato lì, avrebbe detto che tenere la bocca chiusa al momento giusto non era uno dei talenti del giovanissimo Lupo. Keith annuì.
Acxa imitò il gesto, poi bussò all’unica porta presente sul pianerottolo tre volte.
Keith udì una voce maschile rispondere dall’interno.
“Sono Acxa, mio signore,” disse con rispetto. “Ho qui qualcosa che potrebbe interessarvi.”
Il giovane Lupo storse la bocca in una smorfia. Non sapeva perchè ma si sentiva come un oggetto pronto per essere valutato e, eventualmente, comprato.
Inspirò profondamente dal naso. Era lì per quello, per dimostrare il suo valore e non doveva sorprendersi che ogni sguardo che riceveva fosse un giudizio silezioso.
“Entra…” L’ordine giunse da dietro la porta con fermezza.
Acxa non esitò. Si fece avanti per prima e Keith le fu dietro.
La sala del trono, come l’aveva chiamata la lupa, altro non era che una camera circolare con un grande giaciglio di fronte al camino e un gran disordine tutto intorno. Se non fossero stati circondati da muri di pietra e non vi fosse stato un alto soffitto di legno sopra le loro teste, Keith avrebbe giurato che si trattava della tana di un Lupo.
“E lui chi è?” Domandò una voce maschile, la stessa che aveva dato loro il permesso di entrare.
Keith smise di guardarsi intorno per portare gli occhi sul suo proprietario.
Il Lupo Bianco se ne stava in piedi di fronte al caminetto acceso, un braccio piegato sul davanzale di marmo. Keith ebbe l’impressione che dovevano averlo interrotto mentre rifletteva.
Le orecchie bianche furono la prima cosa che notò, seguite dai lunghi capelli dello stesso colore e la pelle di un pallido viola.
Noi quattro abbiamo tutte qualcosa di Galra, aveva detto Acxa. Evidentemente, non erano le uniche.
Acxa aprì la bocca per poter parlare ma Keith venne immediatamente meno alla promessa fatta e rispose da sè. “Il mio nome è Keith,” disse, facendo un passo in avanti.
La Lupa gli lanciò un’occhiata storta ma il Lupo Bianco non parve disturbato dalla sua arroganza. “Calma, Acxa,” disse, allontanandosi dal caminetto. “Un Lupo è pur sempre un Lupo, non importa quanto giovane.”
Keith restò a fissarlo, immobile. Il Lupo Bianco attraversò la stanza lentamente, studiando la sua immagine con un ghigno che lasciava intravvedere i canini candidi. “Keith, hai detto?”
Il fanciullo annu
“E da dove vie-?” La voce del Lupo Bianco venne spezzata da qualcosa.
Keith non riuscì a comprendere cosa, ma ora erano a meno di un metro di distanza e riusciva a vedere il colore dei suoi occhi: erano indaco. Il ghigno sulle sue labbra, però, era sparito in favore di un’espressione sorpresa… Ma non troppo.
Era come se si stesse sforzando in ogni modo di controllarsi.
Si voltò verso Acxa. “Dove lo avete trovato?”
“Lui è venuto da noi,” rispose la Lupa.
Gli occhi indaco tornarono su quelli viola del Lupo più giovane. Keith fece per aggiungere qualcosa, quando le dita del Lupo Bianco sfiorarono il suo mantello. “Marmora…” Mormorò, un po’ accigliato. “Sei un traditore, dunque?” Domandò, guardandolo dritto negli occhi.
Keith scosse la testa. “No,” rispose offeso. “Non mi restava altra scelta che andarmene e nessuno mi ha fermato. Ho scelto liberamente.”
“Qual era la seconda scelta?” Domandò il Lupo Bianco pazientemente.
“Ho detto…”
“C’è sempre una seconda via.”
Keith non abbassò lo sguardo, ma nemmeno fornì una risposta.
Il Lupo Bianco si chinò su di lui sfiorando una delle orecchie corvine con il suo naso. Keith si fece di pietra.
“Omega…” Concluse l’altro facendosi indietro. “Ecco quel era la seconda scelta.”
