[personal profile] odetjoy
Rintarou era certo di essere a un passo da una crisi isterica.
Stava morendo di freddo, il cibo del banchetto nuziale gli era rimasto sullo stomaco e l’ora si era fatta abbastanza tarda perché le voci stridule dei commensali ubriachi sovrastassero la musica della piccola orchestra.
L’intera cerimonia si era svolta all’interno di Villa Goethe, nel cuore della città di Weimar. Gentile concessione del padrone di casa, Johann Goethe, al suo vecchio amico, Friedrich fottuto Schiller, e alla sua adorabile moglie, Charlotte.
Rintarou non la conosceva e non sapeva come insultarla, ma se aveva scelto il caro Fritz per marito, qualcosa non doveva quadrare bene nemmeno in lei.
No, pensò Rintarou, il fenomeno era ben più diffuso e grave di una fanciulla che aveva detto il fantomatico sì all’uomo più insopportabile della Germania.
A fine ottobre era scoppiata la guerra e la gioventù tedesca era completamente impazzita. No, nessuno aveva commesso atti da fuorilegge. Al contrario, tutti - ma proprio tutti - avevano deciso di convolare a giuste nozze, prima che il fronte chiamasse sia i soldati semplici, che i dotati di abilità al fronte.
Era quasi Natale, due mesi dal viaggio suo e di Hans a Parigi ed erano stati a otto - quello di Friedrich era il nono - matrimoni. Tutti organizzato su due piedi, qualcuno anche tra coppie che non aveva fatto di più che tenersi la mano durante una passeggiata.
E la cosa più assurda di tutte era che in tutte e nove le occasioni, sposi e invitati erano tutti sinceramente felici. Rintarou aveva sentito parlare dell’isteria di massa e ne aveva letto anche in qualche libro, specie in quelle di guerra. Tuttavia, non poteva fare a meno di guardare quei giovani e pensare che se rappresentavano il futuro dello Stato, allora la Germania era bella che fottuta.
Sentendosi poco generosi nei confronti del suo vecchio amico, Hans aveva ben pensato di regalare a Charlotte un taglio dalle torta da favola, tra la neve della sua villa con giardino. I festeggiamenti si erano quindi sposati fuori città. Rintarou era stato informato di quel dettaglio all’ultimo, proprio quando aveva visto tutti indossare i cappotti e si era illuso che la tortura fosse finita.
Non era stato Hans a farlo - forse aveva temuto per la sua vita - ma Lize, anche se questo non aveva impedito al Principe della Port Mafia di guardare il compagno in cagnesco per tutto il tragitto da una villa all’altra.
Ora Hans - il migliore amico che un tedesco potesse desiderare - era sparito di nuovo e Rintarou era ancora lì, in un angolino, infreddolito, nauseato e con un’emicrania che sarebbe andata avanti per giorni.
Dov’era quella dannata torta? Che gli sposi fa essere questo fantomatico taglio e togliessero il disturbo dal suo giardino. Perché quella era casa sua e di Hans, quello era il giardino suo e di Hans e, cazzo, non la location da favola del matrimonio di qualcun altro.
Talmente in innervosito, Rintarou non si accorse di Lize che lo avvicina e gli porgeva un bicchiere di ponch caldo. “Prendi,” disse. La giornata di festa era finita, ma lei era ancora bella e impeccabile come il primo minuto. “Almeno smetterai di tremare.”
Rintarou fissò il bicchiere per una decina di secondi, poi scosse la testa.
“Peccato…” Lize si bevve il liquore in un sol sorso. “Tuo marito è stato un uomo veramente generoso a offrire un simile matrimonio al suo amico e alla sua sposa. In pochi si sarebbero spesi così tanto.”
“Uhm…” Rispose Rintarou, distrattamente, poi registro il significato delle parole che gli erano state rivolte. “Quale marito?”
“Avanti…” Lize gli fece l’occhiolino. “Siamo arrivati a quota nove, non possiamo iniziare la guerra, senza che ci sia stato anche un decimo matrimonio.”
Rintarou le rise in faccia, ma non era affatto divertito. “Nemmeno se fosse l’ultimo uomo sulla faccia della terra,” disse. “E anche se lo fosse, non sarei costretto a sposarmelo.”
Lize lo fissò, ammutolita. “Sapevo che eravate partiti per Parigi di cattivo umore, ma pensavo che le cose tra voi si fossero risolte.”
Rintarou storse le labbra in una smorfia. Era un’amica, ma era troppo presto per raccontarle quello che stava succedendo tra lui e Hans. E anche se i tempi fossero stati abbastanza maturi, se lo sarebbe tenuto per sé. Il bambino era una cosa solo sua e di Hans e non aveva nessuna voglia di urlarlo dalla come del mondo, per citare i racconti di alcuni genitori che aveva sentito.
“Stiamo bene,” si limitò a dire, secco.
“No, tu non stai bene,” insistette Lize.
Aspetto un figlio dall’arma di punta della Germania, che vuoi che ti dica? Chissà come avrebbe reagito se glielo avesse detto? No, vedere la sua espressione allibita non lo avrebbe divertito abbastanza da metterlo di buon umore.
L’unica cosa da fare era aspettare che quella cerimonia finisse e tornare nelle sue stanze, con Hans, a parlare di cosa c’era da fare e di come sarebbe stato meglio farlo.
Nel caos della pista da ballo improvvisata al centro del giardino, Rintarou vide la sposa portarsi davanti a tutti. Aveva sulle spalle una bella pelliccia bianca, ma la gonna del vestito era bagnata dalla neve e sporca di fango.
“Una vera favola…” Commentò a bassa voce.
Lize scrollò le spalle. “A me sembra felice.”
“Fino a che non si ritroverà vedeva di guerra a vent’anni.”
A quel punto, persino la sua amica lo guardò storto. “Perché auguri una cosa tanto brutta a uno degli amici più cari del tuo compagno?”
Rintarou sbuffò. “Non auguro niente,” disse. “Sono solo realista.”
“Metti da parte il tuo realismo, questi ragazzi stanno vivendo un sogno.” Lize riusciva a vedere in quel delirio quello che vedevano tutti gli altri.
Rintarou, invece, no. Era inutile discutere sulla questione.
“In estate, Weimar sarà piena di bambini,” disse Lize, con un sorrisetto un po’ malinconico e un po' intenerito. “Saranno i figli di questi ultimi istanti di felicità, prima della guerra.”
Rintarou era certo che, a breve, gli sarebbero cadute le braccia, ma non per freddo. Sapeva che Lize non aveva nulla contro di lui, ma ogni parola che diceva rigirava il dito in una piaga aperta e sanguinante.
Decise che l’epilogo di quel teatrino non aveva bisogno della sua presenza e, stando attento a non scivolare sulla neve ghiacciata, prese il sentiero che portava alla villa. “Fammi un piacere, Lize,” disse, andandosene. “Se Hans chiede di me, digli che sono salito a tenere il muso in camera nostra.”
Se Lize disse qualcosa in risposta, non la udì. Hans, però, non lo stava davvero ignorando come aveva creduto fino a quel momento, perché lo raggiunse a un paio di metri dalla porta di casa.
“Dove stai andando?” Domandò il giovane tedesco, afferrandogli la mano.
Rintarou si liberò con uno strattone. “Conosco almeno dieci modi per aprirti chirurgicamente senza farti morire per diverso tempo,” lo minacciò. “Ti conviene stare lontano da me.”
“Rintarou…” Hans non era arrabbiato e quando tentò di fermarlo una seconda volta, il diciassettenne non perse tempo a respingerlo ancora. “Perché ce l’hai tanto con me?”
Rintarou sgranò gli occhi. “Me lo stai chiedendo davvero?” Sibilò. “A quanti matrimoni vuoi ancora ballare, prima di affrontare la questione?” Si portò una mano in grembo e tanto bastò a far capire a Hans di cosa stava parlando.
Gli occhi azzurri del tedesco divennero il riflesso della colpa. “Pensi che ti stia evitando?”
“Penso che ti preoccupi di più che i tuoi amici ingravidino le loro mogli prima della chiamata alle armi, piuttosto che pensare che tu tale impresa l’hai già compiuta, Johann Goethe!”
Hans aprì e chiuse la bocca un paio di volte. “Questa è la notte di Friedrich e Charlotte,” disse.
Rintarou non ne fu sorpreso. “Certo, torna dai tuoi amici. Sei il padrone di casa, dopotutto.”
Hans lo trattenne. “Verrò da te subito dopo il taglio della torta, promesso.”
Il diciassette lo guardò con tutto il rancore di cui era capace. “Ma tu pensi davvero che io ti voglia ancora?” Domandò. “Che questo bambino ci leghi indissolubilmente, per caso? È una cosa mia, solo mia. Siamo io e mio figlio. Sei tu a essere di troppo.” Rintarou scomparve in casa, senza lasciare a Hans il tempo di replicare.
Il giovane tedesco fissò la porta dietro cui era scomparso il suo compagno. Quando il cielo notturno venne illuminato dai fuochi d’artificio, si voltò in direzione della festa. La torta nuziale era stata portata al centro del giardino e i due sposi erano occupati a baciarsi di fronte a una folla di amici, felice di applaudire.
Hans non riuscì a raggiungerli e a partecipare a quell’entusiasmo.
Conscio del suo errore, si limitò a guardare il suo amico e sua moglie da lontano, certo che quel tipo di felicità gli fosse sfuggita completamente di mano.






I sotterranei del quartier generale non erano propriamente la massima espressione dell’architettura moderna, non come i cinque grattacieli neri visibili da tutto Yokohama.
