1, Savage Garden
Apr. 3rd, 2019 09:58 pmCowT#9 Settimana 7: "Inverno"
In quanto unico cucciolo del suo branco di Lupi, Keith era cresciuto amato e protetto come il più raro e prezioso dei tesori. Una volta diventato abbastanza grande da reggersi sulle sue gambe, però, aveva dovuto imparare a combattere, a essere abbastanza forte per se stesso e i suoi compagni.
Era nato Omega, Keith. Era nato con il potere e la responsabilità di dare alla luce una vita e saperla proteggere. Non era stata una sua libera decisione, la natura aveva scelto per lui e si era ribellato a essa fin dal suo primo respiro.
Sua madre gli aveva ripetuto di continuo che non c’era nessuna debolezza nel dare la vita, che partorire un cucciolo non gli avrebbe impedito di essere un guerriero.
Non era quello a preoccupare Keith, ma il pensiero che una creatura potesse venir chiamata sua e dipendere in tutto e per tutto da lui lo terrorizzava. Non poteva farlo, non si sentiva in grado.
Per questo, in quanto esemplare più giovane del suo branco e privo di qualunque desiderio di assolvere il compito che la natura gli aveva imposto, Keith non aveva potuto far altro che fuggire e liberare la sua famiglia da un’inutile bocca da sfamare. Nessuno lo aveva obbligato o gli aveva suggerito quella strada in qualche modo.
Keith voleva essere un guerriero, il degno erede di suo padre e c’era solo un branco di Lupi che poteva aiutarlo in quello. Se la sua famiglia fosse venuta a conoscenza dei suoi piani, lo sarebbe venuto a riprendere trascinandolo via con la forza.
Keith, però, era un lupo adulto, non aveva bisogno di un branco che prendesse le sue difese o decidesse per lui, e aveva tutte le intenzioni di dimostrarlo.
Ai confini della Foresta, gli alberi erano più bassi e i sentieri più facili da percorrere. Erano luoghi pericolosi, dominio dei Cacciatori Galra. In quegli stessi territori, però, un nuovo giovane signore stava sorgendo, brandendo la sua spada contro ciò che rimaneva dell’Impero.
Keith non conosceva l’aspetto di questo fantomatico nuovo difensore degli Spiriti della Foresta, sapeva solo che era un Lupo bianco e che persino la nobile dinastia dei Cervi si era alleata con lui.
In quella zona della Foresta, gli Spiriti non vivevano come gli animali di cui potevano prendere forma. Non abitavano tane costruite nel terreno o grotte come quella in cui Keith era nato e cresciuto, bensì vecchie fortezze abbandonate dai Cacciatori.
Se Keith avesse detto che non era affascinato da ciò che aveva davanti agli occhi, avrebbe mentito a se stesso.
Tutto intorno a lui era bianco, coperto dalla neve di quell’inverno che sembrava durare da un’eternità. Il cancello della rocca era chiuso e sorvegliato da tre guardie incappucciate. Al di là di esso, una ripida scalinata di pietra, illuminata dalla luce tremolante di una dozzina di fiaccole, conduceva ad un’alta torre. Era l’unica parte dell’antico edificio ad essere completamente intatta.
Keith sapeva che se il Lupo Bianco si trovava davvero in quel luogo, era all’interno di quella costruzione che lo avrebbe trovato.
Con il mantello scuro di suo padre sulle spalle e il cappuccio tirato sopra la testa, Keith uscì allo scoperto. Lo fece lentamente: se avessero deciso che era una minaccia, non lo avrebbero mai lasciato entrare e l’aria pregna dell’odore di Alpha lo invitava ad essere prudente. Non era come a casa.
Lì, quello stesso aroma lo avrebbe fatto sentire protetto, al sicuro. Era diverso in un branco in cui, di fatto, era uno sconosciuto senza nulla da offrire. Aveva la sua determinazione e il suo desiderio di combattere, solo quelli.
Come si era aspettato, gli bastò affondare un paio di passi nella neve, fuori dalla fila di alberi, per essere accerchiato dalle creature di guardia.
“Chi sei?” Ringhiò un Lupo enorme, una femmina. “Che intenzioni hai? Se pensi di essere venuto qui per-”
“Zethrid, forse dovremmo lasciare che risponda,” intervenne la seconda del trio. Non era un Lupo ma Keith non riusciva a capire a quale famiglia di Spiriti appartenesse. “Ciao piccolino.”
Il giovane Lupo s’imbronciò immediatamente. Non sono piccolo, avrebbe voluto dire ma sapeva che le guardie potevano sentire l’odore dei suoi compagni addosso a lui: una prova innegabile di quanto recente fosse l’abbandono del suo branco di origine.
La seconda che aveva parlato aveva grandi occhi azzurri curiosi e non si fece scrupoli ad annusare con più interesse l’aria intorno a lui. “Un lupetto!” Esclamò estatica, guardando la compagna grossa il doppio di lei. “Stessa tua razza, Zethrid!”
Quest’ultima emise un ringhio poco convinto incrociando le braccia contro l’enorme petto.
Keith lanciò un’occhiata alla terza del gruppo. A causa del cappuccio, non poteva vederle il viso ma era silenziosa e la lunga coda che spuntava da sotto il mantello scuro lo informò che doveva essere uno Spirito Rettile di qualche tipo.
Nessuna delle tre apparteneva alla stessa razza. Una cosa singolare per un branco ma di cui non fu completamente sorpreso. Delle centinaia di storie che si raccontavano sul Lupo Bianco, tutte erano concordi sul fatto che non facesse differenze di lignaggio.
Per lui, non contava essere parte di una stirpe nobile come quella dei Cervi o di una inferiore. Il Lupo Bianco cercava qualcosa in particolare nei suoi compagni e Keith era lì per scoprire cosa, dimostrare che era all’altezza per far parte del suo branco e combattere al suo fianco contro l’Impero.
“Per essere un Lupo, è piccolo e gracile!” Commentò Zethrid con una smorfia disgustata. “Me lo potrei mangiare in un sol boccone.”
“Oh, suvvia, non essere esagerata!” Esclamò la seconda – Keith non era riuscito ad afferrare il suo nome. “Almeno due bocconi!”
Il giovane Lupo alzò gli occhi al cielo: se per un istante le aveva temute, ora le trovava semplicemente ridicole. “Sono qui per vedere il vostro Capo Branco,” disse con voce ferma.
Le due si guardarono come se avesse parlato una lingua sconosciuta.
Fu solo allora che la terza del gruppo emise un suono e fu tanto inquietante che Keith sentì un brivido gelido percorrergli tutto il corpo.
“Oh!” Esclamò quella con gli occhi grandi. “Vuole vedere il Capo Branco,” ripeté, come se fosse divertita e diede una gomitata alla compagna.
Zethrid inarcò le sopracciglia, poi comprese e si lasciò andare in una risata fragorosa. “Oh, quel Capo Branco.”
Sentendosi preso in giro, Keith strinse i pugni e drizzò la schiena. “Sono qui per vedere il Lupo Bianco!” Esclamò. “E non me ne andrò fino a che non gli avrò parlato!” Il vento della notte gli tolse il cappuccio da sopra la testa rivelando le orecchie ricoperte da una lucida peluria nera.
Zethrid e l’altra sgranarono gli occhi.
“Ma quanto è carino!” Esclamò quest’ultima.
Nel dubbio che stesse per abbracciarlo, Keith fece tre passi indietro.
“Dobbiamo assolutamente portarlo di sopra, Zethrid!”
“Uhm…” Il Lupo femmina si grattò il retro di una delle grande orecchie. “Non lo so, Ezor. Sembra così mingherlino. Che ce ne facciamo di un guerriero che potrebbe spezzarsi con una folata di vento?”
“Sono forte!” Esclamò Keith. “Posso dimostrarlo. Fatemi sfidare il vostro miglior guerriero a duello!”