Nei suoi occhi color indaco, Keith vide qualcosa di terribilmente simile alla pietà e la cosa lo fece infuriare. “Sono stato cresciuto per essere un guerriero.”
Il Lupo Bianco annuì. “Sei nato Lupo, non potresti essere altrimenti.”
Seguì il silenzio. Keith lo fissò. Non si era aspettato nulla in particolare ma quello che aveva di fronte non corrispondeva a nessuna delle sue fantasie. Il Lupo Bianco era un mezzosangue Galra non molto diverso da lui.
Le storie che si raccontavano nella Foresta lo aveva preparato a qualcosa di poco realistico.
Dopo un’attenta analisi, il Lupo Bianco si voltò e tornò accanto al caminetto acceso. “Perchè sei qui, Keith?” Domandò.
“Per la libertà,” rispose Keith.
L’altro rise. Una risata bassa, amara. “Grandi ideali per un Lupo che è poco più di un cucciolo.”
“Mi sottovaluti?” Gli parlò come se fosse un suo pari. “Non sei nulla di diverso da me.” Era quasi vero, la sola differenza tra loro era il possesso di un branco.
Per un Lupo equivale alla differenza tra la vita e la morte, sì, ma decise d’ignorare quella verità in favore di un po’ d’arroganza. Kolivan, Ulaz, Thace e tutti gli altri gli avevano insegnato uno stile di condotta molto diverso, ma Keith era da solo su quella strada e l’avrebbe percorsa a modo suo.
Gli occhi di Acxa divennero enormi, infuocati dall’ira. “Come osi-!”
“Aspetta, Acxa,” le ordinò il Lupo Bianco. “Sì, sono un Lupo come te, ho qualcosa di Galra come te… Anche se non riesco a intuire come ti sia arrivata questa parte di eredità.”
Keith strinse le labbra e non rispose: era una storia troppo lunga.
“Il tuo odore mi dice anche un’altra cosa,” aggiunse il Lupo Bianco. “Nelle vene di entrambi scorre il sangue di una nobile dinastia sulla via dell’estinzione. Si percepisce appena ma è lì, presente. È da quel sangue che hai ereditato quei tratti delicati? I Lupi, anche quelli più giovani, tendono ad avere un’altra struttura… Ne so qualcosa, io stesso non sono il ritratto del Lupo perfetto.”
Gli occhi indaco del Lupo Bianco erano colmi d’interesse mentre lo fissavano. “Tu non conosci il mio nome, vero?”
Keith scosse la testa.
“Non sai chi sono?”
“Ho sentito delle voci. Ho tirato le mie conclusioni.”
“Io non conoscevo il tuo nome prima di oggi,” disse il Lupo Bianco. “Eppure, credo di aver capito chi sei… Dimmi, Keith, chi erano i tuoi genitori?”
E Keith rispose. Fu sincero e diretto, perchè voleva che il Lupo Bianco sapesse chi era. Era stato lui il primo a parlare di eredità e Keith ne aveva una di un certo peso da giocare. Tutto stava nel sapersela giocare bene.
Il viso di Acxa divenne una maschera di pura sorpresa.
Keith, però, la ignorò. La sua attenzione era tutta per il Lupo Bianco e per quel sorriso difficile da interpretare che comparve sulle sue labbra. Pareva gentile, ma i giochi di luce che il fuoco compiva sul suo viso gli conferivano qualcosa di oscuro.
Keith non ne era intimorito.
“Acxa, fai chiamare Allura,” ordinò. “Dille che un membro della sua famiglia è tornato a casa.”
La Lupa esitò solo un istante, poi chinò la testa e uscì dalla stanza senza rivolgere a Keith nemmeno uno sguardo.
Il giovane Lupo non se ne preoccupò, gli occhi viola fissi sulla figura del Lupo Bianco. Questi esaurì la distanza tra loro una seconda volta, guardandolo con occhi diversi. “Benvenuto a casa, Keith,” disse porgendogli la mano. “Il mio nome è Lotor, sono il Principe dei Galra e…”
“...Unico figlio di Zarkon,” concluse Keith per nulla sorpreso.
Comprendendo che non ci sarebbe mai stata una stretta di mano, Lotor riadagiò il braccio lungo il fianco. “Sapevo della tua esistenza,” ammise. “Una creatura un po’ Lupo, un po’ Galra e appartenente alla nobile stirpe dei Cervi.”