I soffitti erano bassi, i corridoi stretti e l’illuminazione non era delle migliori. Dazai non riusciva a staccare gli occhi dai tubi in vista che correvano lungo il soffitto. Mori gli aveva ripetuto più volte di tenere il passo e stargli accanto, quasi avesse paura di perderlo di vista nell’attraversare un buio passaggio. A causa del poco spazio, la mano di Dazai continuava a sfiorare quella del Boss: era chiusa a pugno e tremava.
Il leader della Black Lizard e i suoi uomini avevano eseguito tutta l’operazione, compresa la fase di arresto e deportazione. Tuttavia, Hirotsu era alle loro spalle e li seguiva con ampi passi veloci.
Dazai a stento era sveglio - aveva anche il presentimento che, la notte prima, il medico lo avesse drogato - e quella corsa nei sotterranei non era esattamente il miglior modo per cominciare la giornata. Se non avesse avvertito la tensione di Mori, si sarebbe lamentato dell’andatura troppo veloce.
Ma anche lui sapeva quando era meglio non fare i capricci.
La cella in cui era stato portato il Generale era l’ultima. Lì i soffitti erano più alti e l’ambiente si presentava meno claustrofobico, ma più buio. Il prigioniero sedeva al centro della stanza, con due guardie ai lati e altre due alle spalle. L’unico neon era sopra la sua testa e proiettava sul pavimento grezzo quella che sembrava l’ombra deforme di un mostro.
L’uomo aveva la schiena china, la testa bassa e le braccia appoggiate sulle gambe.
Agli occhi di Dazai, quell’uomo era il ritratto della sconfitta una seconda volta, ma nessuno era lì per offrire una nuova buona uscita.
Mori avanzò fino ad arrivare a poco più di un metro da lui.
Hirotsu rimase sulla porta e, in assenza di altre indicazioni, Dazai decise di fare lo stesso.
“Un uccellino aveva predetto che saresti tornato a combinare guai,” disse Mori, senza nessuna particolare intonazione. Stava facendo riferimento alla prima analisi che Dazai gli aveva offerto, quando il Generale aveva lasciato l’ufficio del Boss con la promessa di una cospicua pensione per il resto della vita.
Visto come si erano evoluti i fatti, la Port Mafia non avrebbe pagato un granché del suo vitalizio.
“Voi quattro potete andare,” disse Mori ai quattro uomini armati.
Come soldatini obbedienti, ruppero la formazione superarono sia Dazai che il loro leader senza dire una parola.
“Hirotsu, chiudi la porta,” aggiunse il Boss.
Il quattordicenne fece due passi in avanti per non essere d’impaccio.
Una volta soli, Mori portò le mani dietro la schiena e intrecciò le dita. “Eri l’ultimo Dirigente del vecchio regime ancora in vita, escluso me,” cominciò a parlare. “Quando ti ho fatto uscire dal mio ufficio, con la promessa che non avresti vissuto un singolo giorno senza temere per la tua incolumità, credevo sinceramente che non ti avrei rivisto mai più. Eppure, te lo confesso, non appena ho capito di essere scampato alla morte e sono tornato a riflettere, il tuo è il primo nome a cui ho pensato.”
Il Generale non si mosse, non disse niente. Era come se fosse già morto e il suo corpo si fosse ripiegato su se stesso.
“Dovevo ascoltarti, Dazai,” aggiunse il Boss, ma non si voltò a cercare gli occhi del ragazzino. Prese un respiro profondo. “Un’altra confessione: credevo ti saresti impiccato entro la fine dell’anno. Troppi anni passati nel terrore, solo per finire nelle mani di un ragazzino di trentadue anni dalle tendenze lunatiche. Difficile sopravvivere in tanta paranoia…”
Mori non faceva delle pause perché aveva bisogno di pensare a cosa dire. Il Boss della Port Mafia sapeva benissimo quali parole usare e come usarle, stava solo concedendo al suo prigioniero la possibilità di raccontare la sua parte della storia.
Stanco di quel monologo, Dazai decise d’intervenire. “Lo ha già fatto.”
Mori girò il viso nella sua direzione, ma non lo guardò. Lo stava ascoltando.
“Non si è nascosto e non ha opposto resistenza,” elaborò Dazai. “Hirotsu stesso ha detto che era come se lo stessero aspettando. Un uomo del calibro del Generale non s’impicca, non nel senso letterale del termine.”
Mori tornò a guardare il prigioniero. “Morire tentando di uccidere il nuovo Boss della Porta Mafia.” Scrollò le spalle. “Beh, sì, è un’uscita di scena molto da malavitoso della vecchia scuola.”
“Tu sei stato educato da quella stessa scuola.” Il Generale, alla fine, parlò. “L’onore e l’orgoglio prima di ogni cosa.” Sollevò la testa quanto bastava per guardare in faccia il giovane uomo di fronte a sé. “È una lezione che non hai mai imparato.”
“È questo il problema?” Domandò Mori. “Riconosci in me delle origini importanti, per le quali ritieni che, in questo momento storico, io solo posso sedere su quel trono nero. Tuttavia, tu mi disprezzi a livello personale.”
“Quello che sei… Quello che eri…” Sibilò il Generale.
Per la prima volta da quando lo aveva incontrato, Dazai si accorse che si stava scomponendo.
“Il modo in cui sei venuto al mondo, l’abominio in cui ti sei trasformato da ragazzino…” Proseguì il Generale. “Tuo padre e sua moglie facevano l’impossibile per nascondere il tuo segreto e proteggerti, ma tutta la Port Mafia frequentava le stanze della Casa dei Fiori e le ragazza mormoravano… Eri maledetto, la vergogna della famiglia Mori.”
Il Boss simulò un’espressione stupita. “Strano. Sì, ricordo che mi nascondevano e che erano preoccupati ma… Come dire? Il disgusto che leggo nella tua espressione e il disprezzo che sento nella tua voce, a loro non sono mai appartenuti.”
“Mori Ougai, il padre a cui hai rubato il nome, ti amava,” disse il Generale. “Come amava la tua madre naturale, quella che hai fatto impazzire e, in ultima battuta, hai ucciso.”
Dazai sbatté le palpebre un paio di volte: quella era una parte della storia che non conosceva.
Hirotsu fece un passo in avanti. “Vuole che faccia uscire il signorino, Boss?”
“Non è necessario,” rispose Mori, senza nemmeno pensarci. “Generale, la storia della mia nascita non è un’arma efficace contro di me. Si sforzi di più, la prego. Anzi, no, ora tocca a me. Lei, che era così amico di mio padre, guardava al sentimento di amore verso suo figlio - cioè me - con pietà e totale incomprensione?”
“Perché stai perdendo tempo, Mori?” Domandò il Generale. “Sparami e falla finita.”
Il Boss scosse la testa. “Il gioco non finisce quando lo decidi tu,” replicò, “ma quando io smetto di divertirmi.”
A Dazai sfuggì un sorrisetto euforico: sì, quello lo interessava.
“Per buona fede, avevo deciso di farti uscire di scena senza torturarti ulteriormente col passato,” disse Mori. “So che non amavi il mio predecessore, ma meglio chinare la testa che perderla. Dove sarebbero onore e orgoglio, in questo?”
Il Generale strinse i pugni e non rispose.
“Ma ora che abbiamo tutto il tempo del mondo, ci sono un paio di dubbi che ho bisogno di togliermi.” Mori cominciò a girare intorno al prigioniero, con passo cadenzato. “Abbiamo già parlato di come la mia famiglia sia stata massacrata, senza che tu abbia mosso un dito,” disse. “Non è stato uno scatto d’ira da parte del Boss, ma un’esecuzione in piena regola. Non c’è dubbio che mio padre fosse una personalità scomoda, ma di certo non era uno sprovveduto. Che cosa ti raccontava di me?”
“L’ultima volta che siamo parlati, mi ha confidato che era sceso a patti col fatto che non saresti mai tornato a casa e che il nome dei Mori sarebbe morto con lui.”
Mori rise, prendendo il prigioniero completamente in contropiede. “Risposta sbagliata, Generale.”
L’uomo inarcò le sopracciglia, confuso.
“Primo, avevo tre sorelle che potevano benissimo passare il nome Mori ai loro figli, ma non mi aspetto che un maschilista come lei lo capisca. Secondo, mio padre non avrebbe mai potuto dirle una cosa del genere… A meno che non volesse dirti una menzogna per depistarti.”
Il Generale continuava a non capire.
“Rintarou voleva tornare a casa,” intervenne Hirotsu. “Avevamo preparato tutto per il suo ritorno a Yokohama. Era suo desiderio essere qui entro la fine della primavera.”
Dazai elaborò velocemente tutte le informazioni. “Mori Ougai non si è confidato col suo fidato amico riguardo il ritorno in patria di suo figlio,” disse. “Perché tenerlo nascosto o addirittura mentire a riguardo?”
Mori gli rivolse una breve occhiata compiaciuta. “Rispondi,” fece pressione. “Perché non dirtelo? Se conoscevi così tanto nel profondo la vergogna che mio padre provava verso di me, perché non si è lamentato aspramente del fatto che mi avrebbe avuto di nuovo tra i piedi?” Il Boss guardò Dazai dritto negli occhi: era da lui che voleva la risposta.
“Perché il Generale non è un codardo come abbiamo pensato,” disse Dazai, soppesando ogni parola. “Il Generale è il Dirigente che ha guidato l’esecuzione di Mori Ougai e la sua famiglia.”
Il Generale guardò il quattordicenne con occhi iniettati di odio. “Taci moccios-“
Mori lo colpì al viso con il calcio della pistola. Dazai sobbalzò: non lo aveva visto prenderla tra le mani.