Le due lo fissarono basite, poi tornarono a scoppiare a ridere.
“Dobbiamo assolutamente portarlo di sopra!” Esclamò Ezor. “Almeno Acxa deve vederlo! Inoltre, emana un odorino delizioso ma non sono pratica con i lupi. Tu che ne pensi, Zethrid?”
“Che ho il naso congelato!” Esclamò la Lupa gigante. “Ma posso distinguere chiaramente la puzza di latte che si porta ancora addosso!”
“Oh, non siamo così dure con luI!”
Keith si fece di pietra, mentre Ezor gli circondava le spalle con un braccio. “Deve aver fatto un lungo viaggio. Prima di rispedirlo a casa, dovremmo dargli una possibilità e un pasto caldo, povero piccolo!”
“Io non sono piccolo,” ringhiò Keith a bassa voce ma si guardò bene dal lamentarsi ulteriormente.
Mentre si aprivano, il cigolio provocato dai cancelli della torre infranse il silenzio della notte.
Salendo la ripida scalinata di pietra, Ezor e Zethrid non smisero di dire idiozie neanche per un istante. Gli stringevano le braccia e Keith si ritrovava a ondeggiare da un lato all’altro come se fosse un sacco inanimato.
“Al Capo Branco piace già quella creaturina altrettanto mingherlina con le corna!” Esclamò Zethrid.
“Ma chi?” Ezor strabuzzò gli occhi. “La Cerva? Scherzi?”
Keith trattenne il respiro ma per sua fortuna nessuna delle due se ne accorse e continuarono a chiacchierare tra di loro, come se lui non fosse lì. La terza, quella di cui non era ancora riuscito a capire il nome, li seguiva silenziosa e inquietante.
Keith percepiva la sua presenza a meno di un metro di distanza da lui ma non osò lanciarle un’occhiata da sopra la spalla. Non che fosse facile con le altre due che lo strattonavano senza la minima cura.
“La Cerva è una fase!” Esclamò Ezor con un gesto della mano, come a sottolineare che non era nulla d’importante di cui discutere.
“La Cerva è un Principessa,” sottolineò Zethrid.
“Un Principessa di passaggio,” insistette Ezor. “Lei è la sovrana del popolo a cui lui appartiene per metà, ne è affascinato ed è bella. Fine! La cosa più profonda che vedo tra loro è il desiderio comune a restaurare l’Impero!”
“Restaurare!” Urlò Keith, liberandosi dalla stretta delle due e parandosi di fronte a loro. “Avevo sentito dire che il Lupo Bianco combatteva contro l’Impero!”
La Lupa e l’altro Spirito di natura non identificata si fissarono.
“Perchè sei qui, nanerottolo?” Domandò Zethrid con fare minaccioso.
“Per la salvezza della Foresta,” rispose Keith con fermezza. “Per la libertà della sua gente.”
Ezor si grattò il mento. “E perchè tutte queste enormi faccende ti stanno a cuore?”
“Perchè ogni Spirito di questa Foresta è nato libero e nessuno… Nessuno può portargli via questa libertà, nemmeno un Galra.”
“Ma i Galra sono cacciatori per natura,” intervenne una terze voce.
Keith si voltò. Un altro Lupo femmina era comparso in cima alle scale. Le sue orecchie erano scure, ma non corvine come quelle del giovane Omega. Tuttavia, era più simile a lui nell’aspetto della Lupa gigante di nome Zethrid.
L’odore della nuova arrivata arrivò a Keith portato dal vento gelido: Alpha.
“Lui chi è?” Domandò con voce atona. Non pareva allarmata dalla presenza di uno sconosciuto, nè sorpresa che le altre l’avessero lasciato entrare.
“Un cucciolo!” Ezor strinse le spalle del fanciullo. “Non è bellissimo? Siamo certe che al Capo Branco piacerà molto!”
La Lupa scese un paio di gradini, le sopracciglia inarcate. “Capo Branco?” Domandò, confusa.
“Il ragazzino usa paroloni di cui non conosce il significato,” tagliò corto Zethrid. “Parla di libertà, di voler provare il suo valore al Lupo Bianco e altre sciocchezze già sentite.”
“Sì, ma è carino,” insistette Ezor. “Giovanissimo, ha ancora l’odore dei suoi genitori addosso. Non possiamo almeno riconoscergli il coraggio di essere arrivato fino a qui, Acxa?”
Oh, pensò Keith, è lei Acxa.
La Lupa non rispose, si avvicinò ulteriormente e squadrò Keith dall’alto in basso. A differenza delle altre due, non le ci volle molto a capire che cosa era. “Omega…” Disse senza nessuna intonazione particolare.
Keith, però, storse le labbra come se lo avessero appena insultato. “So combattere,” disse. “Mi hanno insegnato fin da bambino.”
“Certo che lo sai fare.” Acxa afferrò l’orlo del suo mantello e lo esaminò per un lungo istante di silenzio. “Il Branco di Marmora sa come crescere i suoi guerrieri. Non fa distinzione se nasci per essere leader o gregario, devi saper proteggere e attaccare quando è necessario. Conoscenza o morte è il vostro motto, giusto?”
Keith non aveva mai preso quell’insegnamento con la serietà con cui gli anziani della sua famiglia avrebbero voluto, i suoi genitori gli avevano insegnato altro. “Sì,” si limitò a rispondere. “Questo è quello in cui crede il branco che mi ha cresciuto.”
Acxa sbatté le palpebre un paio di volte. “Non è più il tuo branco?”
“Ho scelto di andarmene.”
“Posso sapere la ragione?”
“Spiegherò le mie ragioni al vostro Capo Branco,” si limitò a dire Keith. Fu arrogante da parte sua ma non aveva viaggiato fino a lì per esporsi con un membro qualunque del branco.
Acxa non se la prese. “Il tuo nome?”
“Keith…”
“Keith e…?”
“Solo Keith.”
Chiunque altro al suo posto, avrebbe sbattuto quel cucciolo fuori e l’avrebbe lasciato al gelo dell’inverno. Acxa, però, vedeva qualcosa in quei grandi occhi viola ed era certa che anche qualcun altro non sarebbe rimasto rimasto indifferente.
“Vieni,” disse, voltandosi. “Ti condurremo nella sua sala del trono. Tieni lo sguardo basso e non parlare con nessuno.”
Keith annuì, sebbene non capisse la ragione di un simile avvertimento.
Una volta varcato l’ingresso della grande torre, Keith tirò un sospiro di sollievo per l’aria calda che lo investì. Aveva dormito per giorni all’aperto, accontentandosi dei rifugi che la Foresta gli aveva offerto lungo la strada. La natura selvaggia era il suo habitat naturale ma l’assenza di vento gelido sul viso fu una novità che accolse volentieri.
Gli tornarono alla mente gli inverni di quando era solo un cucciolo e la neve gli sembrava solo un gioco, non una possibile condanna a morte. Ricordava la naturalezza con cui si sentiva al sicuro quando rientrava a casa e il calore del fuoco si confondeva con quello dell’abbraccio dei suoi genitori. Ricordava quella tiepida sensazione di sicurezza quando sua madre lo lasciava dormire accanto a lui e suo padre passava la notte fuori, a caccia.
Quella felicità non sarebbe più tornata.
“Per tutti gli alberi della foresta!” Esclamò qualcuna nel grande salone d’ingresso.
Keith sobbalzò e fece per alzare lo sguardo. Un’enorme mano sulla sua nuca – quella di Zethrid – glielo impedì. Non doveva guardare negli occhi nessuno. Nessuno.
“Bene. Lo hai spaventato. Contento?”
“Mi ha preso di sorpresa.”
“Suvvia, è poco più di un cucciolo, togligli gli occhi di dosso!”
“Non dirlo come se non lo stessimo già fissando tutti!”