“Sono un Lupo,” disse Keith fermamente. “Il mio cuore è fedele a quella natura.”
Lotor non si era aspettato nulla di meno. “Come desiderate,” chinò appena il capo con rispetto. “Vostra Altezza.
Gli occhi viola di Keith si fecero grandi: era consapevole del suo lignaggio, ma era cresciuto in un mondo in cui quel titolo era privo di qualsiasi valore e lui stesso non gliene aveva mai dato uno.
Non ebbe il tempo di dire nulla a riguardo.
La porta della camera si aprì e sbatté contro il muro di pietra. “Keith!”
Il fanciullo si voltò.
Allura era proprio come la ricordava; dai lunghi capelli candidi, alle corna reali sulla sua testa. Il vecchio e fedele Coran era dietro di lei ma Keith riuscì a lasciargli solo un’occhiata fugace.
Le braccia di Allura lo avvolsero con forza, come soleva fare sua madre quando non gli ubbidiva e lo faceva spaventare. Anche il profumo era simile.
Di colpo, Keith si rese conto di essere tremendamente stanco e il desiderio di chiudere le palpebre fu enorme. Non lo assecondò.
Gli occhi indaco del Lupo Bianco erano ancora su di lui.
Keith sollevò i suoi e rispose allo sguardo.
L’inverno in cui i lupi si sarebbero ripresi tutto quello che era loro era appena cominciato.
CowT#9 Settimana 7: M12 "Gemelli"



Caro padre,
quando questa lettera ti raggiungerà avrai già appreso la notizia della vittoria sulla spiagge di Marley. Ti scrivo dal nuovo quartier generale, Shadis mi ha nominato Capo Squadra dopo l’ottima riuscita dell’ultima missione che ho guidato. Abbiamo issato la bandiera di Eldia in tutte le città dell’arcipelago di Cold Stone, a poche miglia dalla costa nemica. Di notte, rivolgendo lo sguardo all’orizzonte, si possono vedere le luci della capitale di Marley dalla scogliera.
Dall’inizio del conflitto, Eldia non è mai stata così vicina dal ribaltare le sorti del conflitto.
Mi spiace, padre, so che le questioni di guerra non ti sono care e che preferiresti avermi a casa, invece di sapermi un soldato in questo scontro.
Non mi aspetto che tu decida di rispettare la mia scelta ma ti sono grato per averla accettata. Mi auguro dal profondo del cuore che questa lettera ti trovi in salute.
Spero, un giorno, di riuscire a renderti orgoglioso di me.
Tuo figlio.


Erw-



“Attenzione! Bomba in arrivo!”
Erwin non riuscì a evitare il getto d’acqua, che lo colpì sullo stomaco, ma ebbe i riflessi pronti per sollevare la lettera e il diario che stava usando come appoggio per scrivere. Non andò altrettanto bene con il calamaio, che cadde di lato macchiando di nero lo scoglio bianco. Erwin lo raddrizzò prontamente, sporcandosi le dita d’inchiostro nel processo. Ormai il danno era fatto.
Sollevò gli occhi sugli altri giovani soldati, che si erano bloccati non appena essersi resi conto che il loro scherzo non aveva divertito il loro compagno in alcun modo.
“Scusaci, Erwin,” disse Hanji, sinceramente costernata. “Cercavamo solo di… Non ci eravamo accorti che-”
“Lo so,” la interruppe Erwin, senza nessuna particolare inclinazione, la mano sporca d’inchiostro sospesa a mezz’aria.
Hanji lo liberò del diario e della lettera, porgendole un fazzolletto di stoffa. “Prendi. Le tracce d’inchiostro rimarranno per qualche giorno ma se lo asciughi non rischierai di macchiarti ulteriormente.”
Erwin scosse la testa. “Le macchie non andranno più via.”
“Non importa, Erwin,” insistette la ragazzina.
Il soldato accettò l’offerta forzando un sorriso. “Sei gentile, Hanji.”