“Qui dentro, decido io chi tace e chi no,” disse Mori, con voce tanto atona da non suonare umana. Si portò di nuovo di fronte al prigioniero. “Hai dato le tue dimissioni perché speravi di scamparla. Quando ho reso chiaro che la tua pensione non sarebbe stata serena, ti è venuta la paranoia che m’interessassi ai fantasmi del passato. Come si può vivere con un dubbio simile? Un figlio che viene a chiedere vendetta per i suoi genitori e le sue tre sorelle quanta crudeltà può tirare fuori?” Mori reclinò la testa da un lato. “Scopriamolo.” Sparò al piede destro del prigioniero.
Dazai lo aveva previsto e, mentre le urla del Generale riempivano la stanza, non mosse un muscolo.
“Il Boss Folle ti aveva fatto grandi promesse, vero?” Mori tornò a girare intorno. “Uccidilo e non dovrai temere nulla da me, posso quasi immaginarlo.”
Il Generale rantolava e impiegò diversi minuti, prima di riuscire a parlare di nuovo. “Ougai non voleva chinare la testa,” sibilò. “Diceva che se ci fossimo uniti tutti, avremmo messo freno alla follia di quell’uomo.”
“Ma quell'uomo pazzo faceva paura, vero?”
Mentre Mori pronunciava quelle parole, Dazai si accorse che non era completamente in sé. Il suo atteggiamento era composto, ma la sua espressione era vuota, come quella di un uomo morto.
“Si sarebbe scatenata una guerra all’interno della Port Mafia stessa!” Urlò il Generale. “Non c’era modo di sconfiggere il Boss Folle, senza che tutti noi bruciassimo con lui.”
Dazai non possedeva la conoscenza giusta per giudicare quanto quel pensiero fosse realistico. Per Mori, la situazione era completamente diversa: a lui non importava proprio.
“E quando Hirotsu è tornato a Yokohama col mio cadavere, il problema era finalmente risolto,” concluse Mori.
“Maledetto, traditore, bastardo,” disse il Generale, rivolgendosi all’uomo col monocolo.
“Mi lusinga, signore,” rispose il leader della Black Lizard.
Dazai strinse le labbra per non ridere: quell’uomo dai capelli grigi cominciava a piacergli.
“Abbiamo scelto un cadavere di prim’ordine,” ricordò Mori, divertito. “Deve essere stato piacevole fare il riconoscimento.”
“Era in putrefazione!” Urlò il Generale. “Abbiamo dovuto fare l’analisi del DNA!”
Mori si arricciò una ciocca di capelli corvini intorno all’indice. “I gas velenosi della trincea avevano ridotto il mio corpo a una poltiglia, ma avevo ancora la mia chioma fluente. Sai quanti anni ci sono voluti per fargli ricrescere, dopo averti fornito il tuo fottuto DNA?” Sparò al piede sinistro del Generale.
Questa volta, Dazai sobbalzò.
“Ero al telefono con mio padre, lo sai?” Domandò Mori. “Parlavamo proprio del fatto che volessi tornare in Giappone per la fine della primavera. Mi ordinò di restare dov’ero. Quando gli chiesi il perché, non mi rispose. Poi cominciammo a parlare di tutt’altro… Di qualcosa che avrebbe dovuto rendere tutti felici, pensa un po’.”
Dazai si accorse che la mano del Boss tremava. Ora ne aveva la conferma: era fuori di sé dalla rabbia
“Ho sentito i tuoi uomini massacrare la mia famiglia dal ricevitore di un cellulare, a due oceani di distanza.”
Piegato su se stesso dal dolore, il Generale non rispose.
Dazai trattenne il fiato: era certo che il Boss avrebbe inchiodato il prigioniero alla sedia con un colpo alla testa. Era solo questione d’istanti.
Non accadde.
Mori fece un passo indietro, poi un secondo e un terzo. “Hai fatto a loro la grazia di una morte veloce,” disse. “Non ricambierò il favore.”
Dazai s’imbronciò. Ma come? Pensò. Non vuoi ucciderlo con le tue mani? Non vuoi vendicarti?
Ma il Generale non aveva ancora finito. “Un’ultima parola al Boss, prima della condanna a morte?” Domandò, tremante per lo sforzo.
Mori si bloccò, ci pensò. “Sì,” disse, voltandosi. “Posso concederla.”
Il prigioniero fece fatica a raddrizzare la schiena, prima di parlare. “Insegnerai a tuo figlio che per avere il potere bisogna essere disposti a tutto, anche a vendersi come una puttana?”
Dazai inarcò le sopracciglia. Chi gli era attorno non fu paralizzato dalla sua stessa confusione. Hirotsu lo afferrò per le spalle, mentre Mori sparava un terzo proiettile, che colpì la spalla del prigioniero. Il Generale non urlò di dolore, ma prese a ridere come un isterico. “Qualcosa che avrebbe dovuto rendere tutti felici,” ripeté.
“Vieni, Dazai.” Hirotsu cercava di trascinarlo fuori dalla stanza, ma il ragazzino faceva resistenza. Voleva vedere e voleva sentire.
“Avevo ogni Mori sotto il mio mirino, perché questo mi era stato ordinato di fare. Tu eri distante, quasi irraggiungibile, ma hai commesso un errore” proseguì il Generale. “Sei tornato in Giappone all’inizio di quello stesso anno e so la ragione per cui lo hai fatto. L’ho capito non appena ho visto quel moccioso seduto alla sedia del Boss. So cos’era quel qualcosa che-
Furono le sue ultime parole.
Il quarto proiettile attraversò l’occhio sinistro del prigioniero. Il quinto, il sesto e il settimo seguirono uno dietro l’altro, colpendolo al viso in più punti.
Quando Mori ebbe finito, le sue spalle si alzavano e abbassavano come se avesse il fiato corto. Dazai non si dimenava più e Hirotsu non stava più cercando di trascinarlo via.
Del viso del Generale era rimasta solo una melma di sangue e carne. Non aveva nemmeno più un aspetto umano.



Mori ordinò a Hirotsu di riportarli alla villa abbandonata.
Fino a che ogni uomo del Generale non fosse finito con le spalle contro un muro e un proiettile in testa, non si fidava di restare a Yokohama. Hirotsu rispondeva con educazione a ogni sua richiesta, ma Mori era nervoso. Dazai lo sentiva dal tono in cui parlava e lo vedeva dal modo in cui continuava ad agitarsi sul suo posto, sul sedile posteriore, accanto a lui.
C’erano tante domande sospese sulle loro teste e se Dazai conosceva un poco l’uomo che lo aveva preso in custodia, sarebbe stato lui stesso a dargli tutte le domande di cui aveva bisogno. Doveva solo pazientare.
Arrivati alla villa, Dazai scese dalla macchina per primo ed entrò senza aspettare che qualcuno gli desse il permesso. Mori e Hirotsu lo seguirono in silenzio.
Quando raggiunse la grande sala dell’orologio a pendolo, la voce del Boss lo richiamò. “Dazai.”
Il quattordicenne si fermò e si voltò a guardare i due uomini. Hirotsu era rimasto sulla porta, Mori era ad appena un paio di metri da lui.
“Non ti ho mai mentito e non ho intenzione di cominciare a causa di un traditore,” disse Mori. “Ricordi quando il Generale mi accusò di essere un soldato congedato con disonore, il giorno in cui diede le sue dimissioni?”
Dazai annuì.
“È vero,” confermò Mori. “Avevo tra le mani un progetto che avrebbe dovuto portare la vittoria della guerra nella mani del Giappone. Non è stato così. Per tanto, sono tornato a Yokohama senza nulla tra le mani. Avevo la mia licenza da medico, ma il mio passato era troppo torbido perché potessi essere un medico alla luce del sole. Decisi di aprire la mia clinica, in mezzo alle ombre che conoscevo così bene. Tuttavia, non avevo soldi per mangiare, figurarsi per avviare un’attività illegale.”
“Hai cominciato a prostituirti per sopravvivere,” concluse Dazai, come se stesse dicendo ad alta voce il risultato di una semplice addizione.
Hirotsu lesse della mancanza di rispetto nel suo atteggiamento e fece un passo in avanti. “Signorino, la esorto a-“
“Non è un signorino,” lo interruppe Mori. “Deve sapere, Hirotsu e non c’è un modo elegante per dirlo.”
“Hai lavorato alla Casa dei Fiori,” dedusse Dazai. “Ecco come hai conosciuto Kouyou ed ecco perché siete tanto legati.”
“Appena ho avuto i soldi per aprire la clinica, me ne sono andato,” si affrettò ad aggiungere Mori.
Dazai non commentò la cosa in nessun modo.
Ah, ti sto annoiando. A Mori quasi venne da ridere. “No, non mi aspetto nulla.” “E chi sarebbe tuo figlio?”
“Il bambino mio e del mio amante tedesco, che non è mai nato,” rispose Mori. E non si sorprese di vedere la confusione sul viso del ragazzino. “Ti ho raccontato della trasformazione del mio corpo, no? Bene, non era solo una questione estetica.”
Dazai impiegò un istante a fare due più due. “Oh…”
“Tornai in Giappone per dirlo alla mia famiglia,” raccontò Mori, poi scosse la testa. “Ma non era nel mio destino dare alla luce una vita. Capita più di quanto si pensi.”
“Il Generale non ne era così sicuro…”
“Il Generale deve aver pensato che tu sia il bambino che ho avuto in guerra e nascosto in Germania, per gli ultimi quattordici anni. I tempi sarebbero quelli giusti… Perché stai facendo quell’espressione disgustata?!”
“Niente,” rispose Dazai, ma la sua faccia urlava quanto gli sarebbe dispiaciuto essere imparentato in qualche modo al Boss della Port Mafia. “Voglio fare colazione. Ho fame.” Aggiunse, con fare capriccioso.
