Gatto Nero
Mar. 17th, 2022 07:50 pmCowT12 Week 5
M3: Bianco/Nero (Nero)
Era circondato dal nero della notte. Non vi era alcuna luna a rendere meno spaventose quelle tenebre, solo la luce tiepida proveniente da una finestra.
Gli avevano ordinato di tenere d’occhio l’intero perimetro, ma Oda Sakunosuke non aveva alcuna intenzione di allontanarsi da quella luce. Quella era la camera di Dazai.
Sia il parco della villa che l’intero bosco erano sorvegliati. Il Boss aveva messo in moto l’intera Black Lizard, più cinque squadroni di supporto, per assicurarsi che il più giovane dei suoi Dirigenti dormisse sonni tranquilli.
Non era servito. La finestra illuminata suggeriva a Odasaku che Dazai non stava chiudendo occhio oppure non sopportava di restare al buio. Dopo quello che aveva passato, non lo si poteva biasimare.
“La missione è tenere Dazai Osamu al sicuro,” aveva detto Hirotsu, prima di dividere le forze per tutta l’area d’interesse. “A qualunque costo.”
Al sicuro.
“Allora è così… Quando una persona ti fa sentire al sicuro.”
Odasaku scacciò il ricordo di quelle parole scuotendo la testa. No, rispose a se stesso. Se così fosse stato, Odasaku avrebbe avuto il potere d’impedire a un Marchese sadico e pazzo di rapire Dazai e di trasformarlo nel suo giocattolo per settimane intere.
Non eri con lui, ribatté una voce in fondo alla sua testa, che assomigliava fastidiosamente a quella di Chuuya. Non siete partner. Non lavorate insieme. Non avresti potuto fare niente.
Nakahara Chuuya, il vero partner di Dazai, l’unico che non era rimasto sordo alla sua richiesta di partecipare alle indagini. La loro collaborazione era stata fruttuosa, ma il più giovane non si era mai sbilanciato abbastanza da divenire suo amico. Odasaku, da parte sua, non avrebbe voluto niente di diverso. Ora che tutto era finito, erano tornati a essere quasi estranei con qualcuno di molto importante in comune.
Ma Chuuya non se ne era andato senza impartirgli, seppur involontariamente, una lezione, che non la smetteva di tormentare il giovane uomo dai capelli rossi: di fronte ai pericoli che Dazai guardava in faccia ogni giorno, Odasaku da solo era completamente impotente.
Giocavano su due livelli completamente diversi, nemmeno paragonabili.
Odasaku ne era stato consapevole fin dall’inizio, ma questa era la prima volta che gli dava fastidio. Era stato un lupo solitario per la maggior parte della sua vita, fino a che Dazai non era comparso sotto il suo portico, come un gatto nero bisognoso di cure. Ma c’erano sfumature della natura di un uomo che non potevano essere cancellate da nessuna volontà di adattarsi. Odasaku si era integrato bene alla Port Mafia, si era abituato ad avere intorno persone che lo chiamavano per nome.
Il caso De Sade non era stato lavoro, ma una questione personale.
E Odasaku si era ritrovato l’intera organizzazione a fargli muro, a impedirgli di agire per fare ciò che andava fatto, perché Dazai era la Port Mafia e c’era un intero mondo pronto a muoversi per proteggerlo, prima di lui.
L’impotenza era una brutta bestia, ma era un angolo in cui si era spinto da solo.
Uccidere era il requisito base per far carriera nella Mafia, un atto di cui Odasaku aveva giurato di non macchiarsi più. Dazai non aveva mai preteso che rivedesse quella sua posizione. Al contrario, aveva considerato la sua volontà inviolabile e quando lo aveva portato alla Port Mafia, si era assicurato che gli fosse assegnato un lavoro in linea con la sua condotta. Odasaku poteva lavorare per l’organizzazione più oscura di tutto il Giappone - sicuramente dell’intera Yokohama - ma non vestiva completamente di nero come loro, non si confondeva con le ombre come Mori Ougai o Nakahara Chuuya.
”Allora è così… Quando una persona ti fa sentire al sicuro.”
Oda Sakunosuke non poteva far sentire al sicuro nessuno, tantomeno Dazai Osamu.
Tra di loro c’era una distanza oggettiva che nessuna vicinanza fisica poteva colmare.
Per questo Odasaku gli era rimasto accanto, ma a distanza di sicurezza. Aveva cercato la compagnia e il calore di altri, pur desiderando quel giovane dagli occhi scuri. Non appena aveva capito quanto Dazai gli era entrato dentro e con quanta facilità lo aveva fatto, Odasaku aveva giocato un’eterna partita con se stesso al vorrei ma non posso.
Per un po’, durante i primi tempi alla Port Mafia, il giovane uomo si era anche illuso di avere il completo controllo della situazione e, soprattutto, di se stesso. L’istinto per lui era un’arma, era quella seconda natura che lo aiutava a muoversi in battaglia, ma perdere la testa non faceva parte di lui. Odasaku aveva fatto follie, certo - far entrare Dazai nella sua vita era stata una di queste - ma solo dopo aver dibattuto a lungo con le sue riflessioni.