“Ho combinato il danno per prima.” Lei si aggiustò gli occhiali sul naso e sollevò lo sguardo sui giovani che erano rimasti a osservare la scena in silenzio, intimoriti dalla reazione del loro Capo Squadra. “Andate a tediare qualcun altro,” disse con un gesto della mano che invitava a levarsi di torno.
“Tu non vieni, Hanji?” Domandò uno dei ragazzi.
“No, resto a fare a compagnia a Erwin. Cercate Mike, non sia mai che si faccia due risate.”
Il Capo Squadra non disse nulla mentre puliva via le tracce fresche d’inchiostro, lasciando le dita macchiate di bluastro. “Chiederò a qualcuno al villaggio di provare a pulirlo.”
Hanji scosse la testa, restituendo il diario e la lettera al legittimo proprietario. “Non ci provare! Me la sono cercata.”
Erwin si cacciò il fazzoletto sporco in tasca promettendo a se stesso che avrebbe provato a porre rimedio al danno anche senza il permesso dell’amica.
“Ti ho anche bagnato la camicia,” aggiunse Hanji.
“Con questo caldo non è un problema,” disse Erwin, piegando la lettera con cura e infilandola dentro il diario. “Torniamo al campo.”
“Sicuro? Non vuoi stare un po’ lontano dalla folla?”
“Mi serviva solo un po’ di calma per scrivere.”
S’incamminarono tra gli scogli bianchi.
“È una lettera per tuo padre?” Domandò Hanji, sebbene conoscesse già la risposta.
Erwin annuì. “Ci provo…”
“Ancora nessuna risposta?”
Il Capo Squadra scrollò le spalle. “Continuiamo a spostarci,” disse. “In zona di guerra è difficile che una lettera trovi il soldato a cui è indirizzata.”
“Sicuramente è così,” concordò. “Nemmeno io ho ricevuto nulla dai miei da quando abbiamo lasciato Paradise, anche se non sono una figlia tanto devota da scrivere regolarmente. La mia famiglia pensa che privandomi del loro amore tornerò a casa prima di subito, ma non funziona proprio così.”
“Mi dispiace,” disse Erwin, sinceramente.
“Nah! Cambiando discorso: il Re è qui!”
“Uri Reiss è al campo?”
Hanji annuì con entusiasmo. “Accompagnato dal Capitano Ackerman e da un paio dei Principi. Non so quali, non ci ho mai capito niente con gli eredi di quella famiglia.”
“Perché tutte le informazioni che li riguardano sono riservate,” disse Erwin. “Lo stesso Uri Reiss dovrebbe avere un figlio illegittimo con gli stessi privilegi di un’Altezza Reale ma nessun diritto sulla corona. Poi ci sono i figli di suo fratello, Rod e, infine, i membri del ramo cadetto della dinastia, fuggiti da Marley anni fa. Uno dei Principi, di fatto, non è un Reiss.”
Hanji sbatté le palpebre un paio di volte, sconvolta. “Non ci ho capito niente.”
Erwin ridacchiò. “È una famiglia reale che ha creato un impero distruggendone un altro, prima di essere confinata su di un'isola con i superstiti della propria gente. È complicata per sua natura.”





Sulla soglia dei quarant'anni il Capitano Kenneth Ackerman, detto Kenny, era un uomo che le aveva vissute tutte. Nato nobile, suo malgrado, accolto a corte ancora adolescente per essere la guardia del corpo dell'allora erede al trono, di cui era divenuto amante prima dei vent'anni. Era sopravvissuto allo sterminio della sua famiglia avvenuto per ordine del vecchio e folle Re e, non contento, era tornato alla corte di Paradise a testa alta, si era guadagnato un titolo militare di tutto rispetto - ma che non lo aveva reso un uomo rispettabile neanche un po’ - e, lungo il processo, aveva anche cresciuto un bambino.
“Quali pensieri di merda affollano la tua testolina, moccioso?” Domandò Kenny, dondolandosi sull'unica sedia che aveva trovato, giusto per spezzare il silenzio e perché non sapere almeno la natura delle riflessioni di suo figlio gli metteva ansia.