“Mi dia qualche minuto e-“ Hirotsu venne interrotto dal suo superiore.
“No, no,” disse, poi indicò le scale al quattordicenne. “Forza, usa le gambette, un passa avanti l’altro.”
Dazai sbuffò e uscì dalla sala trascinando i piedi per terra.
Mori aspettò di sentirlo arrivare in fondo alla rampa, poi si spostò nel salotto adiacente in tutta fretta, facendo cenno al leader della Black Lizard di seguirlo.
Nel caminetto c’erano ancora le braci della notte precedente, ma erano completamente inutili.
“Faccio io,” si offrì Hirotsu. “Lei è ancora ferito e scosso dagli ultimi eventi.”
Giusto, la ferita. Mori se ne era completamente dimenticato. Più tardi avrebbe dovuto cambiare la medicazione e assicurarsi che gli antibiotici stessero facendo il loro effetto. Si rese conto di quanto era stanco solo quando si sedette sul divano e lasciò che lo sguardo si perdesse nel vuoto.
Hirotsu gli lanciò un’occhiata con la coda dell’occhio. “Voleva solo una morte veloce,” disse. “L’ha provocata fino all’esasperazione, perché sapeva che avrebbe sparato.”
“Lo so,” disse Mori, massaggiandosi la fronte. Non gli piaceva come era andata a finire. Non perché aveva perso il controllo, ma per la velocità con cui l’assassino materiale della sua famiglia era uscito di scena. Doveva ingoiare quella delusione e lasciar perdere: metterlo a tacere era stato più importante.
Mori vide le fiamme alzarsi nel camino con la coda dell’occhio, ma fu lo sguardo insistente del leader della Black Lizard ad attirare la sua attenzione. “Che cosa c’è?” Domandò.
Hirotsu aveva un ginocchio appoggiato a terra, quasi volesse sottolineare il rispetto che provava per lui. “Mi concede di parlare liberamente?”
Mori annuì
“In tutta onestà, Boss, lo avrei riconosciuto anche se non lo avessi visto al suo fianco. Il Generale la conosceva fin da bambino, non mi sorprende che abbia visto la stessa cosa che ho visto io,” disse. “Quando si è presentato col nome Dazai Osamu, non ho avuto dubbi, ma a Yokohama è un dettaglio che conosciamo solo io e lei.”
Mori non rispose subito. In fin dei conti, non era sorpreso che Hirotsu fosse riuscito a vedere attraverso le sue bugie. Proprio lui, tra tutti, che gli era rimasto accanto anche in Germania, fino a che la guerra non li aveva divisi.
Mori infilò la mano nella tasca interna della giacca e ne tirò fuori i documenti che aveva nascosto nella cassetta di metallo rossa, insieme al taccuino di Johann Goethe. Una foto di se stesso a diciotto anni rispose al suo sguardo.
“Se mi posso permettere… Come lo ha ritrovato?” Domandò Hirotsu.
“Non l’ho ritrovato,” rispose Mori, passando l’indice sul nome falso scritto sul passaporto, insieme al resto dei suoi dati: Dazai Osamu. “Una persona lo ha riportato da me.” Gettò il documento nel fuoco, mandando in cenere l’ultima cosa che era rimasta a legare la sua persona al nome Dazai Osamu.




In cucina, Dazai trovò una fila di pane fresco e un barattolo di marmellata. Era una proposta che non lo allettava affatto, ma aveva davvero troppa fame per fare lo schizzinoso. Qualcuno doveva aver ripulito tutto l’ambiente durante la notte, perché la stanza era troppo linda e pinta per lo stato di semi-abbandono in cui la villa versava. Trovò un coltello nel primo cassetto che aprì, ma non si disturbò a cercare un tagliere. Mentre ricavava tre fette dal tozzo di pane, riuscì miracolosamente e non tagliarsi un dito. Disseminò molliche dappertutto: sul piano della cucina, sul pavimento, arrivano persino al lavandino. Era troppo pigro per fare quello che chiunque con un minimo di senso civico avrebbe fatto. Decise che se gli uomini della Port Mafia piaceva tanto pulire, avrebbero fatto il lavoro sporco al posto suo.
Aprì il barattolo di marmellata, ma nemmeno guardò a che gusto fosse: era già certo che gli avrebbe fatto schifo, ma questo non gli avrebbe impedito di buttarla giù. Sì, era capriccioso, ma sapeva anche cosa voleva dire soffrire la fame. Prese un tovagliolo, lo aprì sul tavolo e vi appoggiò le sue tre fette di pane e marmellata.
Dazai si mise seduto e, col sole ormai alto, addentò la sua colazione.
Un istante dopo, un uomo sfondò la porta che dava sul retro.
Il quattordicenne non mosse un muscolo. L’intruso si dimostrò più sorpreso di vederlo di quanto lo fosse lui. Aveva i capelli chiarissimi e indossava un kimono color verde militare. Dazai non prestò particolare attenzione al suo vestiario, quanto alla katana che gli puntava contro. “Se vuoi usarla, non oppongo resistenza,” disse, con la bocca piena. “Ma niente rituali da samurai o che so io. Una cosa veloce.” Dazai sollevò la mano destra e imitò il gesto di una lama contro il suo collo. “Un colpo e via. Io non sento nulla, minimo sforzo per te e siamo tutti contenti.”
Confuso dalle parole del ragazzino, l’uomo ripose l’arma e lo squadrò da capo a piedi. “Sei della Port Mafia?”
Vedendo la possibilità di morire in modo semplice e veloce sfumare, Dazai sbuffò e tornò a mangiare la sua colazione. “Qualcosa del genere.”
L’uomo dai capelli chiari mosse qualche passo all’interno della cucina, spostandosi dalla parte opposta del tavolo. C’era della curiosità nei suoi occhi - erano chiari, come il cielo d’estate - e Dazai non aveva alcun motivo di nascondersi. “Qualcosa non va?” Domandò, come se l’altro non avesse fatto irruzione con un’arma alla mano.
Lo conosciuto aprì e chiuse la bocca un paio di volte. “Nel bosco non c’erano guardie.”
Dazai scrollò le spalle. “Mori dice che nessuno conosce questo posto,” rispose. “Evidentemente, si sbagliava.”
“Io conosco questo posto.”
“Sì, lo vedo.”
L’uomo si chinò per guardarlo meglio. “Sei della famiglia Mori?”
A Dazai venne da ridere, ma per poco non si strozzò con il boccone che aveva in bocca. “Spiacente…” Scosse la testa.
“Strano,” commentò l’altro. “Hai la faccia di un Mori.”
Dazai abbandonò la sua ultima fetta di pane e marmellata sul tavolo. “Bene.” Allargò le braccia. “Nemmeno il tempo delle presentazioni e già piovono insulti pesanti.”
L’uomo aggrottò la fronte: non aveva capito dove stava l’offesa e il quattordicenne non aveva alcuna voglia di spiegarglielo.
“Sei un uomo del Generale?” Domandò, diretto.
“No.”
“Per chi lavori?”
“Per nessuno.”
“Un samurai, che lavora per nessuno e che irrompe in casa del Boss della Port Mafia armato di Katana.” Dazai storse la bocca in una smorfia. “Ha molto senso.”
“Questa è anche casa mia,” disse l’uomo senza nome, lanciando un’occhiata alla porta che conduceva all’ingresso e alle scale.
Dazai spalancò occhi e bocca. Quell’incontro si era fatto improvvisamente interessante. “La guardia del corpo!” Esclamò.
L’uomo lo guardò negli occhi. “Prego?”
“Mori ha parlato di una vecchia guardia del corpo con cui divideva questa casa, o qualcosa del genere!”
L’intruso boccheggiò come un pesce fuor d’acqua. “Non era… Non era esattamente così.”
“Oh, sì, sei la sua guardia del corpo!” Dazai si mise in piedi con un saltello. “Raccontami qualcosa!” Ordinò. “Qualcosa di assurdamente umiliante, che possa mettere Mori in cattiva luce!”
“Mori è qui?” Domandò l’uomo. “Sta bene?”
“Se non stesse bene, la Port Mafia starebbe mettendo a ferro e fuoco l’intera Yokohama,” rispose Dazai. “Avanti, raccontami qualcosa di compromettente!”
“Stai parlando da solo?” Domandò Mori, varcando la porta della cucina. Fece due passi all’interno della stanza, i suoi occhi incrociarono quelli dell’intruso e si fermò, come se fosse stato pietrificato. “Che cosa ci fai qui?” Domandò, quasi con rancore.
Il viso di Dazai s’illuminò come quello di un bambino al parco giochi. “È la guardia del corpo, vero?” Cercò conferma.
Un istante più tardi, Hirotsu intervenne sulla scena. La presenza dell’intruso ebbe su di lui lo stesso effetto che aveva avuto su Mori, ma fu più svelto a riprendersi. “Vieni Dazai,” disse, fermo, esaurendo la distanza tra sé e il ragazzino.
“Non sto facendo niente,” si difese il quattordicenne, che non si sarebbe perso quella scena per nessuna ragione al mondo.
“Ascolta Hirotsu e vai di sopra,” ordinò Mori, freddo, senza staccare gli occhi di dosso dal samurai.
“Ma-“ L’obiezione di Dazai morì con un’occhiata tagliente da parte del Boss della Port Mafia. Sbuffò sonoramente e seguì il leader della Black Lizard fuori dalla cucina.
Rimasti soli, Fukuzawa fu il primo a parlare. “Mori-“
“Andiamo fuori,” disse il mafioso, superandolo ed uscendo dalla porta mezza scardinata.




Mori camminò, fino a che non fu certo di essere invisibile dalle finestre della villa: Dazai poteva fingersi obbediente, ma mollare non faceva parte del suo carattere.