Keith non aveva bisogno di sollevare lo sguardo per sapere che era vero. Non sapeva quanti Spiriti c’erano nella stanza e l’aria era pregna di troppi odori perchè potesse identificare tutte le razze presenti, ma riusciva a sentire chiaramente i Lupi. Nessuno di loro poteva essere indifferente a un giovanissimo Omega appena staccato dal suo branco.
“Chissà se nasconde un bel culetto sotto quel mantello?”
“E statti un po’ zitto!”
Keith strinse gli occhi e continuò a mettere un piede davanti all’altro lentamente. Prese un respiro profondo e decise di fissare lo sguardo sulla schiena di Acxa. Sentiva la presenza delle altre tre alle sue spalle: nessuno gli avrebbe fatto del male.
E se solo avessero osato…
“Attento alle scale,” lo avvertì Acxa.
Troppo tardi. Keith per poco non inciampò sul primo gradino di una scalinata a chiocciola. L’intera sala esplose in una fragorosa risata. Si costrinse a stringere i pugni e andare avanti.
Quando il vociare che riempiva la sala d’ingresso fu distante, sotto di loro, Keith si permise di parlare di nuovo. “Quello è il branco del Lupo Bianco?” Domandò ad Acxa. Aveva capito che dalle altre due avrebbe ottenuto solo sciocchezze e la quarta del gruppo sembrava essere muta.
La Lupa gli lanciò un’occhiata da sopra la spalla. “Scoprirai che qui le cose funzionano diversamente, Keith. Questo mondo potrebbe assomigliare al tuo o essere il suo esatto contrario, non scordarlo.”
Era una risposta che non chiariva nulla. Keith strinse le labbra in una linea sottile e decise di accettarla per quella che era. “Che cosa siete?” Domandò, forse con un po’ troppa sfacciataggine.
Acxa si fermò e Keith seppe di aver osato troppo. Fu fortunato, la Lupa ebbe pazienza con lui. “Sei un cucciolo del Branco di Marmora,” disse. “Dovresti sapere che cosa sono i Galra.”
Keith sbatté le palpebre un paio di volte, perplesso. “Sono i Cacciatori che hanno distrutto-”
“In origine,” chiarì Acxa. “Sai che cosa erano in origine?”
Il giovane Lupo ingoiò a vuoto. “Erano i Guardiani della Foresta. Difendevano i confini, in modo che i Re e le Regine degli Spiriti potessero regnare in pace. Un po’ bestie, un po’ uomini. Assomigliano agli Spiriti ma non possiedono gli stessi poteri, tuttavia sono più forti.”
“Quindi sai chi era Zarkon.”
Keith alzò gli occhi al cielo: gli sembrava di essere a una lezione di storia di Ulaz. “Zarkon era il signore dei Guardiani. Il più forte. Il più valoroso. Era amico dei quattro grandi sovrani della foresta, in particolare di Alfor, della dinastia dei Cervi.”
“Sai dunque che un tempo Galra e Spiriti vivevano in pace?”
“Sono cose che mi hanno insegnato fin da bambino,” disse Keith, annoiato. “Non vedo che cosa abbiano a che fare con la mia domanda.”
Acxa si voltò e lo guardò. “Abbiamo tutti una cosa in comune qui, Keith,” disse. “I Cervi possono essere nostri alleati nella battaglia contro l’Impero, ma il Lupo Bianco di cui parli come se fosse un essere leggendario ha qualcosa di speciale e dall’odore che emani, credo che lo abbia anche tu.”
Keith non comprese.
“Davvero?!” Esclamò Ezor. “Non lo avrei mai detto!”
Zethrid premette la faccia contro i capelli del giovane per confermare le parole della compagna. Keith si allontanò tempestivamente.
“Io non sento nulla!” Esclamò la Lupa gigante.
“È appena percettibile,” disse Acxa, il suo viso non tradì alcuna espressione nemmeno a quel punto. “La tua natura di Lupo è dominante ma c’è molto di più in te. Solo chi è abituato a percepire quella sfumatura nel tuo odore riesce a capire veramente chi sei.”
Keith non era un idiota. Sapeva quello che era ma lo sorprendeva la facilità con cui la Lupa l’aveva capito. “Siete tutti mezzosangue,” concluse velocemente, quasi stesse pensando ad alta voce.
L’angolo destro della bocca di Acxa si sollevò un poco. “Noi quattro abbiamo tutte qualcosa di Galra e di qualcos’altro,” disse. “Di sotto, nella sala che hai appena attraversato, puoi trovare di tutto. Tutti bambini nati da coppie interspecie. C’è chi lo dimostra di più, chi di meno. Sappiamo entrambi che se i geni di uno dei genitori non dominano, possono accadere cose spiacevoli. A te è andata bene.”
“A tutte voi,” replicò Keith.
Acxa guardò qualcosa sopra la sua testa. “Non a tutte noi,” disse.
Il giovane Lupo non si voltò ma ebbe la sensazione che si stesse riferendo alla quarta del gruppo, quella di cui ancora non sapeva il nome.
Salirono il resto della scala a chiocciola in silenzio. Di tanto in tanto, lungo il percorso, vi era una finestrella lunga e stretta. Keith vi si affacciava per valutare l’altezza ma la tempesta di neve gli impediva di vedere l’orizzonte o gli alberi sottostanti.
Giunti a un pianerottolo troppo piccolo per tutti e cinque, Acxa si voltò. “Potete andare,” disse altre altre tre.
Keith lanciò loro un’occhiata da sopra la spalla: nessuna sembrava aver l’intenzione di muovere un muscolo.
La Lupa sospirò. “Dopo vi racconterò tutto,” promise. “...Nei dettagli.”
Keith vide Ezor e Zethrid sorridere trionfanti e la cosa lo inquietò non poco. Non si mosse, mentre le due trotterellavano allegramente giù per le scale, seguite dalla loro silenziosa compagna.
“Keith.” Acxa attirò di nuovo la sua attenzione. “Lascia parlare me, fino a che non ti viene chiesto di fare altrimenti.”
Se Kolivan fosse stato lì, avrebbe detto che tenere la bocca chiusa al momento giusto non era uno dei talenti del giovanissimo Lupo. Keith annuì.
Acxa imitò il gesto, poi bussò all’unica porta presente sul pianerottolo tre volte.
Keith udì una voce maschile rispondere dall’interno.
“Sono Acxa, mio signore,” disse con rispetto. “Ho qui qualcosa che potrebbe interessarvi.”
Il giovane Lupo storse la bocca in una smorfia. Non sapeva perchè ma si sentiva come un oggetto pronto per essere valutato e, eventualmente, comprato.
Inspirò profondamente dal naso. Era lì per quello, per dimostrare il suo valore e non doveva sorprendersi che ogni sguardo che riceveva fosse un giudizio silezioso.
“Entra…” L’ordine giunse da dietro la porta con fermezza.
Acxa non esitò. Si fece avanti per prima e Keith le fu dietro.
La sala del trono, come l’aveva chiamata la lupa, altro non era che una camera circolare con un grande giaciglio di fronte al camino e un gran disordine tutto intorno. Se non fossero stati circondati da muri di pietra e non vi fosse stato un alto soffitto di legno sopra le loro teste, Keith avrebbe giurato che si trattava della tana di un Lupo.
“E lui chi è?” Domandò una voce maschile, la stessa che aveva dato loro il permesso di entrare.
Keith smise di guardarsi intorno per portare gli occhi sul suo proprietario.
Il Lupo Bianco se ne stava in piedi di fronte al caminetto acceso, un braccio piegato sul davanzale di marmo. Keith ebbe l’impressione che dovevano averlo interrotto mentre rifletteva.
Le orecchie bianche furono la prima cosa che notò, seguite dai lunghi capelli dello stesso colore e la pelle di un pallido viola.
Noi quattro abbiamo tutte qualcosa di Galra, aveva detto Acxa. Evidentemente, non erano le uniche.