E con Dazai non aveva smesso neppure per un istante di dibattere e di riflettere. Forse il più giovane era convinto che lo facessero solo ad alta voce, durante le loro infinite conversazioni. In realtà, Odasaku avrebbe potuto riempire pagine intere con i pensieri che rivolgeva a Dazai. Qualche volta, nella speranza di liberarsi la mente, lo aveva anche fatto per davvero, ed era finito col ritrovarsi sia con un gran mal di testa che con una sensazione inedita all’altezza del petto.
Dazai gli aveva toccato il cuore fin dall’istante in cui Odasaku aveva incontrato i suoi occhi e vi aveva trovato riflessa una solitudine impossibile d’accettare.
Mesi e mesi passati a dare una dimensione contenuta - e senza nome - a ciò che lo legava al giovane Dirigente e a Dazai era bastato fare un piccolo passo in più nella sua direzione per annientare ogni resistenza che si era imposto.
Perso nelle sue riflessioni, con la capacità di vedere ridotta al minimo, Odasaku urtò qualcosa con la punta della scarpa, nascosto tra le foglie: era il piede di una panchina in ferro battuto. Ormai sicuro che non si sarebbe allontanato da quelle finestre per il resto della notte, Odasaku ignorò lo strato di muschio che era cresciuto qua e là, tra le sbarre, e si accomodò. Estrasse una delle pistole dalla fondina ascellare, tanto per essere pronto a qualsiasi evenienza. C’era solo nero intorno a lui. Se non poteva vedere, non gli restava che concentrarsi e ascoltare ogni rumore di quella notte senza luna. Sì, la sua abilità impediva a chiunque di attaccarlo di sorpresa, ma non era mai stata sua abitudine considerarla infallibile.
Una frazione di secondo era sufficiente a fare la differenza tra la vita e la morte.
Sollevò gli occhi azzurri sulle finestre di Dazai: la luce era ancora accesa.
Appena il tempo di un respiro e il silenzio venne spezzato dal rumore delle foglie secche che venivano calpestate. Il ritmo di quei passi suggerì a Odasaku l’identità del nuovo arrivato ancor prima che emergesse dalle tenebre.
Stretto in quel cappotto troppo grande per lui, Dazai gli si sedette accanto senza far rumore. Odasaku ingoiò a vuoto, tenendo gli occhi fissi di fronte a sé.
Già, la sua abilità non era affatto affidabile.
Si permise di guardarlo solo con la coda dell’occhio e il ricordo di quel gatto nero ferito, che si era trascinato fin sotto il suo portico per chissà quale ragione - o forse era stato solo il destino - gli tornò alla mente vivivido e, al contempo, distante. Era come se non fossero passati quasi due anni da quel loro primo incontro, ma molti di più. Erano accadute molte cose e non solo tra loro, anche tutt’intorno. Erano giovani - Dazai non aveva neanche diciotto anni - e sarebbero continuate a cambiare. Era inevitabile. Odasaku sapeva che la sua abilità non poteva permettergli tanto, ma una parte di sé desiderava poter prevedere quello che sarebbero diventati.
Dall’ultima volta che erano stati tanto vicini erano passate cinque settimane. Trentotto giorni, per l’esattezza.
Il caso De Sade non era durato nemmeno la metà del Conflitto della Testa di Drago, realizzò Odasaku, ma aveva gettato l’intera Port Mafia in uno stato di terrore senza precedenti. Bastava il fatto che il Boss stesso, Mori Ougai, fosse sceso a combattere in prima linea a spiegare la gravità dell’evento.
Nella testa del giovane uomo, quel pensiero ebbe la meglio sul desiderio di abbandonare la pistola sulla panchina e allungare la mano per afferrare quella del più giovane.
“Fa molto freddo qui fuori,” disse, con la sua solita voce monocorde. “E non è sicuro. Dovresti rientrare.” Si comportò come un uomo della Black Lizard avrebbe fatto. Finse di non essere lì per ragioni puramente personali.
Ovviamente, Daza non gli diede ascolto. “Tu non fai parte delle forze armate.”
Già, Odasaku non aveva il dovere né il potere necessario per proteggere il più giovane Dirigente della Port Mafia, ma era stato schietto con Hirotsu: se non lo avesse portato con gli altri a fare da scorta al pupillo di Mori Ougai, avrebbe trovato il luogo in cui era nascosto da solo. Mosso da pietà e dal serio pericolo che la sua squadra gli sparasse - o che fosse Odasaku a sparare a loro - il leader della Black Lizard lo aveva accontentato. Per quel che sapeva, Hirotsu faceva parte della Port Mafia da tutta la vita, ma era una persona gentile e voleva bene a Dazai.
“Sono un volontario,” rispose Odasaku. Era l’unico modo a mia disposizione per starti vicino. Se avesse trovato in sé il coraggio di essere sincero, lo avrebbe detto.
Avvertì gli occhi di Dazai sul suo profilo, ma non rispose al suo sguardo.
“Non è sicuro qui, Odasaku.”