Quando fu certo di aver raggiunto una distanza di sicurezza utile, si voltò di colpo. “Che cosa sei venuto fare?” Domandò, gelido, come se la presenza dell’altro uomo fosse paragonabile a quella di una mosca fastidiosa nel bel mezzo di una giornata già piuttosto brutta.
“I miei vecchi contatti sono ancora attivi,” rispose Fukuzawa. “Ho saputo dell’attentato.”
Mori allargò le braccia. “Sono vivo,” disse e le lasciò ricadere lungo i fianchi. “Ti serve altro?”
Fukuzawa lo guardò da capo a piedi: non era la prima volta che lo vedeva indossare le vesti di un principe della Mafia, ma ora era tutto diverso. Non si trattava del completo elegante, del cappotto nero che distingueva i membri di alto rango della Port Mafia, ma era una questione di portamento, quasi di atmosfera.
“Sei diverso,” commentò l’uomo che era stato il Lupo d’Argento del Governo.
Mori emise una risata senza gioia. “Davvero?” La sua voce era invelenita dal sarcasmo. “In quattro anni possono cambiare molte cose, ma tu sei sempre lo stesso. Te lo chiedo per l’ultima volta: che cosa sei venuto a fare?”
Fukuzawa non aveva mai avuto dalla sua una particolare predisposizione all’oratoria o una lingua tagliente. Quelli erano i talenti di Mori, insieme alla recitazione, la menzogna e la manipolazione.
Nonostante fosse cresciuto per essere un uomo del Governo, Fukuzawa non era mai stato in grado di dire delle bugie efficaci. Piuttosto, era sua abitudine rimanere in silenzio e passare all’azione. In quella circostanza, non era lì per combattere Mori e non poteva fare muro con il suo mutismo.
Non gli restava che essere sincero: “volevo vederti.”
E ogni volta che lo faceva, Mori rimaneva senza parole.
Passò un minuto, poi il Boss della Port Mafia ingoiò a vuoto. “Mi hai visto,” disse. “Sono vivo. La mia morte non è ancora un pensiero con cui tormentarti.”
Fukuzawa strinse le labbra, fino a farle diventare una linea sottile. “Tu riesci a tramutare le mie parole in qualsiasi cosa tu voglia,” ribatté. “Lo hai sempre fatto e lo fai ancora.”
“Perdonami, Fukuzawa, ma davvero non riesco a trovare un senso alla tua visita,” disse. “Siamo usciti dalla vita l’uno dell’altro da quattro anni e non la ricordo una cosa indolore.”
“Non è stata una mia scelta.”
Mori rise di nuovo, quasi isterico. Erano successe troppe cose in troppo poco tempo: aveva appena ucciso l’assassino della sua famiglia, ventiquattro ore dopo essere scampato a un attentato contro la sua persona. Era ferito e non dormiva da giorni. Potevano dargli del maledetto e chiamarlo Demone quanto volevano, ma sanguinava e aveva dei limiti come ogni essere umano.
Vedere Fukuzawa Yukichi non era esattamente quello che gli serviva per stare meglio.
“Non intendo discutere con te di quegli eventi,” disse Mori. “È uno spreco di tempo e la mia attenzione è richiesta altrove.” Fece per andarsene, ma quando l’altro lo afferrò per il braccio, non fece nulla per liberarsi. Poteva sentire la mano calda di Fukuzawa attraverso la stoffa del cappotto. Le aveva sempre avute calde.
“Sei il Boss della Port Mafia.” C’era rassegnazione nella voce dell’uomo che era stato suo partner sul lavoro e suo compagno per una stagione di vita.
“Sono il Boss della Port Mafia,” confermò Mori, guardando gli alberi di fronte a sé.
Fukuzawa lo spinse gentilmente indietro, per poterlo vedere in faccia. “Ne è valsa la pena?” Domandò. “La vendetta, l’ascesa al potere e tutto il resto?”
L’espressione di Mori tradì qualcosa di nostalgico. “Ne parli ancora come se mi fosse stata data una scelta.”
“Tutti abbiamo una scelta, Mori.”
“No.” Il giovane Boss scosse la testa. “È una bella favola che in molti raccontano, ma anche se abbiamo la possibilità di cambiare vita, non è detto che siamo capaci di viverla. Tu ti trovi bene sulla strada che hai scelto?”
Fukuzawa non rispose.
“Mi fa piacere, Detective,” disse Mori. “Non hai più un collare intorno al collo, né quello del Governo né il mio. Deve essere una bella sensazione.”
Fukuzawa lo lasciò andare. “Tu non mi hai mai legato.”
“Ne sei sicuro?” Domandò Mori, con un sorriso perfido. “Per metà del tempo, io ti stuzzicavo e tu a stento mi tolleravi,” si umettò le labbra. “L’altra metà la passavamo a fare l’amore.”
Fukuzawa alzò gli occhi al cielo e prese le distanze.
Mori rise. “Hai trentasette anni, non ti puoi ancora imbarazzare per questo!”
Quegli occhi azzurri tornarono subito sui suoi. “Sai in che cosa ti sei cacciato?”
“È il mio mondo, Fukuzawa. Sono un principe della Mafia dalla nascita, questa è solo la mia naturale evoluzione.”
“Pochi mesi e per poco non ti riducevano a brandelli.”
“Quella che sento è preoccupazione?”
Il fondatore dell’Agenzia Armata di Detective non rispose.
Mori sospirò. “È troppo complicato ammettere che vi è ancora interesse dove dovrebbe esserci solo indifferenza?” Scrollò le spalle. “Credo che sia utile sottolineare che se sei qui, qualcosa deve voler dire.”
“Non mi sono pentito della mia decisione, Mori,” disse Fukuzawa.
“Nemmeno io,” ribatté il Boss, secco. “E dopo questa piccola perdita di tempo, penso che possiamo tornare entrambi alle vite che ci siamo scelti.”
Fukuzawa non lo fermò una seconda volta e Mori tirò un sospiro di sollievo: si era liberato anche di quella scocciatura. Aveva bisogno di dormire e di un antidolorifico - non per forza di quelli legali.
Rintarou.”
Al suono di quel nome, il cuore del Boss della Port Mafia - perché ne aveva uno - saltò un battito. Non riuscì a muovere un passo di più.
Non seguì altro.
Mori strinse i pugni fino a farsi male. “Cosa?” Sibilò, all’indirizzo del Detective.
Fukuzawa rimase in silenzio.
“Non puoi chiamarmi in quel modo e poi startene zitto!”
La maschera era caduta a terra. Il Boss Mori Ougai era scomparso, lasciando il posto a un giovane che negli archivi della Grande Guerra era morto in Germania, ma che si era concesso un ultimo alito di vita tra le braccia dell’uomo che gli era davanti. “Dici che non è stata una tua scelta?” Mori esaurì la distanza tra loro. “Il rifiuto è una forma di scelta e tu hai rifiutato me, Yukichi!”
“Aspetta…” Fukuzawa lo afferrò per le braccia e l’altro s’irrigidì. “Sei ferito?” Intuì.
Mori si liberò con uno strattone. “Non è più affar tuo,” disse, portando la mano al fianco leso. “Non è solo per vendetta o per potere. Tutto questo ha uno scopo più grande, ma tu non sei mai riuscito a comprenderlo!”
Fukuzawa scosse la testa. “Non potevo seguirti nelle tenebre, Rintarou.”
Io sono le tenebre di cui parli,” ribatté Mori, deciso. “Io sono la Port Mafia. Ma tu volevi la luce... È per questo che hai lasciato il Governo e hai deciso di cambiare vita.” Inspirò profondamente dal naso. “Quello che siamo non si può cambiare. Non eravamo destinati l’uno all’altro. Perciò, sii coerente con te stesso, e stai lontano dalle tenebre che hai rifiutato.”
Fukuzawa fece per aggiungere qualcosa, poi ci ripensò. “Almeno, cerca di restare vivo, Rintarou.”
Se la mia vita ti è tanto cara, potevi rimanere al mio fianco, Mori non lo disse. Non lo avrebbe fatto neanche tra un milione di anni. Se Fukuzawa Yukichi lo aveva ferito, non aveva più importanza.
Il Boss della Port Mafia non conosceva altro modo di combattere, se non da solo.
“Addio, Fukuzawa.”




Mori rientrò dalla porta sul retro. Era mezza scardinata, ma non ci fece nemmeno caso. Lanciò una breve occhiata al piccolo disastro che Dazai aveva combinato per prepararsi la colazione, mentre attraversava la cucina a passo svelto.
Una volta nell’atrio, Mori si fermò, gli occhi fissi nel vuoto. Fece un passo di lato e appoggiò la schiena alla parete, poi inspirò aria dalla bocca, concentrandosi sul suo petto che si alzava e si abbassava.
“Quattro anni. A lui sembravano quaranta.
Alla sua età, Mori Ougai - nato Mori Rintarou - poteva già dividere la sua vita in molte stagioni, troppe per gli anni che aveva effettivamente vissuto. Quella che aveva condiviso con Fukuzawa Yukichi era la più difficile da cancellare: nessuno dei protagonisti era finito sotto terra.
“Hai parlato di vecchi contatti,” mormorò Mori, all’atrio vuoto e polveroso. “Mi hai confessato, senza farlo davvero, che continui a tenermi d’occhio.”
Gli sfuggì un sorriso.
“Scivolone un po’ grave per un Detective, Yukichi.”
“Ora sei tu a parlare da solo…”
Le labbra di Mori disegnarono una linea retta, poi portò lo sguardo sulla rampa di scale. Seduto sui gradini, Dazai lo fissava attraverso le colonne della balaustra. Hirotsu era accanto a lui.