Acxa aprì la bocca per poter parlare ma Keith venne immediatamente meno alla promessa fatta e rispose da sè. “Il mio nome è Keith,” disse, facendo un passo in avanti.
La Lupa gli lanciò un’occhiata storta ma il Lupo Bianco non parve disturbato dalla sua arroganza. “Calma, Acxa,” disse, allontanandosi dal caminetto. “Un Lupo è pur sempre un Lupo, non importa quanto giovane.”
Keith restò a fissarlo, immobile. Il Lupo Bianco attraversò la stanza lentamente, studiando la sua immagine con un ghigno che lasciava intravvedere i canini candidi. “Keith, hai detto?”
Il fanciullo annu
“E da dove vie-?” La voce del Lupo Bianco venne spezzata da qualcosa.
Keith non riuscì a comprendere cosa, ma ora erano a meno di un metro di distanza e riusciva a vedere il colore dei suoi occhi: erano indaco. Il ghigno sulle sue labbra, però, era sparito in favore di un’espressione sorpresa… Ma non troppo.
Era come se si stesse sforzando in ogni modo di controllarsi.
Si voltò verso Acxa. “Dove lo avete trovato?”
“Lui è venuto da noi,” rispose la Lupa.
Gli occhi indaco tornarono su quelli viola del Lupo più giovane. Keith fece per aggiungere qualcosa, quando le dita del Lupo Bianco sfiorarono il suo mantello. “Marmora…” Mormorò, un po’ accigliato. “Sei un traditore, dunque?” Domandò, guardandolo dritto negli occhi.
Keith scosse la testa. “No,” rispose offeso. “Non mi restava altra scelta che andarmene e nessuno mi ha fermato. Ho scelto liberamente.”
“Qual era la seconda scelta?” Domandò il Lupo Bianco pazientemente.
“Ho detto…”
“C’è sempre una seconda via.”
Keith non abbassò lo sguardo, ma nemmeno fornì una risposta.
Il Lupo Bianco si chinò su di lui sfiorando una delle orecchie corvine con il suo naso. Keith si fece di pietra.
“Omega…” Concluse l’altro facendosi indietro. “Ecco quel era la seconda scelta.”
Nei suoi occhi color indaco, Keith vide qualcosa di terribilmente simile alla pietà e la cosa lo fece infuriare. “Sono stato cresciuto per essere un guerriero.”
Il Lupo Bianco annuì. “Sei nato Lupo, non potresti essere altrimenti.”
Seguì il silenzio. Keith lo fissò. Non si era aspettato nulla in particolare ma quello che aveva di fronte non corrispondeva a nessuna delle sue fantasie. Il Lupo Bianco era un mezzosangue Galra non molto diverso da lui.
Le storie che si raccontavano nella Foresta lo aveva preparato a qualcosa di poco realistico.
Dopo un’attenta analisi, il Lupo Bianco si voltò e tornò accanto al caminetto acceso. “Perchè sei qui, Keith?” Domandò.
“Per la libertà,” rispose Keith.
L’altro rise. Una risata bassa, amara. “Grandi ideali per un Lupo che è poco più di un cucciolo.”
“Mi sottovaluti?” Gli parlò come se fosse un suo pari. “Non sei nulla di diverso da me.” Era quasi vero, la sola differenza tra loro era il possesso di un branco.
Per un Lupo equivale alla differenza tra la vita e la morte, sì, ma decise d’ignorare quella verità in favore di un po’ d’arroganza. Kolivan, Ulaz, Thace e tutti gli altri gli avevano insegnato uno stile di condotta molto diverso, ma Keith era da solo su quella strada e l’avrebbe percorsa a modo suo.
Gli occhi di Acxa divennero enormi, infuocati dall’ira. “Come osi-!”
“Aspetta, Acxa,” le ordinò il Lupo Bianco. “Sì, sono un Lupo come te, ho qualcosa di Galra come te… Anche se non riesco a intuire come ti sia arrivata questa parte di eredità.”
Keith strinse le labbra e non rispose: era una storia troppo lunga.
“Il tuo odore mi dice anche un’altra cosa,” aggiunse il Lupo Bianco. “Nelle vene di entrambi scorre il sangue di una nobile dinastia sulla via dell’estinzione. Si percepisce appena ma è lì, presente. È da quel sangue che hai ereditato quei tratti delicati? I Lupi, anche quelli più giovani, tendono ad avere un’altra struttura… Ne so qualcosa, io stesso non sono il ritratto del Lupo perfetto.”
Gli occhi indaco del Lupo Bianco erano colmi d’interesse mentre lo fissavano. “Tu non conosci il mio nome, vero?”
Keith scosse la testa.
“Non sai chi sono?”
“Ho sentito delle voci. Ho tirato le mie conclusioni.”
“Io non conoscevo il tuo nome prima di oggi,” disse il Lupo Bianco. “Eppure, credo di aver capito chi sei… Dimmi, Keith, chi erano i tuoi genitori?”
E Keith rispose. Fu sincero e diretto, perchè voleva che il Lupo Bianco sapesse chi era. Era stato lui il primo a parlare di eredità e Keith ne aveva una di un certo peso da giocare. Tutto stava nel sapersela giocare bene.
Il viso di Acxa divenne una maschera di pura sorpresa.
Keith, però, la ignorò. La sua attenzione era tutta per il Lupo Bianco e per quel sorriso difficile da interpretare che comparve sulle sue labbra. Pareva gentile, ma i giochi di luce che il fuoco compiva sul suo viso gli conferivano qualcosa di oscuro.
Keith non ne era intimorito.
“Acxa, fai chiamare Allura,” ordinò. “Dille che un membro della sua famiglia è tornato a casa.”
La Lupa esitò solo un istante, poi chinò la testa e uscì dalla stanza senza rivolgere a Keith nemmeno uno sguardo.
Il giovane Lupo non se ne preoccupò, gli occhi viola fissi sulla figura del Lupo Bianco. Questi esaurì la distanza tra loro una seconda volta, guardandolo con occhi diversi. “Benvenuto a casa, Keith,” disse porgendogli la mano. “Il mio nome è Lotor, sono il Principe dei Galra e…”
“...Unico figlio di Zarkon,” concluse Keith per nulla sorpreso.
Comprendendo che non ci sarebbe mai stata una stretta di mano, Lotor riadagiò il braccio lungo il fianco. “Sapevo della tua esistenza,” ammise. “Una creatura un po’ Lupo, un po’ Galra e appartenente alla nobile stirpe dei Cervi.”
“Sono un Lupo,” disse Keith fermamente. “Il mio cuore è fedele a quella natura.”
Lotor non si era aspettato nulla di meno. “Come desiderate,” chinò appena il capo con rispetto. “Vostra Altezza.”
Gli occhi viola di Keith si fecero grandi: era consapevole del suo lignaggio, ma era cresciuto in un mondo in cui quel titolo era privo di qualsiasi valore e lui stesso non gliene aveva mai dato uno.
Non ebbe il tempo di dire nulla a riguardo.
La porta della camera si aprì e sbatté contro il muro di pietra. “Keith!”
Il fanciullo si voltò.
Allura era proprio come la ricordava; dai lunghi capelli candidi, alle corna reali sulla sua testa. Il vecchio e fedele Coran era dietro di lei ma Keith riuscì a lasciargli solo un’occhiata fugace.
Le braccia di Allura lo avvolsero con forza, come soleva fare sua madre quando non gli ubbidiva e lo faceva spaventare. Anche il profumo era simile.
Di colpo, Keith si rese conto di essere tremendamente stanco e il desiderio di chiudere le palpebre fu enorme. Non lo assecondò.
Gli occhi indaco del Lupo Bianco erano ancora su di lui.
Keith sollevò i suoi e rispose allo sguardo.