A quel punto, gli fu impossibile non guardarlo in faccia. Un flash del momento in cui lo avevano ritrovato nelle mani di De Sade attraversò la mente di Odasaku, ma rivedere il viso di Dazai ebbe il potere di liberarlo da quel tormento. Non era diverso da come lo ricordava, forse era solo un po’ più smunto sulle guance. Ma quegli occhi scuri erano ancora lì, con tutte le loro sfumature segrete, di cui Odasaku aveva scritto ma che al buio non riusciva a vedere. Nella notte, sembravano due pozzi neri, senza fondo, ma non erano vuoti come il giorno in cui si erano conosciuto. Quel dettaglio bastò a Odasaku per rassicurarsi un po’ riguardo alla sua condizione. I capelli ondulati gli incorniciavano il viso alla stessa maniera di sempre, un po’ più lunghi e schiacciati sopra le orecchie.
“Ho combattuto nel Conflitto della Testa di Drago,” gli ricordò Odasaku.
“Eri un uomo di backup,” ribatté Dazai. “In questa circostanza, sono io l’obiettivo del nemico. Qui sei sotto la mia finestra, sulla linea di fuoco.”
“Il nemico è stato abbattuto,” lo rassicurò Odasaku. “Sei stato tu a sconfiggerlo, ricordi? Poi il Boss lo ha giustiziato con un colpo di pistola.”
Alla fine, Dazai si era salvato da solo. Chi lo aveva trovato si era limitato a riportarlo a casa.
“Quello a essere stato abbattuto è il leader di un’organizzazione che risale a prima della Grande Guerra, non sappiamo quante altre unità-”
“Io sono dove devo essere, Dazai,” disse il giovane uomo. “E non ho alcuna intenzione di muovermi di qui.”
Dazai non nascose il suo disappunto, stringendosi di più nel cappotto nero.
“Hai freddo.”
“Sto bene.”
Quando fu evidente che il Dirigente non sarebbe tornato nella sua stanza, Odasaku decise che il silenzio prolungato non era utile a nessuno dei due. “Che posto è questo?” Domandò, osservando la villa in stato di abbandono.
“Si tratta di un luogo in cui Mori rinchiude ciò che ritiene prezioso. Lo fa quando si sente minacciato o diventa paranoico,” spiegò Dazai, con freddezza. “Se glielo chiedi, ti risponderà che questo è il luogo più sicuro di Yokohama.”
“Ti sta proteggendo.” Odasaku non ci vedeva nulla di strano.
“Mi sta rinchiudendo,” ribatté Dazai. “Penso di essere rimasto prigioniero abbastanza a lungo.”
Odasaku poteva comprendere la frustrazione, ma non il paragone. “Sei a casa, Dazai,” lo rassicurò. “Sei di nuovo a casa.”
Il diciassette storse la bocca in una smorfia. “Questa non è casa mia, ma è lo scrigno segreto dei tesori di Mori.”
“Tiene a te, è normale che-“
Dazai lo interruppe con una risata. Un suono isterico, forzato. “Tenere a me?” Ripeté, sarcastico. “Chi? Mori Ougai? Sei davvero divertente, Odasaku.”
Il giovane uomo dai capelli rossi aveva da dire molto a riguardo: mentre nessuno sapeva che fine avesse fatto Dazai Osamu e se mai sarebbero riusciti a recuperarlo vivo, aveva visto il Boss della Port Mafia trasformarsi in un essere umano che sta vivendo il momento peggiore della sua esistenza. Tale cambiamento aveva lasciato Chuuya ammutolito in più di un’occasione, ma non era certo andato da lui a parlarne.
Tuttavia, Dazai non sapeva assolutamente nulla di quei dettagli. Forse nemmeno lo interessavano, non in quel momento. L’astio nei confronti del Boss era evidente, quasi che il rapimento e quanto era seguito fosse una sua diretta responsabilità.
“Perché ce l’hai tanto con lui?” Domandò Odasaku.
“Perché non è arrivato prima!” Urlò Dazai, di getto. Sgranò gli occhi, pentendosi di quanto aveva detto. Era un pensiero irrazionale, figlio del trauma.
Odasaku lo aveva già visto accadere altre volte: la morte di un carnefice non assicurava nessuna pace alla vittima.
De Sade era morto, ma Dazai era ancora lì, a portarsi dentro un caos che riversava addosso all’uomo a cui era riuscito a chiedere aiuto, prima di sparire dai radar. Perché nel momento in cui Dazai aveva capito di essere in pericolo, tanto da provare paura, non era lui che aveva chiamato e nemmeno Chuuya. No, d’istinto, Dazai aveva fatto il numero che conosceva meglio di chiunque altro, il solo a cui rispondeva anche quando erano insieme, mentre a Chuuya veniva riattaccato il telefono in faccia senza un istante d’esitazione.
Sì, al di là di Odasaku e delle ragioni che lo avevano spinto ad agire, c’era stato molto di personale nel modo in cui la Port Mafia si era scagliata contro il Marchese De Sade.
“Nessuno di noi è arrivato prima.” Il giovane dai capelli rossi si sentì in dovere di dirlo. “Il Boss è l’unico a essere arrivato in tempo.”
Dazai si strinse nelle braccia, artigliando la stoffa del cappotto nero. “Eri con Chuuya…” Mormorò.
Odasaku confermò con un cenno del capo. “Ci siamo aiutati a vicenda nell’indagine,” raccontò. “Il Boss gli aveva ordinato di farsi da parte e io non ero stato convocato per la missione. Entrambi volevamo trovarti, ma siamo stati spinti in panchina dai piani alti.”
Dazai chiuse gli occhi e lasciò andare un sospiro. “Questo è alto tradimento, Odasaku.”