Il nanerottolo nemmeno si voltò a guardarlo. “Non penso a niente…“
Uri era ancora in riunione con i Comandanti e Frieda era con lui. Kenny era stato invitato a partecipare a sua volta, ma l'ultima cosa che voleva era mettere suo figlio in una tenda piena di leader militari e farlo interessare alla causa contro Marley. Già l'idea di combattere lo attraeva troppo per i gusti di Kenny.
Levi,” disse con tono più fermo, afferrando il primo oggetto innocuo che trovo - uno dei suoi stivali - e lanciandolo contro suo figlio. “Guardami in faccia quando ti parlo!”
Lo mancò di mezzo metro - di proposito, ovviamente - ma il gesto fu sufficiente a convincere il ragazzino a fulminarlo con uno sguardo. “Che cosa vuoi?”
Kenny ridacchiò. “Bene! Incazzati con me e smettila di guardare l'orizzonte con quell'aria afflitta!”
Levi lanciò un'altra occhiata verso il mare e Kenny non poté evitare di notare che per vederlo bene si era dovuto sedere sopra i due bauli di Frieda. “Quella striscia di terra laggiù è Marley?”
Kenny reclinò la testa da un lato ma da dove era riusciva a stento a vedere l'acqua blu oltre la scogliera. “Sì,” rispose comunque. “Ma a te cosa importa? Non ci andrai mai!”
Levi alzò gli occhi al cielo. “Perché mi hai permesso di venire se ti senti in dovere di controllarmi a vista?”
Kenny allargò le braccia. “Dovevo lasciarti a corte da solo con Rod Reiss e quel biondino che ti sbava dietro?”
Levi storse la bocca. “Zeke non mi sbava dietro.”
Kenny alzò gli occhi al cielo. “Io o Uri dobbiamo averti fatto cadere da piccolo per farti diventare tanto stupido.”
Zeke Jeager era l'ultimo superstite del ramo cadetto della famiglia Fritz - poi divenuta Reiss -, rimasto prigioniero su Marley in seguito alla cacciata di tutti gli Eldian dal continente. Era arrivato alla corte di Paradise all'età di dodici anni su di una zattera che aveva toccato le rive dell'isola per puro miracolo. A Kenny stava sinceramente in quel posto e il suo giudizio su di lui peggiorava drasticamente ogni volta che si aggirava nei pressi di Levi.
“Zeke è interessato a Frieda, non a me.”
“Levi, abbi pietà di me! È interessato a lei solo per ragioni politiche!”
“Sei solo un paranoico di merda, Kenny.”
“Ehi, moccioso, per te sono papà!” Ogni volta che Kenny udiva una stronzata del genere uscire dalla sua bocca sentiva il vecchio se stesso ridere di gusto nella sua testa, seguito dalla voce di Kuchel che lo prendeva in giro con tenerezza.
Aveva rinunciato con codardia a essere il padre di Levi nella sua vita precedente solo per attaccarsi a quel ruolo con le unghie e con i denti per ogni giorno della seconda vita di suo nipote.
Levi saltò giù dai due bauli.
“Dove credi di andare?” Sbraitò Kenny, prima ancora che il suo moccioso decidesse di prendere la via dell’uscita.
“Qui dentro puzza,” rispose Levi. “Mi serve aria.”
“Tu la puzza ce l’hai nel cervello? Ehi! Ti ho già detto di guardarmi in faccia quando ti parlo!” Kenny afferrò il secondo dei suoi stivali e lo lanciò in direzione del ragazzino. Lo mancò di nuovo ma per poco che prendesse Uri mentre rientrava.
“Che sta succedendo qui?” Domandò il Re, rivolgendosi direttamente al suo Capitano. “Kenny?”
Il diretto interessato incrociò le braccia e voltò lo sguardo di lato, rifiutandosi di rispondere come un bambino.
“Mi tedia,” rispose Levi, con tono incolore.
“Sono tuo padre, tediarti è il mio fottuto lavoro!” Replicò Kenny puntando un indice minaccioso contro il ragazzino ingrato a cui aveva dato il nome di suo nonno.
Uri sospiro. “D’accordo,” raccolse lo stivale da terra e lo riportò al suo legittimo proprietario. “Kenny, perchè non la smetti di torturarlo?”
Il Capitano lo fissò allibito. “Io?” Domandò, indicandosi. “Io torturo lui?”