L’inverno in cui i lupi si sarebbero ripresi tutto quello che era loro era appena cominciato.
In quanto unico cucciolo del suo branco di Lupi, Keith era cresciuto amato e protetto come il più raro e prezioso dei tesori. Una volta diventato abbastanza grande da reggersi sulle sue gambe, però, aveva dovuto imparare a combattere, a essere abbastanza forte per se stesso e i suoi compagni.
Era nato Omega, Keith. Era nato con il potere e la responsabilità di dare alla luce una vita e saperla proteggere. Non era stata una sua libera decisione, la natura aveva scelto per lui e si era ribellato a essa fin dal suo primo respiro.
Sua madre gli aveva ripetuto di continuo che non c’era nessuna debolezza nel dare la vita, che partorire un cucciolo non gli avrebbe impedito di essere un guerriero.
Non era quello a preoccupare Keith, ma il pensiero che una creatura potesse venir chiamata sua e dipendere in tutto e per tutto da lui lo terrorizzava. Non poteva farlo, non si sentiva in grado.
Per questo, in quanto esemplare più giovane del suo branco e privo di qualunque desiderio di assolvere il compito che la natura gli aveva imposto, Keith non aveva potuto far altro che fuggire e liberare la sua famiglia da un’inutile bocca da sfamare. Nessuno lo aveva obbligato o gli aveva suggerito quella strada in qualche modo.
Keith voleva essere un guerriero, il degno erede di suo padre e c’era solo un branco di Lupi che poteva aiutarlo in quello. Se la sua famiglia fosse venuta a conoscenza dei suoi piani, lo sarebbe venuto a riprendere trascinandolo via con la forza.
Keith, però, era un lupo adulto, non aveva bisogno di un branco che prendesse le sue difese o decidesse per lui, e aveva tutte le intenzioni di dimostrarlo.
Ai confini della Foresta, gli alberi erano più bassi e i sentieri più facili da percorrere. Erano luoghi pericolosi, dominio dei Cacciatori Galra. In quegli stessi territori, però, un nuovo giovane signore stava sorgendo, brandendo la sua spada contro ciò che rimaneva dell’Impero.
Keith non conosceva l’aspetto di questo fantomatico nuovo difensore degli Spiriti della Foresta, sapeva solo che era un Lupo bianco e che persino la nobile dinastia dei Cervi si era alleata con lui.
In quella zona della Foresta, gli Spiriti non vivevano come gli animali di cui potevano prendere forma. Non abitavano tane costruite nel terreno o grotte come quella in cui Keith era nato e cresciuto, bensì vecchie fortezze abbandonate dai Cacciatori.
Se Keith avesse detto che non era affascinato da ciò che aveva davanti agli occhi, avrebbe mentito a se stesso.
Tutto intorno a lui era bianco, coperto dalla neve di quell’inverno che sembrava durare da un’eternità. Il cancello della rocca era chiuso e sorvegliato da tre guardie incappucciate. Al di là di esso, una ripida scalinata di pietra, illuminata dalla luce tremolante di una dozzina di fiaccole, conduceva ad un’alta torre. Era l’unica parte dell’antico edificio ad essere completamente intatta.
Keith sapeva che se il Lupo Bianco si trovava davvero in quel luogo, era all’interno di quella costruzione che lo avrebbe trovato.
Con il mantello scuro di suo padre sulle spalle e il cappuccio tirato sopra la testa, Keith uscì allo scoperto. Lo fece lentamente: se avessero deciso che era una minaccia, non lo avrebbero mai lasciato entrare e l’aria pregna dell’odore di Alpha lo invitava ad essere prudente. Non era come a casa.
Lì, quello stesso aroma lo avrebbe fatto sentire protetto, al sicuro. Era diverso in un branco in cui, di fatto, era uno sconosciuto senza nulla da offrire. Aveva la sua determinazione e il suo desiderio di combattere, solo quelli.
Come si era aspettato, gli bastò affondare un paio di passi nella neve, fuori dalla fila di alberi, per essere accerchiato dalle creature di guardia.
“Chi sei?” Ringhiò un Lupo enorme, una femmina. “Che intenzioni hai? Se pensi di essere venuto qui per-”
“Zethrid, forse dovremmo lasciare che risponda,” intervenne la seconda del trio. Non era un Lupo ma Keith non riusciva a capire a quale famiglia di Spiriti appartenesse. “Ciao piccolino.”
Il giovane Lupo s’imbronciò immediatamente. Non sono piccolo, avrebbe voluto dire ma sapeva che le guardie potevano sentire l’odore dei suoi compagni addosso a lui: una prova innegabile di quanto recente fosse l’abbandono del suo branco di origine.
La seconda che aveva parlato aveva grandi occhi azzurri curiosi e non si fece scrupoli ad annusare con più interesse l’aria intorno a lui. “Un lupetto!” Esclamò estatica, guardando la compagna grossa il doppio di lei. “Stessa tua razza, Zethrid!”
Quest’ultima emise un ringhio poco convinto incrociando le braccia contro l’enorme petto.
Keith lanciò un’occhiata alla terza del gruppo. A causa del cappuccio, non poteva vederle il viso ma era silenziosa e la lunga coda che spuntava da sotto il mantello scuro lo informò che doveva essere uno Spirito Rettile di qualche tipo.
Nessuna delle tre apparteneva alla stessa razza. Una cosa singolare per un branco ma di cui non fu completamente sorpreso. Delle centinaia di storie che si raccontavano sul Lupo Bianco, tutte erano concordi sul fatto che non facesse differenze di lignaggio.
Per lui, non contava essere parte di una stirpe nobile come quella dei Cervi o di una inferiore. Il Lupo Bianco cercava qualcosa in particolare nei suoi compagni e Keith era lì per scoprire cosa, dimostrare che era all’altezza per far parte del suo branco e combattere al suo fianco contro l’Impero.
“Per essere un Lupo, è piccolo e gracile!” Commentò Zethrid con una smorfia disgustata. “Me lo potrei mangiare in un sol boccone.”
“Oh, suvvia, non essere esagerata!” Esclamò la seconda – Keith non era riuscito ad afferrare il suo nome. “Almeno due bocconi!”
Il giovane Lupo alzò gli occhi al cielo: se per un istante le aveva temute, ora le trovava semplicemente ridicole. “Sono qui per vedere il vostro Capo Branco,” disse con voce ferma.
Le due si guardarono come se avesse parlato una lingua sconosciuta.
Fu solo allora che la terza del gruppo emise un suono e fu tanto inquietante che Keith sentì un brivido gelido percorrergli tutto il corpo.
“Oh!” Esclamò quella con gli occhi grandi. “Vuole vedere il Capo Branco,” ripeté, come se fosse divertita e diede una gomitata alla compagna.
Zethrid inarcò le sopracciglia, poi comprese e si lasciò andare in una risata fragorosa. “Oh, quel Capo Branco.”
Sentendosi preso in giro, Keith strinse i pugni e drizzò la schiena. “Sono qui per vedere il Lupo Bianco!” Esclamò. “E non me ne andrò fino a che non gli avrò parlato!” Il vento della notte gli tolse il cappuccio da sopra la testa rivelando le orecchie ricoperte da una lucida peluria nera.
Zethrid e l’altra sgranarono gli occhi.
“Ma quanto è carino!” Esclamò quest’ultima.
Nel dubbio che stesse per abbracciarlo, Keith fece tre passi indietro.
“Dobbiamo assolutamente portarlo di sopra, Zethrid!”
“Uhm…” Il Lupo femmina si grattò il retro di una delle grande orecchie. “Non lo so, Ezor. Sembra così mingherlino. Che ce ne facciamo di un guerriero che potrebbe spezzarsi con una folata di vento?”
“Sono forte!” Esclamò Keith. “Posso dimostrarlo. Fatemi sfidare il vostro miglior guerriero a duello!”