“Lo so, ma non accadrà nulla.”
“Certo che non accadrà nulla, non lo permetterò.”
“Non devi fare nulla, Dazai.” Odasaku provò a tranquillizzarlo. “Il lavoro mio e di Chuuya ha permesso al Boss di trovarti. Tutto è sistemato.”
Dazai non parve affatto rassicurato. “Quindi ora sei amico di Chuuya.”
“Non sono amico di Chuuya,” ribatté Odasaku.
“E Mori?”
“Il Boss non mi ha guardato in faccia nemmeno una volta. Chuuya era l’unico a cui si rivolgeva.”
“Questo è quello che puoi aver pensato, ma è solo apparenza. Mori non si lascia sfuggire nulla, anche quando sembra che non presti attenzione.” Dazai ingoiò a vuoto e lasciò andare un sospiro tremante. Se per il freddo o le emozioni fuori controllo, Odasaku non sapeva dirlo.
“Perchè lo hai fatto, Odasaku?”
Domanda più stupida non sarebbe potuta uscire dalla sua bocca. Il giovane uomo dai capelli rossi abbasso lo sguardo sul tappeto di foglie morte. Era deluso, ma aveva davvero il diritto di esserlo?
Non aveva protetto Dazai dal Marchese De Sade, il suo ruolo nelle indagini era stato più di backup che di vera utilità. La sua presenza non aveva, di fatto, comportato alcuna differenza. Dazai si era rivelato abbastanza forte da difendersi da solo e, alla fine, il merito del suo salvataggio spettava solo al Boss.
Eppure, Odasaku sentiva che la prima linea di quella battaglia gli apparteneva quanto a Chuuya e Mori. Aspettare e sperare non era mai stata un’opzione. Combattere per salvare Dazai e riportarlo a casa era stata l’unica strada che aveva preso in considerazione.
“Perché sei arrabbiato, adesso?” Domandò il diciottenne.
Odasaku non sapeva come se ne fosse accorto, perché era certo che la sua espressione non fosse cambiata di una virgola. Inoltre, era buio. “Non so di cosa stai parlando.” Mentì. Il più giovane non aveva certo bisogno dei suoi malumori.
“Non puoi mentire,” disse Dazai, con una gentilezza che convinse l’altro a guardarlo negli occhi. Sorrideva. Era stanco, dilaniato da un’esperienza che non lo avrebbe abbandonato mai più, ma sorrideva. “Non ne sei capace, specialmente con me.”
Aveva ragione. Odasaku mise da parte il gioco dei ruoli e abbandonò la pistola sulla panchina. “Posso toccarti?” Domandò, diretto.
Dazai smise di sorridere. Dischiuse le labbra, incerto.
“Non sei costretto a dire di sì,” lo rassicurò Odasaku.
“Non è questo.” Dazai scosse la testa. “Ero certo che non volessi più farlo.”
Odasaku aggrottò le fronte. “Per quale motivo lo hai pensato?”
“Quello che hai visto non ti ha fatto schifo?” Domandò Dazai, con quell’espressione da bambino perduto che l’altro conosceva terribilmente bene.
Sì, Odasaku aveva giurato di non uccidere più, ma il ritornello di morte e vendetta che lo aveva accompagnato durante tutta la sua fanciullezza, tornò di colpo a bussare alle porte della sua mente. La parte peggiore di sé, quella che aveva lottato tanto per sopprimere, desiderava che De Sade fosse ancora in vita solo per poterlo giustiziare di nuovo. “Mi hanno fatto schifo quell’uomo e quello che ti ha fatto,” replicò, poi allungò la mano per cercare quella del più giovane.
In un primo momento, Dazai s’irrigidì, poi intrecciò le dita a quelle dell’altro. Il petto gli fece male, ma era un dolore buono, come se il suo cuore avesse ripreso a battere dopo tanto tempo. Fu solo una questione d’istanti, prima che si appoggiasse completamente a Odasaku.
L’altro accolse quella vicinanza posando la guancia tra quei capelli scuri.
Rimasero così per un po’, in silenzio, fino a che Odasaku non si accorse che il più giovane stava tremando.
“Dazai, fa troppo freddo qui fuori. Devi-”
“No, voglio restare così ancora un po’.”
La notte li avvolse come una fedele alleata, celandoli agli occhi del mondo. Se le circostanze fossero state diverse, Dazai avrebbe invitato Odasaku nella camera e avrebbero passato la notte insieme. Non come amanti - i tempi non erano ancora maturi - ma come due persone che trovano tutto quel di cui hanno bisogno nella semplice compagnia l’una dell’altra. Dazai aveva tutto il tempo del mondo per guarire e Odasaku era disposto ad aspettarlo, senza smettere di restargli accanto.
“Ho voglia di baciarti,” ammise Dazai, accennando un sorriso. “Ma voglio che il nostro secondo bacio sia improvviso, abbagliante, come un fuoco d’artificio. Questa notte è troppo nera, c’è troppa oscurità.”
Odasaku premette le labbra tra i suoi capelli. Il loro profumo gli era mancato come aria. “Se non lo cerchiamo, il momento arriverà.”
“Allora non cerchiamolo. Restiamo insieme e aspettiamo.”