“Non puoi portarlo lontano da casa e pretendere che se ne stia al chiuso tutto il giorno,” replicò Uri, gentilmente.
Kenny assottigliò gli occhi. “Voi complottate per farmi fuori, vero?”
Levi sbuffò. “Che stronzo…”
“Levi,” lo rimproverò Uri, prontamente. “Non ti rivolgere a tuo padre in quel modo.”
Il ragazzino rientrò immediatamente nei ranghi e buttò lì uno scusa a mezza bocca. Erano quelli i terribili momenti in cui Kenny assaggiava per davvero il sapore dell’impotenza: non aveva importanza quanto provasse a farsi rispettare - o temere - da Levi, al moccioso di merda non incuteva neanche un briciolo di soggezione. Uri, invece, era dolce con i bambini la maggior parte del tempo e all’occorrenza gli bastava uno sguardo per convincere Levi e Frieda e tornare al loro posto.
“Che merda…” Bofonchiò il Capitano Ackerman.
Uri gli lanciò uno sguardo eloquente e Kenny tornò a chiudersi dietro un muro di offeso silenzio.
“Levi, perché non vai da tua cugina?” Propose Uri, gentilmente. “Si trova nell’infermeria a fare amicizia con i giovani. Ti va di farle compagnia e assicurarsi che tutti tengano le mani al loro posto?”
Kenny inchiodò lo sguardo contro la nuca del compagno ma il sovrano era un altro soggetto immune alla sua aura minacciosa.
Levi accettò la proposta senza mostrare alcun interesse. “Certo,” si limitò a dire, ma il Capitano Ackerman sapeva che nel profondo stava esultando.
“Prudenza e tornate prima che faccia buio,” furono le condizioni che Uri impose.
Levi annuì due volte e uscì dalla tenda senza concedere al padre il tempo di dire la sua in proposito. Quando Uri si voltò a guardarlo, Kenny stava ancora lì a boccheggiare. “Ti rendi conto di che stronzata hai fatto, Uri?”
Il sovrano appoggiò la schiena al bordo del tavolo su cui il Capitano aveva sgraziatamente posto i piedi privi di stivali. “Devi smetterla di fare così.”
“Devo smettere di fare cosa?” Domandò Kenny, annoiato. “Di essere suo padre? Di proteggerlo? D’impedirgli di volare verso un destino che lo condannerà a morte certa? Abbandonarlo non è andato bene e adesso non va bene prendermi le mie responsabilità con lui?”
Uri gli sorrise pazientemente. “Da quando ha compiuto quindici anni, sei peggiorato.”
“Mi lusinghi sempre, Uri.”
“Che cosa è cambiato?”
“Niente…”
“Kenny…”
Il Capitano gesticolò nervosamente, cercando una via d’uscita da quella situazione di merda ma avrebbe fatto prima a spararsi in testa piuttosto che convincere il sovrano a cambiare discorso. “Non so cosa succede dopo i suoi quattordici anni,” ammise.
Uri lo sospettava. “Non sapevi che cosa sarebbe successo nemmeno i primi sei.”
“Non dire stronzate, sai che è diverso!” Replicò Kenny. “I primi sei anni della sua vita è stato completamente dipendente da noi. Dopo sapevo che cosa fare perchè lo aveva già vissuto, ma adesso… Non mi guarda più come prima.”
Suo malgrado, Uri scoppiò a ridere.
“Che cazzo ridi? È una tragedia!” Sbottò il Capitano. “Non è mai stato un moccioso facile, non mi ha mai reso le cose semplici ma quella volta, prima che lo lasciassi… Che cazzo ne so! Si fidava ciecamente di me, anche se ero un pezzo di merda e l’ho tradito quando l’ho lasciato.”
Uri annuì ascoltando ogni parola con attenzione.
“Se ora sparissi dalla circolazione, lo stronzetto salterebbe di gioia!” Concluse Kenny con rabbia, sbracciando verso il punto in cui Levi era sparito. “Moccioso di merda…”
Il sovrano poggiò una mano sul ginocchio del Capitano. “È esattamente il contrario: è tanto sicuro della tua presenza nella sua vita che ti dà per scontato. Quindici anni, Kenny, non puoi pretendere che cerchi ancora la nostra mano.”