Le due lo fissarono basite, poi tornarono a scoppiare a ridere.
“Dobbiamo assolutamente portarlo di sopra!” Esclamò Ezor. “Almeno Acxa deve vederlo! Inoltre, emana un odorino delizioso ma non sono pratica con i lupi. Tu che ne pensi, Zethrid?”
“Che ho il naso congelato!” Esclamò la Lupa gigante. “Ma posso distinguere chiaramente la puzza di latte che si porta ancora addosso!”
“Oh, non siamo così dure con luI!”
Keith si fece di pietra, mentre Ezor gli circondava le spalle con un braccio. “Deve aver fatto un lungo viaggio. Prima di rispedirlo a casa, dovremmo dargli una possibilità e un pasto caldo, povero piccolo!”
“Io non sono piccolo,” ringhiò Keith a bassa voce ma si guardò bene dal lamentarsi ulteriormente.
Mentre si aprivano, il cigolio provocato dai cancelli della torre infranse il silenzio della notte.
Salendo la ripida scalinata di pietra, Ezor e Zethrid non smisero di dire idiozie neanche per un istante. Gli stringevano le braccia e Keith si ritrovava a ondeggiare da un lato all’altro come se fosse un sacco inanimato.
“Al Capo Branco piace già quella creaturina altrettanto mingherlina con le corna!” Esclamò Zethrid.
“Ma chi?” Ezor strabuzzò gli occhi. “La Cerva? Scherzi?”
Keith trattenne il respiro ma per sua fortuna nessuna delle due se ne accorse e continuarono a chiacchierare tra di loro, come se lui non fosse lì. La terza, quella di cui non era ancora riuscito a capire il nome, li seguiva silenziosa e inquietante.
Keith percepiva la sua presenza a meno di un metro di distanza da lui ma non osò lanciarle un’occhiata da sopra la spalla. Non che fosse facile con le altre due che lo strattonavano senza la minima cura.
“La Cerva è una fase!” Esclamò Ezor con un gesto della mano, come a sottolineare che non era nulla d’importante di cui discutere.
“La Cerva è un Principessa,” sottolineò Zethrid.
“Un Principessa di passaggio,” insistette Ezor. “Lei è la sovrana del popolo a cui lui appartiene per metà, ne è affascinato ed è bella. Fine! La cosa più profonda che vedo tra loro è il desiderio comune a restaurare l’Impero!”
“Restaurare!” Urlò Keith, liberandosi dalla stretta delle due e parandosi di fronte a loro. “Avevo sentito dire che il Lupo Bianco combatteva contro l’Impero!”
La Lupa e l’altro Spirito di natura non identificata si fissarono.
“Perchè sei qui, nanerottolo?” Domandò Zethrid con fare minaccioso.
“Per la salvezza della Foresta,” rispose Keith con fermezza. “Per la libertà della sua gente.”
Ezor si grattò il mento. “E perchè tutte queste enormi faccende ti stanno a cuore?”
“Perchè ogni Spirito di questa Foresta è nato libero e nessuno… Nessuno può portargli via questa libertà, nemmeno un Galra.”
“Ma i Galra sono cacciatori per natura,” intervenne una terze voce.
Keith si voltò. Un altro Lupo femmina era comparso in cima alle scale. Le sue orecchie erano scure, ma non corvine come quelle del giovane Omega. Tuttavia, era più simile a lui nell’aspetto della Lupa gigante di nome Zethrid.
L’odore della nuova arrivata arrivò a Keith portato dal vento gelido: Alpha.
“Lui chi è?” Domandò con voce atona. Non pareva allarmata dalla presenza di uno sconosciuto, nè sorpresa che le altre l’avessero lasciato entrare.
“Un cucciolo!” Ezor strinse le spalle del fanciullo. “Non è bellissimo? Siamo certe che al Capo Branco piacerà molto!”
La Lupa scese un paio di gradini, le sopracciglia inarcate. “Capo Branco?” Domandò, confusa.
“Il ragazzino usa paroloni di cui non conosce il significato,” tagliò corto Zethrid. “Parla di libertà, di voler provare il suo valore al Lupo Bianco e altre sciocchezze già sentite.”
“Sì, ma è carino,” insistette Ezor. “Giovanissimo, ha ancora l’odore dei suoi genitori addosso. Non possiamo almeno riconoscergli il coraggio di essere arrivato fino a qui, Acxa?”
Oh, pensò Keith, è lei Acxa.
La Lupa non rispose, si avvicinò ulteriormente e squadrò Keith dall’alto in basso. A differenza delle altre due, non le ci volle molto a capire che cosa era. “Omega…” Disse senza nessuna intonazione particolare.
Keith, però, storse le labbra come se lo avessero appena insultato. “So combattere,” disse. “Mi hanno insegnato fin da bambino.”
“Certo che lo sai fare.” Acxa afferrò l’orlo del suo mantello e lo esaminò per un lungo istante di silenzio. “Il Branco di Marmora sa come crescere i suoi guerrieri. Non fa distinzione se nasci per essere leader o gregario, devi saper proteggere e attaccare quando è necessario. Conoscenza o morte è il vostro motto, giusto?”
Keith non aveva mai preso quell’insegnamento con la serietà con cui gli anziani della sua famiglia avrebbero voluto, i suoi genitori gli avevano insegnato altro. “Sì,” si limitò a rispondere. “Questo è quello in cui crede il branco che mi ha cresciuto.”
Acxa sbatté le palpebre un paio di volte. “Non è più il tuo branco?”
“Ho scelto di andarmene.”
“Posso sapere la ragione?”
“Spiegherò le mie ragioni al vostro Capo Branco,” si limitò a dire Keith. Fu arrogante da parte sua ma non aveva viaggiato fino a lì per esporsi con un membro qualunque del branco.
Acxa non se la prese. “Il tuo nome?”
“Keith…”
“Keith e…?”
“Solo Keith.”
Chiunque altro al suo posto, avrebbe sbattuto quel cucciolo fuori e l’avrebbe lasciato al gelo dell’inverno. Acxa, però, vedeva qualcosa in quei grandi occhi viola ed era certa che anche qualcun altro non sarebbe rimasto rimasto indifferente.
“Vieni,” disse, voltandosi. “Ti condurremo nella sua sala del trono. Tieni lo sguardo basso e non parlare con nessuno.”
Keith annuì, sebbene non capisse la ragione di un simile avvertimento.
Una volta varcato l’ingresso della grande torre, Keith tirò un sospiro di sollievo per l’aria calda che lo investì. Aveva dormito per giorni all’aperto, accontentandosi dei rifugi che la Foresta gli aveva offerto lungo la strada. La natura selvaggia era il suo habitat naturale ma l’assenza di vento gelido sul viso fu una novità che accolse volentieri.
Gli tornarono alla mente gli inverni di quando era solo un cucciolo e la neve gli sembrava solo un gioco, non una possibile condanna a morte. Ricordava la naturalezza con cui si sentiva al sicuro quando rientrava a casa e il calore del fuoco si confondeva con quello dell’abbraccio dei suoi genitori. Ricordava quella tiepida sensazione di sicurezza quando sua madre lo lasciava dormire accanto a lui e suo padre passava la notte fuori, a caccia.
Quella felicità non sarebbe più tornata.
“Per tutti gli alberi della foresta!” Esclamò qualcuna nel grande salone d’ingresso.
Keith sobbalzò e fece per alzare lo sguardo. Un’enorme mano sulla sua nuca – quella di Zethrid – glielo impedì. Non doveva guardare negli occhi nessuno. Nessuno.
“Bene. Lo hai spaventato. Contento?”
“Mi ha preso di sorpresa.”
“Suvvia, è poco più di un cucciolo, togligli gli occhi di dosso!”
“Non dirlo come se non lo stessimo già fissando tutti!”