Per la prima volta da quando era tornato a Yokohama, Dazai si sentì a casa.
M3: Bianco/Nero (Nero)
Era circondato dal nero della notte. Non vi era alcuna luna a rendere meno spaventose quelle tenebre, solo la luce tiepida proveniente da una finestra.
Gli avevano ordinato di tenere d’occhio l’intero perimetro, ma Oda Sakunosuke non aveva alcuna intenzione di allontanarsi da quella luce. Quella era la camera di Dazai.
Sia il parco della villa che l’intero bosco erano sorvegliati. Il Boss aveva messo in moto l’intera Black Lizard, più cinque squadroni di supporto, per assicurarsi che il più giovane dei suoi Dirigenti dormisse sonni tranquilli.
Non era servito. La finestra illuminata suggeriva a Odasaku che Dazai non stava chiudendo occhio oppure non sopportava di restare al buio. Dopo quello che aveva passato, non lo si poteva biasimare.
“La missione è tenere Dazai Osamu al sicuro,” aveva detto Hirotsu, prima di dividere le forze per tutta l’area d’interesse. “A qualunque costo.”
Al sicuro.
“Allora è così… Quando una persona ti fa sentire al sicuro.”
Odasaku scacciò il ricordo di quelle parole scuotendo la testa. No, rispose a se stesso. Se così fosse stato, Odasaku avrebbe avuto il potere d’impedire a un Marchese sadico e pazzo di rapire Dazai e di trasformarlo nel suo giocattolo per settimane intere.
Non eri con lui, ribatté una voce in fondo alla sua testa, che assomigliava fastidiosamente a quella di Chuuya. Non siete partner. Non lavorate insieme. Non avresti potuto fare niente.
Nakahara Chuuya, il vero partner di Dazai, l’unico che non era rimasto sordo alla sua richiesta di partecipare alle indagini. La loro collaborazione era stata fruttuosa, ma il più giovane non si era mai sbilanciato abbastanza da divenire suo amico. Odasaku, da parte sua, non avrebbe voluto niente di diverso. Ora che tutto era finito, erano tornati a essere quasi estranei con qualcuno di molto importante in comune.
Ma Chuuya non se ne era andato senza impartirgli, seppur involontariamente, una lezione, che non la smetteva di tormentare il giovane uomo dai capelli rossi: di fronte ai pericoli che Dazai guardava in faccia ogni giorno, Odasaku da solo era completamente impotente.
Giocavano su due livelli completamente diversi, nemmeno paragonabili.
Odasaku ne era stato consapevole fin dall’inizio, ma questa era la prima volta che gli dava fastidio. Era stato un lupo solitario per la maggior parte della sua vita, fino a che Dazai non era comparso sotto il suo portico, come un gatto nero bisognoso di cure. Ma c’erano sfumature della natura di un uomo che non potevano essere cancellate da nessuna volontà di adattarsi. Odasaku si era integrato bene alla Port Mafia, si era abituato ad avere intorno persone che lo chiamavano per nome.
Il caso De Sade non era stato lavoro, ma una questione personale.
E Odasaku si era ritrovato l’intera organizzazione a fargli muro, a impedirgli di agire per fare ciò che andava fatto, perché Dazai era la Port Mafia e c’era un intero mondo pronto a muoversi per proteggerlo, prima di lui.
L’impotenza era una brutta bestia, ma era un angolo in cui si era spinto da solo.
Uccidere era il requisito base per far carriera nella Mafia, un atto di cui Odasaku aveva giurato di non macchiarsi più. Dazai non aveva mai preteso che rivedesse quella sua posizione. Al contrario, aveva considerato la sua volontà inviolabile e quando lo aveva portato alla Port Mafia, si era assicurato che gli fosse assegnato un lavoro in linea con la sua condotta. Odasaku poteva lavorare per l’organizzazione più oscura di tutto il Giappone - sicuramente dell’intera Yokohama - ma non vestiva completamente di nero come loro, non si confondeva con le ombre come Mori Ougai o Nakahara Chuuya.
”Allora è così… Quando una persona ti fa sentire al sicuro.”
Oda Sakunosuke non poteva far sentire al sicuro nessuno, tantomeno Dazai Osamu.
Tra di loro c’era una distanza oggettiva che nessuna vicinanza fisica poteva colmare.
Per questo Odasaku gli era rimasto accanto, ma a distanza di sicurezza. Aveva cercato la compagnia e il calore di altri, pur desiderando quel giovane dagli occhi scuri. Non appena aveva capito quanto Dazai gli era entrato dentro e con quanta facilità lo aveva fatto, Odasaku aveva giocato un’eterna partita con se stesso al vorrei ma non posso.
Per un po’, durante i primi tempi alla Port Mafia, il giovane uomo si era anche illuso di avere il completo controllo della situazione e, soprattutto, di se stesso. L’istinto per lui era un’arma, era quella seconda natura che lo aiutava a muoversi in battaglia, ma perdere la testa non faceva parte di lui. Odasaku aveva fatto follie, certo - far entrare Dazai nella sua vita era stata una di queste - ma solo dopo aver dibattuto a lungo con le sue riflessioni.