“Il signorino si è rifiutato di salire di sopra,” si giustificò il veterano. “Abbiamo fatto un compromesso e ci siamo fermati a metà delle scale.”
Suo malgrado, Mori rise. “Sai, Hirotsu, devo capire se quello che hai con i ragazzini è talento naturale, oppure sono io a essere stato un buon addestramento.”
“Non mi sognerei mai di prendermi tutto il merito, Boss.”
Dazai passò gli occhi dall’uno all’altro. “Eri vecchio anche quando questo qua aveva la mia età?” Domandò, sfacciato.
Mori sbuffò, attraversando l’atrio per salire le scale. “Hirotsu non è affatto vecchio e questo qua ha un nome.” Non gli piaceva quando il quattordicenne aveva quei modi sgarbati. Avrebbe avuto a che fare con molte personalità importanti e Mori doveva assicurarsi che imparasse a usare quella lingua tagliente in modo costruttivo.
“Hirotsu, che ne dici di pensare al pranzo. Il sole si sta facendo alto.”
Dazai allargò le braccia. “Ho appena fatto colazione.”
“Hai mangiato una fetta di pane e mezzo,” ribatté Mori. “E non t’illudere che qualcun altro rimedierà al casino che hai fatto in cucina.”
Dazai gonfiò le guance.
Il leader della Black Lizard si alzò in piedi. “Qualche preferenza per il pranzo, Boss?”
Mori fece per rispondere.
“Granchio in scatola,” rispose Dazai, prima di lui.
Il Boss gli lanciò un’occhiata storta. “Qualsiasi cosa che non sia granchio in scatola andrà benissimo,” disse, guardandosi uno sguardo rancoroso dal ragazzino.
Prima di andarsene, Hirotsu chinò la testa in segno di rispetto, come sempre.
Una volta soli, Mori si sedette due gradini sotto quello di Dazai, guardandolo dall’alto al basso. “Era molto faticoso salire gli ultimi dieci gradini?”
Il quattordicenne assottigliò gli occhi. “Ero certo che sareste rientrati in cucina urlando.”
“Oh, non volevi perderti lo spettacolo. Capisco.”
“Era lui, vero?” Dazai non avrebbe smesso d’insistere, fino a che non avrebbe ottenuto una risposta. “Era la guardia del corpo di cui mi hai parlato.”
Mori fece il finto tonto. “Boh, non me lo ricordo.”
“Non mi hai mai mentito,” gli ricordò Dazai. “E hai detto che non avresti cominciato a farlo adesso.”
Mori si chiese quanto si sarebbe arrabbiato, se avesse scoperto quanto aveva omesso. “Sì, quell’uomo era la mia guardia del corpo.”
I lineamenti di Dazai si distesero. Era soddisfatto. “Non aveva un’aria sveglia.”
Mori scoppiò a ridere. “Devi applicare un filtro tra il tuo cervello e la tua bocca. Non puoi dire sempre quello che pensi.”
“Anche tu credi non sia un tipo sveglio.”
“Però ha anche dei difetti,” disse Mori, poi sospirò. “Non mi sono venduto per il potere,” disse, riportando entrambi alle ultime parole del Generale. “È importante che tu lo capisca.”
“Perché?” Domandò Dazai. “So che non fai quello che fai per il mero potere. Qualche volta, ho l’impressione che tu nemmeno voglia essere nella posizione in cui sei. Ho già capito, non mi devi spiegare niente.”
Mori non avrebbe dovuto sorprendersi di quanto era sveglio, eppure ancora gli capitava. “Non te l’ho mai chiesto, ma-“
“No,” lo bloccò Dazai. “No, non mi sono mai trovato nella posizione di dovermi vendere per sopravvivere. Beh, credo mi sarei lasciato morire e basta.”
Mori alzò gli occhi al cielo. “Oh, giusto…”
“Ti disprezzava per cose futili.” Dazai si riferiva al Generale. “Nulla che avesse a che fare con l’onore e l’orgoglio di cui parlava.”
“Grazie per aver applicato il filtro,” disse Mori, un poco divertito. “Ora dillo in modo esplicito.”
Dazai esitò un istante. “Gli faceva schifo vedere la Port Mafia guidata da una prostituta.”
Mori ridacchiò. “In breve, sì.” Si perse nei suoi pensieri per un istante, poi guardò il ragazzino dritto negli occhi. “A te non succederà mai.”
“Che cosa?”
“Nessuno ti toccherà senza il tuo consenso,” giurò Mori. “Non finché io avrò vita.”
Per la prima volta dall’inizio del loro strano legame, Dazai non seppe come replicare. “E adesso che cosa facciamo?” Domandò, cambiando completamente argomento.
Usò il plurale e Mori ne fu piacevolmente sorpreso. Forse inconsciamente, Dazai stava cominciando a dedicargli uno spazio nella sua vita che non fosse quello dell’intruso scomodo e noioso.
Rifletté su una risposta da dargli, poi si ricordò della lettera piegata alla male e peggio nella tasca sul retro dei suoi pantaloni. Mentre la tirava fuori, Mori non aveva ancora un piano preciso, solo un’idea di cui non riusciva a tracciare i contorni.
Dazai scivolò di due gradini, arrivandogli accanto. “Non l’hai ancora buttata?” Domandò.
Il Boss non si disturbò nemmeno ad aprirla. Le parole che vi erano scritte non erano importanti, ma la firma di chi le aveva scritte, invece, sì.
Il tuo vecchio amico George. Lord Byron.
Mori sventolo la missiva come se fosse un ventaglio.
“A cosa stai pensando?” Gli fece pressione Dazai.
“Che Yokohama non è sicura.” Quella era un’ovvietà. “Non ancora.”
“Vuoi scappare?”
“No,” rispose Mori. “Voglio che smettiamo di essere il problema e diveniamo la soluzione.”
Dazai lo guardò fisso. “Lord Byron ti ha ispirato una soluzione?”
“Una successione come la nostra-“
Tua. Io ero solo lì.”
“-non può avvenire senza fare rumore. Se si punta al cambiamento, è necessario prendere in considerazione il caos.”
Dazai scrollò le spalle. “Hai ucciso tre dei vecchi Dirigenti in meno di un anno. Due di loro hanno tentato di far scoppiare una guerra interna alla Port Mafie e l’ultimo ha cercato di eliminarti. Direi che la fase del caos c’è tutta.”
Mori sfoderò il più furbo dei suoi sorrisi. “Allora partiamo con il cambiamento.”
“Come?” Dazai era esasperato da tanti giri di parole. “Ti sono rimasti due Dirigenti. Uno ti ha portato veterani dell’esercito disillusi e delle armi che coprono al massimo la Black Lizard. L’altro è Randou.”
“Povero Randou, non disprezzarlo così.”
“Per i tre posti vacanti rimasti, hai solo due candidati: Hirotsu e Kouyou. Nessuno dei due può aggiungere qualcosa a quello che hai già.”
“Arriva al dunque, che cosa ci manca?”
“Io devo arrivare al dunque?” Dazai si premette l’indice contro il petto. “Stai parlando da mezz’ora senza dire niente, quando è chiaro che hai già un piano in testa.”
E Mori si divertiva da morire a farlo. “La lezione è per te, non deludermi. Che cosa ci serve per concretizzare il cambiamento e promettere stabilità allo stesso tempo?”
Dazai impiegò dodici secondi a rispondere e, sì, il Boss li contò a mente uno per uno: “soldi.”
Mori smise di agitare la lettera, la piegò in quattro parti e la batté giocosamente sul naso del ragazzino, che si ritrasse. “E Lord Byron è uno degli uomini più ricchi di tutta la Gran Bretagna,” concluse, alzandosi in piedi. “Prepara le valigie, andiamo in Svizzera, a Ginevra!”


L’aria di marzo era pungente e gli feriva il viso, sebbene non vi fosse molto vento. Più che essere alle porte della primavera, sembrava che stesse per arrivare una bufera di neve. In quella stagione dell’anno, non sarebbe stata la prima volta. Mori ricordava nitidamente l’immagine dei ciliegi in fiori sposarsi con quella della città di Yokohama completamente ricoperta da una coltre di neve.
In quel momento, mentre scendeva dall’auto che si era fermata direttamente a lato della pista di decollo, una perturbazione era davvero l’ultima cosa di cui aveva bisogno. Il jet privato della Port Mafia era di un nero lucido. Di quale altro colore avrebbe mai potuto essere? Mori apprezzava la coerenza, ma cominciava a sentirsi annoiato da tutto quel monocromo.
“Che cos’è l’arma di Weimar?” La voce di Dazai lo raggiunse dall’interno dell’auto. Aveva freddo e non si era azzardato a fare una mossa verso la portiera dal suo lato per scendere.
Mori accennò un sorriso, accontentantandosi del fatto che avesse scelto un libro in autonomia per intrattenersi da solo.
“Era un’arma scoperta dal Governo della Germania, poco dopo l’inizio della guerra,” rispose, rivolgendo lo sguardo alla sua città. I cinque grattacieli neri erano visibili anche a quella distanza. Lo stavano salutando o lo deridevano per la sua codardia?
Dazai che gli afferrava la manica e tirava lo distrasse da quel pensiero infantile. “Sì, ma che significa?”
Mori prese un respiro profondo: erano appena le cinque del mattino, si erano svegliati con la luna ancora alta e quel ragazzino, risaputamente pigro, aveva voglia di fare conversazione.
“Nessuno lo sa con esattezza,” disse. “Quando ero un soldato, nel mio ambiente si vociferava che solo quella sarebbe bastata a porre fine alla guerra.”
Oramai Dazai gli sedeva accanto, tanto vicino che la spalla gli toccava il fianco. “E perché non è stata usata?”