Kenny s’imbronciò come il più viziato dei mocciosi. “Quanto me ne pento…”
“Non è vero e lo sai.”
“Oh, sì, lo so! Per questo mi odio e detesto Kuchel per avermi messo in questa situazione di merda… Di nuovo.”
Uri sorrise tristemente. “La prima volta lo hai reso forte,” disse. “Forse non potevi davvero dargli di più o avevi solo paura di farlo. Ora, però, lo hai reso felice, lo hai tenuto al sicuro, lo hai fatto sentire amato. Non hai temuto per lui allora, perchè dovresti farlo adesso che gli hai dato veramente tutto ciò che hai?”
Kenny lo guardò con astio. “Perché sei così rilassato?”
“Perché mi fido di nostro figlio,” rispose Uri. “Perché non puoi farlo anche tu?”
Il Capitano cercò le parole giuste da dire e quando non le trovò, sbuffò e tolse i piedi dal tavolo per infilare l'unico stivale che aveva a portata di mano. “Non è a Levi che non do fiducia,” disse, alzandosi in piedi per recuperare il secondo. “Ma al mondo di merda in cui è nato.”




***



Dalla loro parte del campo, Erwin trovò la stessa calma che era andato a cercare tra i massi della scogliera. Era corsa voce che l’erede al trono fosse nella tenda dell’infermeria a fare visita ai soldati feriti nell’ultima azione e tutti quelli della sua squadra - adolescente costretti in un mondo di adulti che non perdevano occasione per dimostrare la loro vera età - erano emigrati uno ad uno in quella direzione accusando un misterioso mal di pancia che si era diffuso tra loro a macchia d’olio.
Il Comandante Shadis aveva lasciato correre la cosa alzando gli occhi al cielo. Nonostante la sua fama di militare intransigente, era un uomo gentile e comprensivo nei confronti dei suoi ragazzi. Sapeva che era indispensabile farsi rispettare ma non farsi odiare da loro.
Erwin lo stimava profondamente: aveva combattuto quella guerra fin dall’inizio e aveva visto Eldia trionfare su Marley e cadere per sua madre decine di volte. Gli orrori di cui era stato testimone non si potevano contare e il fatto che fosse sopravvissuto tanto nella milizia era una fortuna, ma non per lui.
La stanchezza che Erwin scorgeva nel suo sguardo durante le cerimonie di commemorazione dei caduti era pari alla fermezza con cui li guidava sul campo di battaglia. Quando lo guardava, Erwin scorgeva del sollievo nella sua espressione misto a un marcato senso di pietà. Il giovane Smith sapeva che se la guerra non se lo fosse preso prima, sarebbe toccato a lui il ruolo del comando e quel giorno avrebbe segnato la fine della maledizione a cui Shadis si era condannato da solo, se per dovere nei confronti della patria o dei compagni caduti non era dato saperlo.
“Il Comandante ti sta guardando,” disse Hanji, sedendosi a gambe incrociate sulla spiaggia.
Erwin si era ritirato vicino alla riva per scrivere un’altra lettera a sua padre, più personale ed aveva confidato nel fatto che il rumore del mare potesse aiutarlo. Non era servito: si era ritrovato tra le mani l’ennesimo rapporto militare condito con le sue preghiere di figlio ingrato. Forse Erwin avrebbe solo dovuto accettare che era assurdo chiedere a un padre di essere orgoglioso di sapere il suo unico figlio costantemente a due passi dalla morte.
“Perchè non chiedi una licenza di qualche giorno?” Propose Hanji con un sorrise gentile. “Torni a casa, tuo padre ti rivede in salute e forse riuscite a tranquillizzarvi entrambi. Shadis non ti dirà di no dopo una vittoria schiacciante come quella a cui hai contribuito.”
Erwin passò gli occhi azzurri sulle poche righe scritte sull’ennesimo foglio di carta strappato dal suo diario. “Proprio perchè abbiamo ottenuto una vittoria schiacciante non mi posso allontanare,” disse. Non confessò all’amica che temeva che i rapporti tra lui e suo padre sarebbero peggiorati se si fossero ritrovati l’uno di fronte all’altro.