Keith non aveva bisogno di sollevare lo sguardo per sapere che era vero. Non sapeva quanti Spiriti c’erano nella stanza e l’aria era pregna di troppi odori perchè potesse identificare tutte le razze presenti, ma riusciva a sentire chiaramente i Lupi. Nessuno di loro poteva essere indifferente a un giovanissimo Omega appena staccato dal suo branco.
“Chissà se nasconde un bel culetto sotto quel mantello?”
“E statti un po’ zitto!”
Keith strinse gli occhi e continuò a mettere un piede davanti all’altro lentamente. Prese un respiro profondo e decise di fissare lo sguardo sulla schiena di Acxa. Sentiva la presenza delle altre tre alle sue spalle: nessuno gli avrebbe fatto del male.
E se solo avessero osato…
“Attento alle scale,” lo avvertì Acxa.
Troppo tardi. Keith per poco non inciampò sul primo gradino di una scalinata a chiocciola. L’intera sala esplose in una fragorosa risata. Si costrinse a stringere i pugni e andare avanti.
Quando il vociare che riempiva la sala d’ingresso fu distante, sotto di loro, Keith si permise di parlare di nuovo. “Quello è il branco del Lupo Bianco?” Domandò ad Acxa. Aveva capito che dalle altre due avrebbe ottenuto solo sciocchezze e la quarta del gruppo sembrava essere muta.
La Lupa gli lanciò un’occhiata da sopra la spalla. “Scoprirai che qui le cose funzionano diversamente, Keith. Questo mondo potrebbe assomigliare al tuo o essere il suo esatto contrario, non scordarlo.”
Era una risposta che non chiariva nulla. Keith strinse le labbra in una linea sottile e decise di accettarla per quella che era. “Che cosa siete?” Domandò, forse con un po’ troppa sfacciataggine.
Acxa si fermò e Keith seppe di aver osato troppo. Fu fortunato, la Lupa ebbe pazienza con lui. “Sei un cucciolo del Branco di Marmora,” disse. “Dovresti sapere che cosa sono i Galra.”
Keith sbatté le palpebre un paio di volte, perplesso. “Sono i Cacciatori che hanno distrutto-”
“In origine,” chiarì Acxa. “Sai che cosa erano in origine?”
Il giovane Lupo ingoiò a vuoto. “Erano i Guardiani della Foresta. Difendevano i confini, in modo che i Re e le Regine degli Spiriti potessero regnare in pace. Un po’ bestie, un po’ uomini. Assomigliano agli Spiriti ma non possiedono gli stessi poteri, tuttavia sono più forti.”
“Quindi sai chi era Zarkon.”
Keith alzò gli occhi al cielo: gli sembrava di essere a una lezione di storia di Ulaz. “Zarkon era il signore dei Guardiani. Il più forte. Il più valoroso. Era amico dei quattro grandi sovrani della foresta, in particolare di Alfor, della dinastia dei Cervi.”
“Sai dunque che un tempo Galra e Spiriti vivevano in pace?”
“Sono cose che mi hanno insegnato fin da bambino,” disse Keith, annoiato. “Non vedo che cosa abbiano a che fare con la mia domanda.”
Acxa si voltò e lo guardò. “Abbiamo tutti una cosa in comune qui, Keith,” disse. “I Cervi possono essere nostri alleati nella battaglia contro l’Impero, ma il Lupo Bianco di cui parli come se fosse un essere leggendario ha qualcosa di speciale e dall’odore che emani, credo che lo abbia anche tu.”
Keith non comprese.
“Davvero?!” Esclamò Ezor. “Non lo avrei mai detto!”
Zethrid premette la faccia contro i capelli del giovane per confermare le parole della compagna. Keith si allontanò tempestivamente.
“Io non sento nulla!” Esclamò la Lupa gigante.
“È appena percettibile,” disse Acxa, il suo viso non tradì alcuna espressione nemmeno a quel punto. “La tua natura di Lupo è dominante ma c’è molto di più in te. Solo chi è abituato a percepire quella sfumatura nel tuo odore riesce a capire veramente chi sei.”
Keith non era un idiota. Sapeva quello che era ma lo sorprendeva la facilità con cui la Lupa l’aveva capito. “Siete tutti mezzosangue,” concluse velocemente, quasi stesse pensando ad alta voce.
L’angolo destro della bocca di Acxa si sollevò un poco. “Noi quattro abbiamo tutte qualcosa di Galra e di qualcos’altro,” disse. “Di sotto, nella sala che hai appena attraversato, puoi trovare di tutto. Tutti bambini nati da coppie interspecie. C’è chi lo dimostra di più, chi di meno. Sappiamo entrambi che se i geni di uno dei genitori non dominano, possono accadere cose spiacevoli. A te è andata bene.”
“A tutte voi,” replicò Keith.
Acxa guardò qualcosa sopra la sua testa. “Non a tutte noi,” disse.
Il giovane Lupo non si voltò ma ebbe la sensazione che si stesse riferendo alla quarta del gruppo, quella di cui ancora non sapeva il nome.
Salirono il resto della scala a chiocciola in silenzio. Di tanto in tanto, lungo il percorso, vi era una finestrella lunga e stretta. Keith vi si affacciava per valutare l’altezza ma la tempesta di neve gli impediva di vedere l’orizzonte o gli alberi sottostanti.
Giunti a un pianerottolo troppo piccolo per tutti e cinque, Acxa si voltò. “Potete andare,” disse altre altre tre.
Keith lanciò loro un’occhiata da sopra la spalla: nessuna sembrava aver l’intenzione di muovere un muscolo.
La Lupa sospirò. “Dopo vi racconterò tutto,” promise. “...Nei dettagli.”
Keith vide Ezor e Zethrid sorridere trionfanti e la cosa lo inquietò non poco. Non si mosse, mentre le due trotterellavano allegramente giù per le scale, seguite dalla loro silenziosa compagna.
“Keith.” Acxa attirò di nuovo la sua attenzione. “Lascia parlare me, fino a che non ti viene chiesto di fare altrimenti.”
Se Kolivan fosse stato lì, avrebbe detto che tenere la bocca chiusa al momento giusto non era uno dei talenti del giovanissimo Lupo. Keith annuì.
Acxa imitò il gesto, poi bussò all’unica porta presente sul pianerottolo tre volte.
Keith udì una voce maschile rispondere dall’interno.
“Sono Acxa, mio signore,” disse con rispetto. “Ho qui qualcosa che potrebbe interessarvi.”
Il giovane Lupo storse la bocca in una smorfia. Non sapeva perchè ma si sentiva come un oggetto pronto per essere valutato e, eventualmente, comprato.
Inspirò profondamente dal naso. Era lì per quello, per dimostrare il suo valore e non doveva sorprendersi che ogni sguardo che riceveva fosse un giudizio silezioso.
“Entra…” L’ordine giunse da dietro la porta con fermezza.
Acxa non esitò. Si fece avanti per prima e Keith le fu dietro.
La sala del trono, come l’aveva chiamata la lupa, altro non era che una camera circolare con un grande giaciglio di fronte al camino e un gran disordine tutto intorno. Se non fossero stati circondati da muri di pietra e non vi fosse stato un alto soffitto di legno sopra le loro teste, Keith avrebbe giurato che si trattava della tana di un Lupo.
“E lui chi è?” Domandò una voce maschile, la stessa che aveva dato loro il permesso di entrare.
Keith smise di guardarsi intorno per portare gli occhi sul suo proprietario.
Il Lupo Bianco se ne stava in piedi di fronte al caminetto acceso, un braccio piegato sul davanzale di marmo. Keith ebbe l’impressione che dovevano averlo interrotto mentre rifletteva.
Le orecchie bianche furono la prima cosa che notò, seguite dai lunghi capelli dello stesso colore e la pelle di un pallido viola.
Noi quattro abbiamo tutte qualcosa di Galra, aveva detto Acxa. Evidentemente, non erano le uniche.