E con Dazai non aveva smesso neppure per un istante di dibattere e di riflettere. Forse il più giovane era convinto che lo facessero solo ad alta voce, durante le loro infinite conversazioni. In realtà, Odasaku avrebbe potuto riempire pagine intere con i pensieri che rivolgeva a Dazai. Qualche volta, nella speranza di liberarsi la mente, lo aveva anche fatto per davvero, ed era finito col ritrovarsi sia con un gran mal di testa che con una sensazione inedita all’altezza del petto.
Dazai gli aveva toccato il cuore fin dall’istante in cui Odasaku aveva incontrato i suoi occhi e vi aveva trovato riflessa una solitudine impossibile d’accettare.
Mesi e mesi passati a dare una dimensione contenuta - e senza nome - a ciò che lo legava al giovane Dirigente e a Dazai era bastato fare un piccolo passo in più nella sua direzione per annientare ogni resistenza che si era imposto.
Perso nelle sue riflessioni, con la capacità di vedere ridotta al minimo, Odasaku urtò qualcosa con la punta della scarpa, nascosto tra le foglie: era il piede di una panchina in ferro battuto. Ormai sicuro che non si sarebbe allontanato da quelle finestre per il resto della notte, Odasaku ignorò lo strato di muschio che era cresciuto qua e là, tra le sbarre, e si accomodò. Estrasse una delle pistole dalla fondina ascellare, tanto per essere pronto a qualsiasi evenienza. C’era solo nero intorno a lui. Se non poteva vedere, non gli restava che concentrarsi e ascoltare ogni rumore di quella notte senza luna. Sì, la sua abilità impediva a chiunque di attaccarlo di sorpresa, ma non era mai stata sua abitudine considerarla infallibile.
Una frazione di secondo era sufficiente a fare la differenza tra la vita e la morte.
Sollevò gli occhi azzurri sulle finestre di Dazai: la luce era ancora accesa.
Appena il tempo di un respiro e il silenzio venne spezzato dal rumore delle foglie secche che venivano calpestate. Il ritmo di quei passi suggerì a Odasaku l’identità del nuovo arrivato ancor prima che emergesse dalle tenebre.
Stretto in quel cappotto troppo grande per lui, Dazai gli si sedette accanto senza far rumore. Odasaku ingoiò a vuoto, tenendo gli occhi fissi di fronte a sé.
Già, la sua abilità non era affatto affidabile.
Si permise di guardarlo solo con la coda dell’occhio e il ricordo di quel gatto nero ferito, che si era trascinato fin sotto il suo portico per chissà quale ragione - o forse era stato solo il destino - gli tornò alla mente vivivido e, al contempo, distante. Era come se non fossero passati quasi due anni da quel loro primo incontro, ma molti di più. Erano accadute molte cose e non solo tra loro, anche tutt’intorno. Erano giovani - Dazai non aveva neanche diciotto anni - e sarebbero continuate a cambiare. Era inevitabile. Odasaku sapeva che la sua abilità non poteva permettergli tanto, ma una parte di sé desiderava poter prevedere quello che sarebbero diventati.
Dall’ultima volta che erano stati tanto vicini erano passate cinque settimane. Trentotto giorni, per l’esattezza.
Il caso De Sade non era durato nemmeno la metà del Conflitto della Testa di Drago, realizzò Odasaku, ma aveva gettato l’intera Port Mafia in uno stato di terrore senza precedenti. Bastava il fatto che il Boss stesso, Mori Ougai, fosse sceso a combattere in prima linea a spiegare la gravità dell’evento.
Nella testa del giovane uomo, quel pensiero ebbe la meglio sul desiderio di abbandonare la pistola sulla panchina e allungare la mano per afferrare quella del più giovane.
“Fa molto freddo qui fuori,” disse, con la sua solita voce monocorde. “E non è sicuro. Dovresti rientrare.” Si comportò come un uomo della Black Lizard avrebbe fatto. Finse di non essere lì per ragioni puramente personali.
Ovviamente, Daza non gli diede ascolto. “Tu non fai parte delle forze armate.”
Già, Odasaku non aveva il dovere né il potere necessario per proteggere il più giovane Dirigente della Port Mafia, ma era stato schietto con Hirotsu: se non lo avesse portato con gli altri a fare da scorta al pupillo di Mori Ougai, avrebbe trovato il luogo in cui era nascosto da solo. Mosso da pietà e dal serio pericolo che la sua squadra gli sparasse - o che fosse Odasaku a sparare a loro - il leader della Black Lizard lo aveva accontentato. Per quel che sapeva, Hirotsu faceva parte della Port Mafia da tutta la vita, ma era una persona gentile e voleva bene a Dazai.
“Sono un volontario,” rispose Odasaku. Era l’unico modo a mia disposizione per starti vicino. Se avesse trovato in sé il coraggio di essere sincero, lo avrebbe detto.
Avvertì gli occhi di Dazai sul suo profilo, ma non rispose al suo sguardo.
“Non è sicuro qui, Odasaku.”
A quel punto, gli fu impossibile non guardarlo in faccia. Un flash del momento in cui lo avevano ritrovato nelle mani di De Sade attraversò la mente di Odasaku, ma rivedere il viso di Dazai ebbe il potere di liberarlo da quel tormento. Non era diverso da come lo ricordava, forse era solo un po’ più smunto sulle guance. Ma quegli occhi scuri erano ancora lì, con tutte le loro sfumature segrete, di cui Odasaku aveva scritto ma che al buio non riusciva a vedere. Nella notte, sembravano due pozzi neri, senza fondo, ma non erano vuoti come il giorno in cui si erano conosciuto. Quel dettaglio bastò a Odasaku per rassicurarsi un po’ riguardo alla sua condizione. I capelli ondulati gli incorniciavano il viso alla stessa maniera di sempre, un po’ più lunghi e schiacciati sopra le orecchie.