Erwin riusciva rimanere saldo e fiero durante un attacco contro Marley, ma non poteva sopportare nemmeno l’idea di uno scontro con suo padre.
“Come vanno i tuoi incubi?” Domandò Hanji.
Erwin sospirò e sollevò gli occhi azzurri sul mare, sull’orizzonte tagliato dalla linea nera delle coste di Marley. “Come sono sempre andati,” rispose. L’amica era l’unica con cui ne parlava. Se Shadis avesse saputo, non ci avrebbe pensato due volte a spedirlo a casa, forse a congedarlo definitivamente.
Ci si poteva aspettare che un soldato perdesse la testa sulla strada della guerra ma un Capo Squadra, il primo candidato a divenire il più giovane Comandante a combattere contro Marley, non poteva permettersi di non essere assolutamente lucido.
“Sono sempre gli stessi?” S’informò Hanji. “Mike dice che ti sente agitarti nel sonno, a volte. Si preoccupa per te ma non lo dice perchè non dai a vedere nulla. Non vuole metterti difficoltà.”
“Ne parla con te, però.”
“Perchè sa che a me non puoi tenere nascosto niente,” replicò Hanji con un sorriso furbetto.
Suo malgrado, anche gli angoli della bocca di Erwin si sollevarono. “E ha ragione…”
“E allora?” Insistette Hanji, facendo toccare le loro spalle. “Sei riuscito a ricordare il suo nome?”
Si riferiva al giovane dai capelli corvini che Erwin vedeva nei suoi sogni, l’unica immagine onirica ricorrente che non fosse ragione di paura o orrore.
“No, non ancora,”
“Io ho riflettuto,” lo informò Hanji.
“Non ne avevo dubbi.”
“Non ci sono prove scientifiche a riguardo, ma se questi sogni sempre uguali fossero ricordi?” Propose. “Se il fanciullo dai capelli corvini e dagli occhi di ghiaccio che continui a sognare sia la tua anima gemella perduta? Forse non ricordare il suo nome è la prova d’amore che devi superare per ritrovarla.”
Erwin inarcò le folte sopracciglia in un’espressione di assoluta perplessità. “Stai scherzando, Hanji?”
L’amica scoppiò a ridere. “Certo che sì!” Si rotolò sulla sabbia. “Hai fatto una faccia!”
Suo malgrado, anche Erwin sorrise un poco.
Una folata di vento gli investì e il giovane Capo Squadra chiuse gli occhi per impedire alla sabbia di accecarlo. Perse presa sulla lettera scritta per suo. Erwin si mosse velocemente ma il vento di mare continuò a soffiare facendo volare la missiva sempre più lontano.
Si alzò in piedi, la inseguì ma fu qualcun altro ad afferrarla per lui.
Levi si ritrovò con la lettera tra le mani per puro caso, solo in un secondo momento notò il ragazzo dai capelli biondi che la stava inseguendo.
“Scusami,” disse Erwin, piantandosi di fronte a lui.
Levi scosse la testa e gli riconsegnò la missiva. Aspettò che il ragazzo lo ringraziasse o che semplicemente si facesse da parte per farlo passare, ma il soldato non si mosse.
“Hai intenzione di farmi passare?” Chiese scocciato.
Erwin sobbalzò, come se si fosse incantato. “Scusami…”
“Lo hai già detto.”
Si guardarono ancora. Non c’era nessuna reale espressione sul viso di Levi, ma Erwin sembrava aver visto un fantasma.
“Sai dirmi dove si trova la tenda dell’infermeria?” Domandò il giovane nobile.
Solo allora il Capo Squadra si fece da parte. “È la grande tenda scura al centro del campo.”
Levi annuì due volte. “Grazie…” Disse a mezza bocca e riprese a camminare.
Erwin non si mosse, come impietrito.
Solo quando Hanji gli afferrò il polso si riscosse. “Tutto bene?” Domandò preoccupata. “Lo conosci?”
Erwin continuò a fissare il giovane dai capelli corvini mentre spariva tra le tende dell’accampamento militare. “Non se sono sicuro…” rispose.

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