Acxa aprì la bocca per poter parlare ma Keith venne immediatamente meno alla promessa fatta e rispose da sè. “Il mio nome è Keith,” disse, facendo un passo in avanti.
La Lupa gli lanciò un’occhiata storta ma il Lupo Bianco non parve disturbato dalla sua arroganza. “Calma, Acxa,” disse, allontanandosi dal caminetto. “Un Lupo è pur sempre un Lupo, non importa quanto giovane.”
Keith restò a fissarlo, immobile. Il Lupo Bianco attraversò la stanza lentamente, studiando la sua immagine con un ghigno che lasciava intravvedere i canini candidi. “Keith, hai detto?”
Il fanciullo annu
“E da dove vie-?” La voce del Lupo Bianco venne spezzata da qualcosa.
Keith non riuscì a comprendere cosa, ma ora erano a meno di un metro di distanza e riusciva a vedere il colore dei suoi occhi: erano indaco. Il ghigno sulle sue labbra, però, era sparito in favore di un’espressione sorpresa… Ma non troppo.
Era come se si stesse sforzando in ogni modo di controllarsi.
Si voltò verso Acxa. “Dove lo avete trovato?”
“Lui è venuto da noi,” rispose la Lupa.
Gli occhi indaco tornarono su quelli viola del Lupo più giovane. Keith fece per aggiungere qualcosa, quando le dita del Lupo Bianco sfiorarono il suo mantello. “Marmora…” Mormorò, un po’ accigliato. “Sei un traditore, dunque?” Domandò, guardandolo dritto negli occhi.
Keith scosse la testa. “No,” rispose offeso. “Non mi restava altra scelta che andarmene e nessuno mi ha fermato. Ho scelto liberamente.”
“Qual era la seconda scelta?” Domandò il Lupo Bianco pazientemente.
“Ho detto…”
“C’è sempre una seconda via.”
Keith non abbassò lo sguardo, ma nemmeno fornì una risposta.
Il Lupo Bianco si chinò su di lui sfiorando una delle orecchie corvine con il suo naso. Keith si fece di pietra.
“Omega…” Concluse l’altro facendosi indietro. “Ecco quel era la seconda scelta.”
Nei suoi occhi color indaco, Keith vide qualcosa di terribilmente simile alla pietà e la cosa lo fece infuriare. “Sono stato cresciuto per essere un guerriero.”
Il Lupo Bianco annuì. “Sei nato Lupo, non potresti essere altrimenti.”
Seguì il silenzio. Keith lo fissò. Non si era aspettato nulla in particolare ma quello che aveva di fronte non corrispondeva a nessuna delle sue fantasie. Il Lupo Bianco era un mezzosangue Galra non molto diverso da lui.
Le storie che si raccontavano nella Foresta lo aveva preparato a qualcosa di poco realistico.
Dopo un’attenta analisi, il Lupo Bianco si voltò e tornò accanto al caminetto acceso. “Perchè sei qui, Keith?” Domandò.
“Per la libertà,” rispose Keith.
L’altro rise. Una risata bassa, amara. “Grandi ideali per un Lupo che è poco più di un cucciolo.”
“Mi sottovaluti?” Gli parlò come se fosse un suo pari. “Non sei nulla di diverso da me.” Era quasi vero, la sola differenza tra loro era il possesso di un branco.
Per un Lupo equivale alla differenza tra la vita e la morte, sì, ma decise d’ignorare quella verità in favore di un po’ d’arroganza. Kolivan, Ulaz, Thace e tutti gli altri gli avevano insegnato uno stile di condotta molto diverso, ma Keith era da solo su quella strada e l’avrebbe percorsa a modo suo.
Gli occhi di Acxa divennero enormi, infuocati dall’ira. “Come osi-!”
“Aspetta, Acxa,” le ordinò il Lupo Bianco. “Sì, sono un Lupo come te, ho qualcosa di Galra come te… Anche se non riesco a intuire come ti sia arrivata questa parte di eredità.”
Keith strinse le labbra e non rispose: era una storia troppo lunga.
“Il tuo odore mi dice anche un’altra cosa,” aggiunse il Lupo Bianco. “Nelle vene di entrambi scorre il sangue di una nobile dinastia sulla via dell’estinzione. Si percepisce appena ma è lì, presente. È da quel sangue che hai ereditato quei tratti delicati? I Lupi, anche quelli più giovani, tendono ad avere un’altra struttura… Ne so qualcosa, io stesso non sono il ritratto del Lupo perfetto.”
Gli occhi indaco del Lupo Bianco erano colmi d’interesse mentre lo fissavano. “Tu non conosci il mio nome, vero?”
Keith scosse la testa.
“Non sai chi sono?”
“Ho sentito delle voci. Ho tirato le mie conclusioni.”
“Io non conoscevo il tuo nome prima di oggi,” disse il Lupo Bianco. “Eppure, credo di aver capito chi sei… Dimmi, Keith, chi erano i tuoi genitori?”
E Keith rispose. Fu sincero e diretto, perchè voleva che il Lupo Bianco sapesse chi era. Era stato lui il primo a parlare di eredità e Keith ne aveva una di un certo peso da giocare. Tutto stava nel sapersela giocare bene.
Il viso di Acxa divenne una maschera di pura sorpresa.
Keith, però, la ignorò. La sua attenzione era tutta per il Lupo Bianco e per quel sorriso difficile da interpretare che comparve sulle sue labbra. Pareva gentile, ma i giochi di luce che il fuoco compiva sul suo viso gli conferivano qualcosa di oscuro.
Keith non ne era intimorito.
“Acxa, fai chiamare Allura,” ordinò. “Dille che un membro della sua famiglia è tornato a casa.”
La Lupa esitò solo un istante, poi chinò la testa e uscì dalla stanza senza rivolgere a Keith nemmeno uno sguardo.
Il giovane Lupo non se ne preoccupò, gli occhi viola fissi sulla figura del Lupo Bianco. Questi esaurì la distanza tra loro una seconda volta, guardandolo con occhi diversi. “Benvenuto a casa, Keith,” disse porgendogli la mano. “Il mio nome è Lotor, sono il Principe dei Galra e…”
“...Unico figlio di Zarkon,” concluse Keith per nulla sorpreso.
Comprendendo che non ci sarebbe mai stata una stretta di mano, Lotor riadagiò il braccio lungo il fianco. “Sapevo della tua esistenza,” ammise. “Una creatura un po’ Lupo, un po’ Galra e appartenente alla nobile stirpe dei Cervi.”
“Sono un Lupo,” disse Keith fermamente. “Il mio cuore è fedele a quella natura.”
Lotor non si era aspettato nulla di meno. “Come desiderate,” chinò appena il capo con rispetto. “Vostra Altezza.”
Gli occhi viola di Keith si fecero grandi: era consapevole del suo lignaggio, ma era cresciuto in un mondo in cui quel titolo era privo di qualsiasi valore e lui stesso non gliene aveva mai dato uno.
Non ebbe il tempo di dire nulla a riguardo.
La porta della camera si aprì e sbatté contro il muro di pietra. “Keith!”
Il fanciullo si voltò.
Allura era proprio come la ricordava; dai lunghi capelli candidi, alle corna reali sulla sua testa. Il vecchio e fedele Coran era dietro di lei ma Keith riuscì a lasciargli solo un’occhiata fugace.
Le braccia di Allura lo avvolsero con forza, come soleva fare sua madre quando non gli ubbidiva e lo faceva spaventare. Anche il profumo era simile.
Di colpo, Keith si rese conto di essere tremendamente stanco e il desiderio di chiudere le palpebre fu enorme. Non lo assecondò.
Gli occhi indaco del Lupo Bianco erano ancora su di lui.
Keith sollevò i suoi e rispose allo sguardo.
L’inverno in cui i lupi si sarebbero ripresi tutto quello che era loro era appena cominciato.