“Ho combattuto nel Conflitto della Testa di Drago,” gli ricordò Odasaku.
“Eri un uomo di backup,” ribatté Dazai. “In questa circostanza, sono io l’obiettivo del nemico. Qui sei sotto la mia finestra, sulla linea di fuoco.”
“Il nemico è stato abbattuto,” lo rassicurò Odasaku. “Sei stato tu a sconfiggerlo, ricordi? Poi il Boss lo ha giustiziato con un colpo di pistola.”
Alla fine, Dazai si era salvato da solo. Chi lo aveva trovato si era limitato a riportarlo a casa.
“Quello a essere stato abbattuto è il leader di un’organizzazione che risale a prima della Grande Guerra, non sappiamo quante altre unità-”
“Io sono dove devo essere, Dazai,” disse il giovane uomo. “E non ho alcuna intenzione di muovermi di qui.”
Dazai non nascose il suo disappunto, stringendosi di più nel cappotto nero.
“Hai freddo.”
“Sto bene.”
Quando fu evidente che il Dirigente non sarebbe tornato nella sua stanza, Odasaku decise che il silenzio prolungato non era utile a nessuno dei due. “Che posto è questo?” Domandò, osservando la villa in stato di abbandono.
“Si tratta di un luogo in cui Mori rinchiude ciò che ritiene prezioso. Lo fa quando si sente minacciato o diventa paranoico,” spiegò Dazai, con freddezza. “Se glielo chiedi, ti risponderà che questo è il luogo più sicuro di Yokohama.”
“Ti sta proteggendo.” Odasaku non ci vedeva nulla di strano.
“Mi sta rinchiudendo,” ribatté Dazai. “Penso di essere rimasto prigioniero abbastanza a lungo.”
Odasaku poteva comprendere la frustrazione, ma non il paragone. “Sei a casa, Dazai,” lo rassicurò. “Sei di nuovo a casa.”
Il diciassette storse la bocca in una smorfia. “Questa non è casa mia, ma è lo scrigno segreto dei tesori di Mori.”
“Tiene a te, è normale che-“
Dazai lo interruppe con una risata. Un suono isterico, forzato. “Tenere a me?” Ripeté, sarcastico. “Chi? Mori Ougai? Sei davvero divertente, Odasaku.”
Il giovane uomo dai capelli rossi aveva da dire molto a riguardo: mentre nessuno sapeva che fine avesse fatto Dazai Osamu e se mai sarebbero riusciti a recuperarlo vivo, aveva visto il Boss della Port Mafia trasformarsi in un essere umano che sta vivendo il momento peggiore della sua esistenza. Tale cambiamento aveva lasciato Chuuya ammutolito in più di un’occasione, ma non era certo andato da lui a parlarne.
Tuttavia, Dazai non sapeva assolutamente nulla di quei dettagli. Forse nemmeno lo interessavano, non in quel momento. L’astio nei confronti del Boss era evidente, quasi che il rapimento e quanto era seguito fosse una sua diretta responsabilità.
“Perché ce l’hai tanto con lui?” Domandò Odasaku.
“Perché non è arrivato prima!” Urlò Dazai, di getto. Sgranò gli occhi, pentendosi di quanto aveva detto. Era un pensiero irrazionale, figlio del trauma.
Odasaku lo aveva già visto accadere altre volte: la morte di un carnefice non assicurava nessuna pace alla vittima.
De Sade era morto, ma Dazai era ancora lì, a portarsi dentro un caos che riversava addosso all’uomo a cui era riuscito a chiedere aiuto, prima di sparire dai radar. Perché nel momento in cui Dazai aveva capito di essere in pericolo, tanto da provare paura, non era lui che aveva chiamato e nemmeno Chuuya. No, d’istinto, Dazai aveva fatto il numero che conosceva meglio di chiunque altro, il solo a cui rispondeva anche quando erano insieme, mentre a Chuuya veniva riattaccato il telefono in faccia senza un istante d’esitazione.
Sì, al di là di Odasaku e delle ragioni che lo avevano spinto ad agire, c’era stato molto di personale nel modo in cui la Port Mafia si era scagliata contro il Marchese De Sade.
“Nessuno di noi è arrivato prima.” Il giovane dai capelli rossi si sentì in dovere di dirlo. “Il Boss è l’unico a essere arrivato in tempo.”
Dazai si strinse nelle braccia, artigliando la stoffa del cappotto nero. “Eri con Chuuya…” Mormorò.
Odasaku confermò con un cenno del capo. “Ci siamo aiutati a vicenda nell’indagine,” raccontò. “Il Boss gli aveva ordinato di farsi da parte e io non ero stato convocato per la missione. Entrambi volevamo trovarti, ma siamo stati spinti in panchina dai piani alti.”
Dazai chiuse gli occhi e lasciò andare un sospiro. “Questo è alto tradimento, Odasaku.”