Se fosse stato meno stanco, Mori avrebbe maledetto il destino per aver guidato l’attenzione del più giovane proprio su quel particolare capitolo della storia della Grande Guerra. Era anche il meno interessante, composto più da congetture che da fatti reali.
“È andata perduta,” tagliò corto. “Il Governo tedesco lo aveva reso un progetto top secret, ma la Grande Guerra fu combattuta più dalle spie che dai soldati sul campo. Per quel che ne sappiamo, alla fine del conflitto poteva anche trovarsi in Russia.” Non aveva altro da dire a proposito.
Per sua fortuna, Dazai richiuse il libro e lo guardò dal basso. “Sai che questo aereo non subisce un’adeguata manutenzione da anni?”
Mori non lo guardò in faccia, perché sapeva che lo avrebbe visto sorridere con aspettativa e non era il caso di cominciare quel viaggio lanciando un destro al braccio destro che non aveva chiesto di avere. “Hirotsu mi ha informato,” si limitò a dire.
“Sai quante possibilità abbiamo di schiantarci e morire tragicamente?” L’allegria nella voce di Dazai era una provocazione a colpirlo.
Mori aveva imparato a capirlo e faceva tutto quello che era in suo potere per ignorarlo. La verità era che, trentadue anni o meni, era un infantile patentato anche lui e quando lo punzecchiava in quel modo, Dazai sapeva benissimo quello che faceva.
“Se ci schiantiamo,” disse Mori, sadico. “Spero che accada sulla cima di una montagna, dove recuperarci sarà pressoché impossibile. E spero che tu sia l’unico a sopravvivere, così sarai costretto a scegliere se morire di fame - e, credimi, è una dipartita molto dolorosa - o cibarti di cadaveri.” Abbassò lo sguardo solo a quel punto: Dazai non sorrideva più, anzi lo guardava con disprezzo.
“Potrei prenderti la pistola e spararmi in testa,” ribatté il quattordicenne.
“Se ti rompessi le braccia e le gambe nello schianto, non ci riusciresti.” Mori condì quella possibilità di dettagli sempre più macabri. “Pensaci. Da solo, immobilizzato, impossibilitato a fare qualsiasi cosa, a parte aspettare la morte. Quanto pensi che soffriresti?”
Dazai assottigliò gli occhi. “Ti odio.”
Mori sbuffò. “Quando ti porterà a morire in qualche modo macabro e doloroso, allora ti darò il permesso di odiarmi,” replicò. “Ma, mi duole dirtelo, stiamo andando a Ginevra, in una ridente villa dispersa tra le montagne che circondano la città.”
“Ah, come l’inizio di una storia horro dalle atmosfere gotiche.”
“Scendi dall’auto,” disse Mori, secco. “E allacciati quel cappotto. Fa freddo, non ho alcuna intenzione di passare tutto il nostro soggiorno all’esterno a sentire te lamentarti perché hai il naso che ti cola.”
Per mettere piede sulla pista di decollo, Dazai lo spintontò da un lato. Mori si ritrovò solo a fare un passo verso destro, ma la tentata zio e di afferrarlo per il estro del cappotto e sbatterlo con la schiena contro l’auto fu tanta.
“Siete sicuri di voler partire da soli, voi due?” Domandò Kouyou, scendendo dallo sportello anteriore, lato del passeggero. Aveva insistito per dormire in clinica e fare l’alzataccia con loro.
“Pensi davvero di poter andartene senza salutarmi ai piedi della scaletta del jet?” Aveva domandato Kouyou, fingendo un’aria tragica, come se fosse una moglie che lascia partire l’adorato marito per la guerra.
Mori la guardò, mentre si stringeva nel suo cappotto blu scuro, adornato da un collo di pelliccia azzurra. “Dazai, vai a controllare che Hirotsu non abbia bisogno di aiuto con i bagagli,” disse al quattordicenne fermo al suo fianco, indicando il mezzo nero con un cenno del capo.
Dazai gli lanciò un’occhiata eloquente. “Se vuoi restare sola con lei, basta che me lo dici,” borbottò e si avvicinò all’uomo con monocolo, impegnato a dirigere il carico dei bagagli nella stiva.
Mori non riuscì a tenersi l’insulto per sé. “Piccolo, moccioso di mer-“
“Di che cosa volevi parlarmi?” Domandò Kouyou, serafica, aggrappandosi al suo braccio, come se fossero davvero una coppia sposata.
Il Boss della Port Magia decise di non girarci troppo intorno: infilò la mano nella tasca interna della giacca e ne tirò fuori una busta piena di soldi. Quando la porse alla giovane donna, l’espressione di lei si fece subito oscura. “Oh, adesso mi paghi?” Domandò offesa. “Eri l’unico uomo a non averlo ancora fatto, hai battuto un record.”
“Stai mal interpretando il gesto,” disse Mori, gentilmente, ma le strinse il braccio sotto il proprio per evitare che si allontanasse.
“Cos’è?” Domandò Kouyou. Non o guardava più negli occhi. “Il mio anticipo come nuovo Dirigente.”
“Vuoi che lo sia?”
Lei lo trafisse con lo sguardo. Per una volta, non rise in faccia alla sua proposta “Smettila con questo gioco,” disse. “Non puoi scegliere i tuoi Dirigenti solo seguendo i tuoi gusti personali. A tal proposito, dovresti smetterla di molestare Hirotsu.”
“Ma perché tutti mi date del molestatore o del maniaco?” Domandò Mori, esasperato. “Per la cronaca, se non ritengo una persona degna di stima e fiducia, non ha senso dargli una poltrona al mio tavolo.”
“Sì, ma io non posso aiutarti a rendere la Port Mafia più forte di quella che è,” ribatté Kouyou. “E quella che hai ora è un’organizzazione che non sopravviverebbe a nessuna guerra. Vuoi il mio sincero pensiero? Se al posto tuo, ci fosse stato chiunque altro, quei cinque grattacieli non avrebbero retto nemmeno tutti i contraccolpi interni dovuti alla tua ascesa.”
“Proprio per questo devi prendere questo denaro,” insistette Mori, sollevando la busta sotto il naso di lei. “L’Europa è un altro mondo. Ginevra è lontana. Randou e il Colonello reggono il forte in mia assenza, ma in caso qualcosa vada storto…” Lasciò la frase sospesa.
Fu il turno di Kouyou di sbuffare. “Ti credevo un realista, non un pessimista.”
“Sono un realista,” confermò. “E, realisticamente, qualcuno potrebbe approfittarsi della mia assenza per fare qualcosa. Nel caso questa eventualità si verifichi, non posso salvare tutti, solo quelli di cui m’importa.”
Kouyou guardò l’offerta di denaro con reticenza, poi gli angoli delle sua bocca si sollevarono un poco. “Allora non è vero quello che dicono,” prese la busta e la nascose nella sua borsetta. “Se t’importa di qualcuno, non puoi essere un Demone.”
Mori lasciò andare un risatina. “Anche il cuore dei Demoni batte, di tanto in tanto…” Guardò Dazai starsene al fianco di Hirotsu. Il veterano gli spiegava qualcosa che il Boss non poteva sentire, ma il ragazzino lo ascoltava con interesse.
Tornati a casa, avrebbe chiesto a Hirotsu di passare più tempo con Dazai. Era certo che potesse insegnargli cose della Port Mafia che al Boss stesso sfuggivano.
“E se l’eventualità peggiore si verificasse?” Domandò Kouyou, timorosa.
Mori le sorrise, rassicurante. “L’Europa è molto più di una casa per me, mia cara,” disse. “È la mia tomba. So come muovermi. Nel peggiore dei casi, le nostre strade s’incontreranno ancora. Ho già dato istruzioni a Hirotsu. Nel prossimo futuro, resterai con lui. È stata la mia guardia del corpo all’inizio di un conflitto mondiale e so che può dare l’impressione di un uomo che non ha mai messo piedi fuori dalla sua città, ma non ha nulla da individiare a una spia internazionale, credimi.”
Kouyou annuì distrattamente, ingoiando a vuoto. Ricacciò indietro alcune lacrime galeotte e guardò Mori dritto negli occhi, come se quella fosse l’ultima volta. “E se l’entualità peggiore si verificasse,” ripeté, “che cosa ne sarà di lui?”
Non c’era alcun bisogno di chiedere a chi si riferiva.
I bagagli erano tutti a bordo e il portellone della stiva si chiuse.
Hirotsu e Dazai si voltarono nello stesso momento, ma gli occhi scuri del Boss della Port Mafia furono tutti per il ragazzino.
“Lo porterò con me,” rispose, fermamente. “Qualunque cosa accada.”



Mori Ougai venne svegliato da una turbolenza. Si era addormentato con il viso appoggiato al pugno chiuso, la tempia contro il vetro dell’oblò. All’esterno, vi era una distesa di nuvole, il cielo era incendiato dalle luci del tramonto. Non sapeva quante ore fossero passate dal decollo né quante ne mancassero per arrivare a destinazione.
Aspettò di tornare completamente presente a se stesso per alzarsi e andare a chiedere informazioni al pilota. Un peso contro la spalla lo fece desistere.
Accanto a lui, anche Dazai si era addormentato e, nel sonno, era scivolato dalla sua parte, fino ad appoggiarsi completamente a lui. Il ragazzino se ne stava con le ginocchia strette al petto e il cappotto lo copriva a mo di coperta.
Non era la migliore delle posizioni in cui riposare, eppure Dazai dormiva profondamente. Mori poteva capirlo dal ritmo del suo respiro. Gli sarebbe bastato muoversi un poco per destarlo e liberarsi di quel fardello che, pur sotto peso, gli stava facendo addormentare il braccio destro.
Decise di non farlo. No, non era corretto.