“Lo so, ma non accadrà nulla.”
“Certo che non accadrà nulla, non lo permetterò.”
“Non devi fare nulla, Dazai.” Odasaku provò a tranquillizzarlo. “Il lavoro mio e di Chuuya ha permesso al Boss di trovarti. Tutto è sistemato.”
Dazai non parve affatto rassicurato. “Quindi ora sei amico di Chuuya.”
“Non sono amico di Chuuya,” ribatté Odasaku.
“E Mori?”
“Il Boss non mi ha guardato in faccia nemmeno una volta. Chuuya era l’unico a cui si rivolgeva.”
“Questo è quello che puoi aver pensato, ma è solo apparenza. Mori non si lascia sfuggire nulla, anche quando sembra che non presti attenzione.” Dazai ingoiò a vuoto e lasciò andare un sospiro tremante. Se per il freddo o le emozioni fuori controllo, Odasaku non sapeva dirlo.
“Perchè lo hai fatto, Odasaku?”
Domanda più stupida non sarebbe potuta uscire dalla sua bocca. Il giovane uomo dai capelli rossi abbasso lo sguardo sul tappeto di foglie morte. Era deluso, ma aveva davvero il diritto di esserlo?
Non aveva protetto Dazai dal Marchese De Sade, il suo ruolo nelle indagini era stato più di backup che di vera utilità. La sua presenza non aveva, di fatto, comportato alcuna differenza. Dazai si era rivelato abbastanza forte da difendersi da solo e, alla fine, il merito del suo salvataggio spettava solo al Boss.
Eppure, Odasaku sentiva che la prima linea di quella battaglia gli apparteneva quanto a Chuuya e Mori. Aspettare e sperare non era mai stata un’opzione. Combattere per salvare Dazai e riportarlo a casa era stata l’unica strada che aveva preso in considerazione.
“Perché sei arrabbiato, adesso?” Domandò il diciottenne.
Odasaku non sapeva come se ne fosse accorto, perché era certo che la sua espressione non fosse cambiata di una virgola. Inoltre, era buio. “Non so di cosa stai parlando.” Mentì. Il più giovane non aveva certo bisogno dei suoi malumori.
“Non puoi mentire,” disse Dazai, con una gentilezza che convinse l’altro a guardarlo negli occhi. Sorrideva. Era stanco, dilaniato da un’esperienza che non lo avrebbe abbandonato mai più, ma sorrideva. “Non ne sei capace, specialmente con me.”
Aveva ragione. Odasaku mise da parte il gioco dei ruoli e abbandonò la pistola sulla panchina. “Posso toccarti?” Domandò, diretto.
Dazai smise di sorridere. Dischiuse le labbra, incerto.
“Non sei costretto a dire di sì,” lo rassicurò Odasaku.
“Non è questo.” Dazai scosse la testa. “Ero certo che non volessi più farlo.”
Odasaku aggrottò le fronte. “Per quale motivo lo hai pensato?”
“Quello che hai visto non ti ha fatto schifo?” Domandò Dazai, con quell’espressione da bambino perduto che l’altro conosceva terribilmente bene.
Sì, Odasaku aveva giurato di non uccidere più, ma il ritornello di morte e vendetta che lo aveva accompagnato durante tutta la sua fanciullezza, tornò di colpo a bussare alle porte della sua mente. La parte peggiore di sé, quella che aveva lottato tanto per sopprimere, desiderava che De Sade fosse ancora in vita solo per poterlo giustiziare di nuovo. “Mi hanno fatto schifo quell’uomo e quello che ti ha fatto,” replicò, poi allungò la mano per cercare quella del più giovane.
In un primo momento, Dazai s’irrigidì, poi intrecciò le dita a quelle dell’altro. Il petto gli fece male, ma era un dolore buono, come se il suo cuore avesse ripreso a battere dopo tanto tempo. Fu solo una questione d’istanti, prima che si appoggiasse completamente a Odasaku.
L’altro accolse quella vicinanza posando la guancia tra quei capelli scuri.
Rimasero così per un po’, in silenzio, fino a che Odasaku non si accorse che il più giovane stava tremando.
“Dazai, fa troppo freddo qui fuori. Devi-”
“No, voglio restare così ancora un po’.”
La notte li avvolse come una fedele alleata, celandoli agli occhi del mondo. Se le circostanze fossero state diverse, Dazai avrebbe invitato Odasaku nella camera e avrebbero passato la notte insieme. Non come amanti - i tempi non erano ancora maturi - ma come due persone che trovano tutto quel di cui hanno bisogno nella semplice compagnia l’una dell’altra. Dazai aveva tutto il tempo del mondo per guarire e Odasaku era disposto ad aspettarlo, senza smettere di restargli accanto.
“Ho voglia di baciarti,” ammise Dazai, accennando un sorriso. “Ma voglio che il nostro secondo bacio sia improvviso, abbagliante, come un fuoco d’artificio. Questa notte è troppo nera, c’è troppa oscurità.”
Odasaku premette le labbra tra i suoi capelli. Il loro profumo gli era mancato come aria. “Se non lo cerchiamo, il momento arriverà.”
“Allora non cerchiamolo. Restiamo insieme e aspettiamo.”
Per la prima volta da quando era tornato a Yokohama, Dazai si sentì a casa.