Non fu un vero e proprio atto di volontà a convincere Mori a rimanere immobile. Semplicemente, il suo sguardo si posò sul giovane viso addormentato e ne restò incantato. L’esperienza gli aveva insegnato che la fisionomia dei volti cambiava enormemente in due occasioni completamente ordinarie: durante il sonno e dopo la morte. Quella metamorfosi, tuttavia, non aveva lo stesso aspetto su tutti.
Durante la sua adolescenza, prima che la Grande Guerra gli portasse via tutto, Mori Rintarou aveva passato notti intere a cercare di memorizzare ogni dettaglio del viso addormentato di Johann Goethe, mentre giaceva accanto a lui. E ci era riuscito.
Quando si era ritrovato tra le mani la sua testa mozzata, non aveva avuto dubbi sull’identità del morto, ma in quell’orribile maschera già in stato di decomposizione non era riuscito a ritrovare nulla del suo Hans.
In quel preciso momento, mentre Dazai gli dormiva addosso, Mori non vedeva altro che il bambino di quattordici anni, quello che credeva di essere stato partorito dall’oscurità stessa. Di sicuro, le ombre lo avevano nutrito fin dalla tenera età, tanto da sottrarre alle sue iridi scure ogni barlume di speranza o di nostalgia per un passato felice. C’erano delle volte in cui Mori Ougai, il nuovo Boss della Port Mafia stesso, aveva paura di studiare quegli occhi, che tanto gli ricordavano i propri, per paura di essere inghiottito dall’abisso che contenevano e che era ben più profondo e pericoloso di quello che celava dentro.
Mori Rintarou era morto a vent’anni tra atroci sofferenze, ma aveva amato ed era stato amato. La vita lo aveva maledetto, ma questo non gli aveva impedito di scrivere la sua storia a testa alta, fino alla tragica fine.
Qualcuno aveva abbracciato Mori Rintarou e, lontano dal calore del sole, qualcun altro aveva fatto lo stesso anche per Mori Ougai. Per Dazai Osamu non c’era mai stato nessuno.
Mori aprì e chiuse le dita della mano sinistra, come se l’arto fosse intorpidito e dovesse recuperarne la sensibilità. In realtà, era solo mosso dall’indecisione.
Sarebbe bastato un niente per allungare una carezza tra i capelli di Dazai. Un gesto di affetto di cui Mori Ougai non si era ritenuto capace per molto tempo e che il ragazzino, da sveglio, avrebbe rifiutato categoricamente. Eppure, ora che Morfeo gli rivelava le vere fattezze del Demone fanciullo che aveva fatto chinare la testa anche al più vecchio Dirigente della Port Mafia, Mori avvertiva qualcosa da tempo dimenticato. Sul momento, non seppe neanche dargli un nome preciso. In fondo alla sua coscienza, Dazai stava pian piano occupando un ruolo che non aveva nulla a che fare con la Port Mafia in sé. Lo stesso che aveva cercato di far interpretare a Elise.
Mori si rendeva conto solo ora della portata del suo fallimento.
Ora non siamo più soli, aveva detto la sua bella bambina dai capelli dorati.
Questo era il potere che Dazai aveva, inconsapevolmente, su Mori: lo privava della solitudine dietro cui si era barricato e lo spingeva a disprezzarla.
Non era una questione di presenza fisica o il fatto che Dazai, da solo, rappresentava un lungo catalogo di preoccupazione che mai lo avevano sfiorato prima. Era qualcosa di più profondo, intimo, che non aveva conosciuto né con Hans né con Fukuzawa.
Quando Mori cercava gli occhi di Dazai e il ragazzino rispondeva al suo sguardo, sapeva di avere davanti qualcuno come lui.
Alla fine, il Boss della Port Mafia si convinse a sollevare la mano sinistra.
Forse svegliato da un incubo, Dazai si drizzò di colpo, prima che l’uomo potesse sfiorargli i capelli. Mori riadagiò il braccio lungo il fianco, facendo finta di nulla.
Il ragazzino si umettò le labbra un paio di volte, il tempo necessario per ricordare dov’era e perchè, poi lo guardò. “Siamo arrivati?” Domandò, col tono di un moccioso impaziente e petulante.
Mori ricacciò indietro tutte le riflessioni profonde per alzare gli occhi al cielo, sinceramente seccato. Il quattordicenne non aveva proferito parola per ora. Tempo di pronunciarne due e Mori già rimpiangeva il silenzio. “Non cominciare,” si lamentò.
Dazai lo guardò malissimo. “Cominciare cosa?” Domandò, spazientito. “Non ho neanche parlato.”
“Bravo, continua a rimanere in silenzio e non tediarmi.”
“Perché sei di cattivo umore?”
“Non sono di cattivo umore,” ribatté Mori, evidentemente di cattivo umore.
“Bah…” Dazai scrollò le spalle, voltando lo sguardo verso gli oblò dal lato opposto del jet. “Fai un po’ come ti pare, non m’interessa.”
I fatti erano semplici: Mori Ougai era affetto da una certa allergia ai sentimenti, che lo rendeva irritabile. E Dazai era molto bravo a toccare tutti i suoi nervi, sia quelli scoperti che non.
“Fai qualcosa di utile,” disse il Boss della Port Mafia in tono più cortese. “Vai a chiedere al pilota a che punto siamo.” Suonava come una richiesta, ma era un ordine.
Dazai sbuffò. “Non ho voglia di alzarmi.”
“Non m’interesso se hai voglia o meno.”
“E a me non interessa che a te non interessi.”
“Giochiamo a rimpiattino con le parole, adesso?”
Dazai gli lanciò un’occhiata eloquente. “Abbiamo mai fatto altro?” Qualcosa lo portò ad abbassare lo sguardo. Aggrottò la fronte. “Che cosa sono quelli?”
Mori impiegò una decina di secondi per comprendere che gli stava fissando i piedi. “Ah, questi!” Sollevò la gamba destra orgoglioso, mostrando lo stivale in stile militare. “Ti piacciono? Ne ho messi un paio per te anche in valigia. Ci sarà quasi sicuramente neve ovunque sulle montagne fuori Ginevra e-“
“Sono orribili,” commentò Dazai, secco. “Dove li hai ritrovati, in fondo al tuo vecchio baule della guerra?”
“Io non ho nessun baule della guerra,” disse Mori. “Casomai si dice li hai trovati sul fondo dell’armadio, quando ci si vuole riferire a qualcosa di vecchio.”
“Quelli non sono vecchi, sono da guerra,” insistette Dazai. “Erano della tua divisa?”
Mori scosse la testa, annoiato dall’ennesima discussione inutile tra loro ma di cui non riusciva mai ad avere l’ultima parola. “Ne avevo due. Quella tedesca e quella giapponese. Non so nemmeno che fine abbiano fatto.” Non era vero. Le aveva bruciate entrambe. “In ogni caso, sono comodi e belli. Al diavolo quelle scarpe di vernice!” Esclamò. “Mi hanno distrutto il tallone!”
Dazai lo giudicò con lo sguardo, poi a parole: “quando torneremo a casa, andrai in ufficio così?”
Mori assottigliò gli occhi, minaccioso. “Chi saresti per darmi consigli di stile?” Domandò, sarcastico. “Quando avevo quattordici anni, nemmeno mio padre m’imponeva di vestirmi come vai in giro tu. E ho sempre pensato che fosse un tipo da giacca e cravatta fin dalla culla.”
Dazai fece una smorfia, come a dire che non gli fregava nulla del suo giudizio. “Almeno io non vado in giro con gli stivali da cavallerizzo.”
“Non sono da cavallerizzo!”
“Sai andare a cavallo, almeno?”
“Sì, ci so andare… Ma cosa centra adesso?”
“Non lo so,” ammise Dazai, soprapensiero. “Mi sto preparando psicologicamente a te che cavalchi con aria drammatica per i sentieri coperti di neve, sulle montagne fuori Ginevra.”
Mori aprì e chiuse la bocca un paio di volte: la scena appena descritta dal ragazzino poteva essersi verificatasi un paio di volte, anni prima, in compagnia di Hans. Non lo avrebbe confessato al moccioso neanche sotto tortura, ma un po’ lo disturbava il modo in cui Dazai aveva imparato a conoscerlo.
Animato da grande maturità, il Boss della Port Mafia fu svelto a sferrare il suo contrattacco. “Adesso che mi ci fai pensare. George aveva dei bellissimi cavalli a Ginevra. Se non li ha venduti per i debiti, t’insegno-
“No.”
“Non hai possibilità di scelta.”
“Se minaccio di far imbizzarrire un cavallo volontariamente per cadere e rompermi l’osso del collo, ce l’ho eccome.”
Mori fissò Dazai e il ragazzino fissò il Boss.
Quello scontro di sguardi andò avanti, fino a che l’adulto decise di smorzare l’atmosfera e mettersi a ridere. “Inciampi da seduto,” disse, divertito. “Non si tratta di condotta suicida, sei goffo e sbadato e basta. Metterti in sella a un cavallo non è la migliore delle idee. Non arrivi nemmeno a cinquanta chili di peso, potresti rimbalzare via.”
Dazai non lo ascoltava. Era tornato a fissare gli stivali, oggetto principale di quella conversazione. “Non hanno neanche la zip,” notò. “Come hai fatto a infilarci dentro i pantaloni?” Domandò, perplesso.
“Quante possibilità ci sono che te ne stia zitto a leggere un libro, fino a che non atterriamo?”
“Molto basse,” ammise Dazai, innocentemente. “Annoiarti mi diverte più che leggere.”
Suo malgrado, Mori Ougai dovette confermare a se stesso che, sì, erano uguali.
E questo lo faceva sentire sollevato e condannato al tempo stesso.

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